Roma, 28 dic – Nel suo fondamentale scritto “La vita di Hegel“, il suo allievo Rosenkranz riporta le seguenti parole del maestro: “È proprio della più alta cultura di un popolo il poter esprimere tutto nella propria lingua. I concetti che noi esprimiamo con parole straniere sembrano avere per noi qualcosa di estraneo, che non ci appartiene propriamente e immediatamente”. Lo Hegel è nel vero. Parlare la propria lingua non è un vezzo, né una semplice forma di autarchismo linguistico. Significa, al contrario, essere parti integranti della propria storia, della propria civiltà, della propria cultura. Senza la lingua, non v’è la cultura, né il radicamento, dei popoli. Che sarebbe di noi Italiani senza la lingua di Dante e di Machiavelli, di Gioberti e di Manzoni?

In quest’ottica, non desta maraviglia che tra le tendenze fondamentali del turbomondialismo sradicato e sradicante vi sia anche, e non in posizione marginale, l’annichilimento delle lingue nazionali, svalutate come grette e provinciali. I signori globalizzatori del competitivismo senza frontiere aspirano a sostituire le lingue nazionali dei popoli – scrigni della loro civiltà e della loro storia – con il gergo anonimo dei mercati apolidi, con la neolingua globalista della finanza, con l’aprospettico idioma del cosmomercatismo post-identitario (e post-democratico). Obiettivo? Distruggere le comunità nazionali solide e solidali e rimpiazzarle con il nuovo “sistema della atomistica” (Hegel) dei consumatori sradicati e anglofoni, incapaci di intendere e di parlare altra lingua che non sia l’inglese amorfo e anonimo dei Mercati.

In luogo dei popoli radicati nella propria storia e nella propria identità, l’apparato tecnocapitalistico sta generando masse acefale di pecoroni cosmopolitici, anonimi e sempre più incapaci di parlare la propria lingua nazionale, pronti anzi a deridere e a schernire chi ancora non abbia giurato fedeltà al lessico anglofono dei mercati e si ostini a parlare la lingua che fu di Dante e del Machiavelli. Contro questa esiziale tendenza, occorre senza ambagi e con forza difendere la nostra veterolingua italica. Resistere al turbomondialismo vuol dire anche resistere alla neolingua dei mercati quale viene diffusa urbi et orbi dalle serie televisive americane e dalle reti sociali.

Diego Fusaro

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