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Roma, 10 mar – Nel marzo 1475 l’Italia conosceva uno dei più grande geni nella scultura e nella pittura che il mondo e la storia abbiano mai visto. A Caprese, in provincia di Arezzo, nasceva Michelangelo Buonarroti.
Come lo stesso scultore affermò nella sua giovinezza e all’apice della sua carriera, Michelangelo nacque in un paese di “scultori e scalpellini”, sostenendo scherzosamente che la sua balia gli avrebbe fatto bere “latte impastato con la polvere di marmo”. Insomma, l’abilità e la grandezza artistica di Michelangelo erano, quasi, incise nel suo Dna. Di formazione umanista, Michelangelo, oltre alla scultura, si appassionò anche alla pittura e al disegno.
Malgrado l’opposizione dei genitori, si legò ben presto all’artigiano Domenico Ghirlandaio. In questo periodo, si notò fin da subito la sua abilità artistica innata e, ben presto, Michelangelo partecipò ai lavori alla Cappella Tornabuoni di Santa Maria Novella. Qui imparò dai suoi colleghi una tecnica pittorica molto particolare e rinomata che verrà poi riutilizzata dall’artista aretino in altre sue opere successive cariche di realismo e naturalismo.
Dopo l’esperienza dal Ghirlandaio, Buonarroti lavorò per il “Giardino di San Marco”, accademia finanziata dai Medici. Qui ebbe l’opportunità di conoscere alcune delle opere più importanti e famose della Firenze medicea e di entrare in contatto con altri giovani artisti che, come lui, erano desiderosi di diventare famosi. Assieme ad altri colleghi scultori e pittori, Michelangelo entrò in contatto anche con i Neoplatonici come Marsilio Ficino, Poliziano e Pico della Mirandola che gli trasmisero il loro amore per l’“eros”, per la passione e per la rievocazione dell’antico, temi cari all’Umanesimo e al Rinascimento.
Da Firenze, Michelangelo iniziò a viaggiare in tutta Italia ottenendo commissioni per alcune delle più importanti opere volute dai signori locali o dalla Chiesa. In particolare, famoso divenne il suo soggiorno a Roma. Qui realizzò una delle sue opere più famose ed espressive: la “Pietà”. Un’opera straordinaria, piena di naturalezza e perfezione formale. Maria, madre giovane, appoggia il corpo del figlio morto in croce sulle sue gambe quasi a formare un “trono” per ospitare il Figlio di Dio. Ricerca psicologica e virtuosismo sono le caratteristiche fondamentali di questa scultura. Impressionante la perfezione nel rappresentare il panneggio di Maria, frastagliato e piegato, ricercata è anche la composizione muscolare del corpo di Cristo, perfetto in ogni suo elemento. Maria è giovane, per alcuni troppo giovane, Michelangelo applica, in quest’opera ma non sempre nelle altre sue produzioni, gli ideali classici di bellezza, ossia il “bello è anche giovane”, il “brutto è ciò che è vecchio”. Maria è giovane perché casta, pura e intangibile da alcuna corruzione estranea e terrena.
Ritornato a Firenze, a Michelangelo venne commissionata un’opera monumentale. Il “David” è una delle opere del Buonarroti che, da subito, venne considerata come massima espressione dell’Umanesimo. La perfezione muscolare e fisica del soggetto è strabiliante. Anche se a riposo, il fisico è perfetto, muscoli e nervi sono legati in una commistione armonica di “bello” nel senso filosofico e artistico del termine. Costruito per rappresentare la grandezza di Firenze, rappresenta tutt’ora la magnificenza artistica dell’Italia nel campo della scultura. Secondo molti esperti, il “David” è la rappresentanza specifica del nascente ideale repubblicano. Il cittadino soldato, non più suddito o mercenario, che prende le armi volontariamente per difendere la libertà, guidato da un leader carismatico non solo sociale ma anche politico e, ovviamente, militare.
Ritornato a Roma, Michelangelo lavorò presso la corte papale dove realizzò moltissimi capolavori come la tomba di Giulio II. Ma l’opera per cui il Buonarroti divenne famoso anche nella pittura è la Cappella Sistina.
Un’opera magnifica. Non ci sono altre parole per descriverla. Il tema religioso la fa da padrone, la Genesi, la creazione dell’Uomo e il Peccato Originale sono alcuni degli episodi rappresentati in questo capolavoro dell’arte pittorica. Le dita di Dio e di Adamo che, mano a mano che ci si avvicina con lo sguardo, si sfiorano fino a toccarsi in un gesto delicato ma pieno di “pathos” memore dell’esperienza neoplatonica. “Senza aver visto la Cappella Sistina non è possibile formare un’idea apprezzabile di cosa un uomo solo sia in grado di ottenere”, questa frase di Goethe è quanto mai chiara e perfettamente adatta a esprimere ciò che chiunque pensi nel momento in cui ammira quest’opera, frutto del genio italiano.
Tommaso Lunardi



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1 commento

  1. La consapevolezza della magnificenza di Michelangelo mi inorgoglisce come uomo e come Italiano. Cerco di trasmetterla ai miei figli affinché possano cogliere anche loro il senso più profondo dell’arte.

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