Roma, 18 nov – Sono trascorsi quasi otto anni dal brutale omicidio della 18enne Pamela Mastropietro. La giovane venne stuprata, accoltellata a morte e fatta a pezzi in un appartamento a Macerata, dove viveva il nigeriano clandestino Innocent Oseghale, già cacciato dal sistema ordinario dell’accoglienza per questioni legate allo spaccio di droga e già destinatario di un decreto di espulsione. Come più volte ha spiegato Alessandra Verni, mamma della giovane Pamela, le indagini erano state chiuse in fretta. Non prendendo in considerazione i possibili complici di tale mattanza, le schiaccianti intercettazioni presenti nel fascicolo d’inchiesta, le connivenze locali e quelle della mafia nigeriana.
Le indagini? Chiuse troppo in fretta
Sono finiti nel cestino anche i vari esposti depositati in procura dalla famiglia della vittima. Dopo il dissequestro dell’appartamento di via Spalato, Alessandra volle visitare la scena del crimine. Trovò degli oggetti personali appartenuti a Pamela, tra questi una scatola con il suo nome scritto sulla sommità, che non erano stati requisiti dagli inquirenti. È lecito chiedersi perché le indagini non vengano riaperte. Potrebbero essere ancora liberi sul territorio nazionale i possibili complici di Oseghale, il quale difficilmente è riuscito a portare a termine un tale massacro senza aiuti.
Non dimentichiamo che, pure mediaticamente, l’omicidio di Pamela è stato velocemente sepolto dalla manifestazione antirazzista della sinistra, scesa in piazza in seguito alla sparatoria a Macerata perpetrata da Luca Traini. C’è anche una particolare circostanza: come ha riportato il Corriere Adriatico, dei sei africani feriti dal marchigiano si sono perse completamente le tracce.
Nel marzo scorso, Alessandra Verni si è recata al carcere di Ferrara dove è recluso Oseghale: “Ci sono andata come era vestita Pamela, con un maglietta con il suo corpo depezzato e con gli stessi capelli che aveva mia figlia l’ultimo giorno in cui lui l’ha vista“. A differenza di quanto scritto dalla stampa, Alessandra non è andata in carcere per offrire il perdono a Oseghale. Ma per cercare di fargli confessare i nomi di tutti coloro che hanno avuto un ruolo nell’omicidio della figlia. Anche in vista della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, abbiamo voluto dare voce alla mamma di Pamela perché giustizia sia fatta.

L’intervista ad Alessandra Verni, mamma di Pamela Mastropietro
Dall’omicidio di Pamela, Alessandra stai chiedendo con determinazione verità e giustizia. Solo Innocent Oseghale è stato condannato all’ergastolo mentre tutte le altre posizioni dei presunti complici sono state archiviate. Sembrerebbe che le investigazioni siano state chiuse con una frettolosità sospetta.
È fondamentale continuare a chiedere verità e giustizia per Pamela. La condanna di Innocent Oseghale all’ergastolo, anche se abbiamo affrontato sei gradi di cui tre Cassazioni, è un passo, ma è inaccettabile che le posizioni dei presunti complici siano state archiviate senza un’indagine approfondita. È fondamentale che le autorità riaprano le indagini sui complici e su chi protegge questi individui. Inoltre, è indispensabile che svolgano un’inchiesta seria per fare luce su tutte le responsabilità e garantire che la giustizia venga veramente garantita. Su un caso, definito un “unicum” della criminologia negli ultimi 50 anni, non si deve tralasciare nulla, neanche una semplice segnalazione. Oseghale, già raggiunto da un decreto di espulsione e che viveva di espedienti, come ha fatto ad avere due avvocati di fiducia, sei o sette consulenti e arrivare a richiedere una terza Cassazione con ricorso straordinario?

La colpevolizzazione secondaria
Come più volte hai affermato, Pamela è stata vittima della cosiddetta colpevolizzazione secondaria e voi, come famiglia, siete stati quasi ghettizzati da stampa e istituzioni. Secondo il tuo parere, quali sono i motivi?
Spesso, se il carnefice è un immigrato clandestino, alcune istituzioni hanno paura di parlarne e di scendere in piazza in solidarietà delle vittime. Il motivo è che andrebbero contro quei delinquenti scappati da altre Nazioni e, quindi, salterebbe la loro complicità morale con tali individui. Una complicità volta solo al potere, ai soldi e forse a qualche voto in più. Questo riflette una cultura più ampia di avversione verso le vittime di serie B e di mancanza totale di empatia, dove le vere responsabilità vengono oscurate. Lasciando la famiglia a soffrire ulteriormente.
Il progetto “Bosco rosso”
In nome di Pamela, hai costituito un’associazione che si occupa anche di difesa personale, hai organizzato con altri familiari una manifestazione a Roma, hai appoggiato il progetto “Bosco rosso”. Quali ostacoli hai incontrato?
Costituire un’associazione in nome di Pamela è stata una risposta alla tragedia e una sorta di rinascita, sia di Pamela sia mia. Ho incontrato resistenza da parte di alcune istituzioni e ho notato la mancanza di un supporto concreto. La manifestazione a Roma ha avuto un significato profondo ma è stato difficile mobilitare le persone. Purtroppo, non abbiamo il potere mediatico e istituzionale di alcuni che riescono a far scendere in piazza milioni di persone per giorni per motivi però non inerenti alle grandi problematiche di violenze che viviamo quotidianamente in Italia.
Il progetto “Bosco rosso”, del quale sono tra le testimonial, è un altro modo per aiutare concretamente le persone a vivere i parchi della nostre città in sicurezza. Senza dover fronteggiare violenza, spaccio di droga a cielo aperto e aggressioni. Notizie di questo genere sono ormai una consuetudine a cui però non ci dobbiamo rassegnare. Sicuramente abbiamo bisogno di più sostegno da parte di tutta la comunità.

Ostacoli e boicottaggi
Transfemministe e sinistra hanno cercato di boicottare le presentazioni del libro “Le vite delle donne contano” anche quando era indicata la tua presenza. Cosa vorresti dire a queste persone?
A coloro che hanno cercato di boicottare le presentazioni del libro “Le vite delle donne contano” di Francesca Totolo, vorrei dire che la mia esperienza e quella di altre donne devono essere ascoltate. Gli sforzi per silenziare le voci delle vittime e dei loro familiari non fanno altro che perpetuare e alimentare la cultura della violenza. È importante unirsi per affrontare questi temi, piuttosto che ostacolare chi cerca di fare la differenza raccontando la verità.
Quali sono i tuoi prossimi progetti in ricordo di Pamela?
I miei prossimi progetti in ricordo di Pamela includono continuare a sensibilizzare su temi delle sicurezza e della difesa personale. Poi estendere le attività dell’associazione e collaborare con altre iniziative che promuovono il rispetto e la dignità della vita.
Francesca Totolo