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Roma, 10 mar – Nel III secolo a.C. Roma era una potenza in rapida ascesa sullo scenario mediterraneo e mondiale, se ci atteniamo alla concezione che i nostri antenati avevano di “mondo”. Una grande determinazione del Senato romano, unito alla volontà di schiacciare quelli che diventeranno acerrimi nemici dell’aquila di Roma e al senso di nobilitas della società romana, permisero all’Urbe di vincere le tre guerre puniche. La prima fu una guerra epocale: quasi 24 anni di scontri, battaglie, disordini e carestie attraversarono l’Africa e la penisola italiana. Il colpo di grazia avvenne il 10 marzo del 241 a.C. quando la flotta romana sconfisse quella cartaginese nella battaglia delle Egadi. Come afferma Polibio, lo storico più importante dell’epoca, il sentimento che muoveva la società romana era la “filotomia ton olon” ossia l’ “ambizione di dominio universale” su ogni cosa, su ogni persona e su ogni territorio.
Il monte Erice ed il porto di Trapani caddero velocemente nelle mani dei romani che si apprestarono anche a sbarcare in Sicilia. Nell’estate del 242 a.C. la flotta romana versava in gravi condizioni, le casse pubbliche erano dilaniate e la crisi sociale era un orizzonte, ormai, non più lontano. Vennero chiesti, infatti, finanziamenti ai cittadini più abbienti di Roma. Questi investimenti ad altissimo rischio avrebbero portato grandi vantaggi, ovviamente, nel caso in cui Roma avesse vinto la guerra; d’altra parte avrebbero prosciugato definitivamente le casse statali in caso di sconfitta. Il senatore Gaio Catulo venne posto a capo della flotta; questi, assieme ad altri ingegneri navali, decise di applicare una modifica alla fabbricazione delle navi da guerra su modello di una nave da guerra cartaginese fatta prigioniera in una precedente battaglia. Le imbarcazioni vennero rese più agili e veloci ma quanto mai letali.
Grazie a queste loro modifiche i romani riuscirono ad arginare la flotta cartaginese, capitanata da Annone, e a distruggerla quasi completamente. Piombati sul fianco della flotta nemica, non lasciarono tempo ai punici di disporsi in posizione di difesa e sventrarono l’assembramento navale cartaginese.
Come narra sempre Polibio, i romani, a differenza dei cartaginesi, diedero il tutto per tutto, combattendo con ardore e tenacia, non temendo la morte ma avendo paura della vergogna e dell’umiliazione, vinsero i marinai africani. “L’impresa fu – secondo lo storico greco – una lotta per la vita” sia per i romani che i punici. Per i romani era tale lo scontro in quanto ne valeva della loro stessa reputazione di belligeranti uomini d’arte. Per i punici, invece, si trattava di riparare al meglio i danni subiti in guerra.
Non contento del successo su mare, Catulo riprese anche lo strenuo assedio di Lilibeo iniziato vari mesi prima. La roccaforte sembrava inespugnabile ma, grazie all’intervento della flotta e delle truppe fresche provenienti dall’Urbe, i Romani vinsero gli assediati.
Catulo era pronto all’attacco finale a Cartagine. Era il momento di dare il colpo di grazia alla città che, per 24 anni quasi, aveva ostacolato l’avanzata romana nel successivamente ribattezzato Mare Nostrum. Tutto stava per volgere alla fine per i Punici se non fosse intervenuta l’opinione pubblica di Roma, se così la si può definire, che implorava la pace dopo decenni di stenti. Si giunse, così, a degli accordi che, come ci dice sempre il nostro Polibio, furono tutt’altro che leggeri per la capitale africana. Lo storico trascrisse il trattato di pace che recitava: “I cartaginesi si ritirino da tutta la Sicilia e non facciano la guerra a Gerone (il tiranno di Gela ndr) né impugnino le armi contro i siracusani né contro gli alleati dei siracusani. I cartaginesi restituiscano ai romani senza riscatto i prigionieri. I cartaginesi versino ai romani in vent’anni duemiladuecento talenti euboici d’argento”.
Dopo la battaglia delle Egadi Roma si impose come potenza egemone, ruolo ambito, combattuto e desiderato da altre potenze del tempo le quali, però, caddero tutte, una dietro l’altra, sotto le ali dell’aquila romana.
Tommaso Lunardi

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3 Commenti

  1. La modifica di cui parla l’autore dell’ articolo è il corvo. Uno strumento d’abbordaggio, che agganciava la nave nemica per trasformare la battaglia navale in uno scontro via terra.
    Altra cosa interessante che ho letto oggi è che le navi cartaginesi erano cariche di merci per aiutare Amilcare Barca e Catulo attaccò anche se la flotta Cartaginese aveva il vento a favore.Infatti egli comprese che le navi nemiche sarebbero state lente essendo cariche di merci e i Romani avrebbero potuto vincere facilmente

  2. Domani, per la Storia Patria, ricorre l’anniversario (146°) della morte di Giuseppe MAZZINI. Ricordiamolo.
    DI Lui disse il Metternich:
    <>.
    L’italia non è il Paese dei mandolini, o solo il Paese dei mandolini. L’italia è unità di destino, oso dire che è Nome cosmico. Una Terra dai Natali predestinati, battezzata nelle acque del Tevere, sotto il segno di Roma.

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