Roma, 11 dic – Questa settimana, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha riacceso i riflettori sull’annosa questione della separazione delle carriere dei magistrati, grande chimera di ogni garantista che si rispetti: se ne parla da oltre trent’anni, da quando, col passaggio dal rito inquisitorio a quello accusatorio il Pubblico Ministero è diventato, almeno sulla carta, una parte processuale al pari del difensore dell’imputato.

La riforma dell’art. 111 e la separazione delle carriere

Da allora, lo scranno del Pm ha cambiato posto nelle aule di Giustizia – non più accanto ma di fronte a quello del giudice, di fianco al difensore – l’art. 111 della Costituzione è stato emendato per riaffermare che “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale”, ma, nei fatti, il Pubblico Ministero e il giudice continuano ad appartenere al medesimo ordinamento, ad accedere alla funzione mediante il medesimo concorso, ad avere il medesimo organismo di autogoverno – il Consiglio Superiore della Magistratura – e a mantenere una promiscuità tale da poter addirittura concedersi, a piacimento, un inaccettabile andirivieni tra la funzione requirente e quella giudicante.

La questione è molto semplice: se il giudice e il pubblico ministero sono colleghi, in che modo si potrà mai realizzare quella “condizione di parità” cui rimanda l’art. 111 della Costituzione tra accusa e difesa? Insomma, nelle parole di Nordio non c’è alcunché di rivoluzionario ma una semplice presa d’atto: bisogna adeguare l’ordinamento giudiziario al dettato costituzionale

L’esempio di Giovanni Falcone

Già Giovanni Falcone, che aveva ravvisato enormi criticità sul punto all’indomani dell’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, in tempi non sospetti, affermava: “Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa… Nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri”.

Parole chiarissime che non si prestano a interpretazioni, nonostante, negli anni, esimi ex colleghi del magistrato ucciso a Capaci – Pietro Grasso ex multis –, quasi tutti ex Pm (o magistrati in aspettativa) prestati alla politica, abbiano tentato di manipolarle parlando di contesto e storicizzazione come dei Puente qualunque.

Un problema di privilegi?

Allora, se la questione è così chiara, perché una parte della politica si oppone così strenuamente alla realizzazione di una riforma in tal senso? Perché proposte di legge – come quella di iniziativa popolare dell’Unione delle Camere Penali Italiane che raccolse le firme di oltre 70mila cittadini – giacciono dimenticate in Parlamento da anni? No, non c’entra niente l’indipendenza del pubblico ministero.

Il problema non è sottrarre la pubblica accusa al controllo dell’Esecutivo e scongiurare pericolose commistioni tra poteri, evitabilissime congegnando un adeguato sistema di paratie stagne (la proposta Ucpi, ad esempio, prevede l’istituzione di un Csm per la magistratura requirente diviso da quello della magistratura giudicante ma parimenti indipendente).

Il problema è che, semplicemente, salve rarissime eccezioni, la magistratura è compatta nella lotta per preservare i propri privilegi. E quello di poter ricoprire indifferentemente nel corso della carriera la funzione requirente e quella giudicante, è un privilegio a cui proprio non vogliono giudicare.

Il caso Palamara

La magistratura, in particolare quella requirente, è la vera casta e – come ha spiegato diffusamente il decaduto sovrano assoluto di Giudici e Pm della penisola, Luca Palamara – si mette al servizio dell’altra casta, la politica, in un continuo do ut des. Nel suo libro intervista Palamara ha spiegato come il sistema da lui descritto, per funzionare, abbia bisogno di un partito, di una procura e di un giornale.

Secondo la ricostruzione dell’ex Pm, la procura e il giornale si mettono, all’occorrenza, al servizio del partito ma, se necessario, il partito deve essere pronto alle barricate per difendere gli interessi della magistratura. Ora, qual è il partito che, più di tutti, osteggia la separazione delle carriere? E perché proprio il Pd?

Dalila Di Dio

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