Roma, 18 nov – Nel giro di poche settimane il quadrante indo-pacifico è precipitato in una nuova stagione di tensione strategica. Non si tratta della consueta frizione tra Pechino e Washington, ma di uno scontro sempre più diretto tra Cina e Giappone, due potenze che hanno alle spalle memorie storiche inconciliate e che oggi si misurano su Taiwan, sulle rotte del Pacifico e sul terreno ideologico. L’innesco è arrivato dalla nuova premier giapponese Sanae Takaichi, che in Parlamento ha affermato che un eventuale attacco cinese a Taiwan potrebbe essere considerato una «minaccia esistenziale» per il Giappone, legittimando una risposta militare. Una dichiarazione che nessun leader giapponese aveva mai pronunciato apertamente.
La nuova leadership di Tokyo rompe gli indugi
La reazione di Pechino è stata immediata e brutale. Taiwan è il cuore simbolico e politico del revanscismo di Xi Jinping: una “provincia ribelle” da riportare sotto il controllo di Pechino anche con l’uso della forza. Sentire un vicino storico come il Giappone evocare l’ipotesi di intervenire militarmente rappresenta per la Cina una linea rossa violata. Da qui l’escalation: minacce, insulti personali, ritorsioni economiche, avvertimenti militari e un linguaggio diplomatico tornato ai livelli più duri dell’era Xi. Nelle ultime ore infatti la Guardia Costiera cinese ha annunciato un “pattugliamento” nelle acque delle isole Senkaku, territorio controllato dal Giappone ma rivendicato dalla Cina. È un gesto che negli ultimi anni si è ripetuto con una ritualità quasi prevedibile, ma stavolta arriva mentre la crisi politica è già in atto. Pechino ha voluto inviare un segnale: lo spazio marittimo attorno a Taiwan e alle Senkaku è una zona grigia in cui la Cina può aumentare la pressione senza oltrepassare la soglia di uno scontro diretto. Accanto alla dimensione navale è tornata alla ribalta la retorica della “diplomazia del guerriero lupo”. Un console cinese a Osaka ha scritto sui social che la premier giapponese «meriterebbe la decapitazione», dichiarazione poi rimossa ma sufficiente a far intervenire il governo giapponese. I media statali hanno definito Takaichi una «strega malvagia», accusata di provocare deliberatamente l’odio tra i due popoli, mentre la China Central Television ha avvertito che i leader giapponesi «si stanno scavando la fossa». È un linguaggio che dice molto della postura cinese: quando Xi Jinping vuole segnalare determinazione, lascia che i suoi apparati comunichino con brutalità.
Una crisi di Taiwan è una crisi del Giappone
Il passo di Takaichi non è un incidente isolato né un calcolo retorico. È la traduzione politica di una dottrina che da anni circola nei circoli conservatori giapponesi: una crisi di Taiwan è una crisi del Giappone. L’isola si trova lungo rotte commerciali vitali per l’arcipelago, a poco più di mille chilometri dalle sue coste, e rappresenta il cuscinetto strategico che impedisce alla proiezione navale cinese di aprirsi verso il Pacifico settentrionale. Per questo Tokyo sta aggiornando la propria postura di sicurezza, abbandonando lentamente la tradizionale cautela post-bellica. Takaichi non ha ritirato le sue parole ma ha lasciato intendere che non le ripeterà oltre. Tuttavia il segnale è già arrivato: il Giappone non intende più nascondersi dietro formule vaghe. La transizione è iniziata e la Cina lo ha capito benissimo. Nel frattempo, Taiwan continua a essere il punto di attrito quotidiano. In 24 ore, il ministero della Difesa di Taipei ha registrato trenta velivoli cinesi, sette navi e vari droni intorno all’isola. È il metodo con cui la Cina intende indebolire psicologicamente e militarmente l’isola senza oltrepassare la soglia dell’incidente irreversibile. Taiwan vive da anni in un regime di sorveglianza permanente, una pressione che serve a normalizzare la presenza militare cinese e a ricordare all’isola — e al mondo — che il tempo della riunificazione, secondo Pechino, non è più indefinito.
La Cina che emerge dal quarto plenum
Il Quarto Plenum del Comitato centrale, riunitosi a Pechino dal 20 al 23 ottobre 2025, è stato molto più di un semplice passaggio procedurale. È il luogo in cui Xi Jinping ha voluto fissare le linee guida del 15° Piano quinquennale (2026-2030), il documento che orienterà priorità economiche, industriali e politiche del Paese per i prossimi anni. Le fonti internazionali che hanno seguito da vicino i lavori — dal think tank ISPI ai media finanziari e regionali — convergono su un punto: il Plenum è servito a Xi per ribadire che, nonostante la stagnazione economica e le tensioni interne, l’agenda della “modernizzazione socialista” rimane vincolata alla sua leadership personale. In questo contesto, il 15° Piano quinquennale ha assunto un valore politico oltre che economico: compensare il rallentamento dei consumi interni, ridefinire il rapporto con un mercato statunitense sempre più ostile, gestire la riconversione industriale richiesta dalle “nuove forze produttive” volute da Xi e, soprattutto, rassicurare l’apparato statale in un momento in cui le purghe hanno colpito duramente i ranghi dell’Esercito popolare di liberazione. La gestione della crisi con il Giappone, con tutta la sua carica simbolica e nazionalista, si inserisce perfettamente in questo quadro: mostra a quadri, ufficiali e opinione pubblica che il Partito è unito e pronto ad affrontare pressioni esterne.
La crisi sino-giapponese letta dalla Russia
Ma la crisi sino-giapponese ha, ovviamente, anche una dimensione simbolica e ideologica che coinvolge la Russia. Il recente dossier del Ministero degli Esteri russo — una lunga requisitoria contro Italia, Germania e Giappone — accusa Tokyo di far parte di un nuovo blocco occidentale “revisionista” che starebbe «riscrivendo la Storia» e indebolendo l’eredità antifascista del dopoguerra. La logica è chiara: se l’“antifascismo” è il metro di giudizio della legittimità internazionale, chi non aderisce alla narrativa storica russa diventa automaticamente un nemico. In questa cornice, il Giappone che rivede la propria dottrina militare, che prende posizione su Taiwan e che si allinea al fronte occidentale viene iscritto da Mosca nella categoria degli Stati “revanscisti”. Pechino, pur evitando di riprodurre in maniera identica la retorica russa, utilizza un frame simile: Takaichi diventa l’emblema di un Giappone aggressivo, manipolato dall’Occidente e pronto a interferire nei “processi interni” cinesi. Così la crisi diplomatica diventa anche una crisi narrativa. Per la Cina e per la Russia, il ritorno del Giappone sulla scena strategica è un segnale di tre tendenze convergenti: il rafforzamento del campo occidentale in Asia, il riarmo giapponese che rompe i tabù del dopoguerra, e la formazione di un nuovo clima politico dove la memoria viene usata come arma di pressione.
L’Europa che si affaccia su Taiwan
Per anni l’Europa ha osservato la crisi dello Stretto con un distacco prudente, convinta che la stabilità indo-pacifica fosse affare di Washington e che la Cina, nonostante tutto, restasse un partner economico troppo importante per essere irritato. Questa fase è però finita. Complice la guerra in Ucraina, la crescente assertività cinese e la ridefinizione degli equilibri globali, vari Paesi europei hanno iniziato a riconsiderare Taiwan come tassello strategico e non più come “periferia asiatica”. È quanto si è visto alla recente Taipei Aerospace and Defence Technology Exhibition, dove la presenza europea — dalla Repubblica Ceca alla Germania fino ad Airbus — ha segnato un cambio di postura evidente. Parallelamente, Taipei ha rafforzato la propria capacità di deterrenza, aumentando la spesa militare e puntando a infrastrutture resilienti per resistere a un eventuale attacco cinese. In questo quadro, anche l’Italia ha fatto un passo simbolico ma significativo con la visita della delegazione parlamentare guidata da Adriano Paroli. Tutto indica che l’Europa stia lentamente tornando in campo: non per schierarsi in un blocco, ma per evitare di essere schiacciata tra una Cina sempre più assertiva e un’America sempre più imprevedibile. Taiwan diventa così il banco di prova del nuovo ruolo europeo nel mondo futuro.
Un’unica grande faglia
In definitiva, la crisi tra Cina e Giappone non è un incidente isolato né un semplice episodio della competizione indo-pacifica: è il sintomo di un ordine asiatico che si sta sgretolando e ricomponendo sotto nuove forme. Tokyo abbandona la prudenza del dopoguerra, Pechino usa la pressione militare per consolidare consenso interno, Mosca rilegge tutto attraverso la propria ossessione antifascista ed Europa e Taiwan entrano, per necessità, in un gioco più grande di loro. È il preludio di un mondo in cui le crisi regionali non restano più regionali e in cui le fratture ideologiche, economiche e strategiche si sovrappongono fino a diventare un’unica grande faglia. In Asia orientale, quella faglia passa oggi tra Tokyo, Pechino e Taipei — e il modo in cui verrà gestita dirà molto della stabilità, o dell’instabilità, del prossimo decennio.
Sergio Filacchioni