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Roma, 18 nov – L’emigrazione italiana, che riguardò dapprima il settentrione e successivamente anche le regioni meridionali della penisola, si concentrò, a partire dalla fine del XIX secolo, soprattutto verso le Americhe, grandi distese di terre vergini con necessità di manodopera.
Nella sterminata colonia portoghese la presenza italiana è riscontrabile già dal XVI secolo con un massiccio incremento a partire dal 1875 quando in Brasile, fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, si registrò la presenza di 750mila italiani. Qui la comunità italiana agì inevitabilmente nella trasformazione della società, dall’abolizione della schiavitù, all’espansione della frontiera agricola, dal consolidamento dell’economia d’esportazione, all’industrializzazione. Il Brasile era considerato dagli italiani in cerca di fortuna, una mèta prestigiosa per la quantità di terra da coltivare e per le condizioni vantaggiose del trasferimento dal momento che il governo di Rio, per richiamare in Brasile interi nuclei familiari piuttosto che singoli, si faceva carico dei costi della traversata. Del resto l’attrazione di manodopera dall’Europa era favorita dalle classi dirigenti brasiliane che per alimentare un processo di crescita verso l’esterno (fondato sull’esportazione di caffè) necessitavano di mettere a coltura le terre, sottraendole agli indios, introducendo manodopera straniera in un territorio sterminato e a bassissima densità demografica. Tale fenomeno viene accelerato dall’abolizione della schiavitù nel 1888 e dal passaggio dalla monarchia alla repubblica con la concentrazione del potere nei rappresentanti dell’élite del caffè. A causa delle misere condizioni di vita nelle fazendas, gli italiani sono costretti ad abbandonare le piantagioni per confluire nelle città brasiliane, soprattutto nello stato di San Paolo dove promuovono lo sviluppo demografico e urbano di molti centri della rete caffeicola. San Paolo diventa, dalla fine degli anni ’90 dell’800, la “città italiana”, con al suo interno interi quartieri ospitanti precise realtà regionali italiane. Muratori, artigiani, commercianti, lustrascarpe, strilloni, gli italiani nella città brasiliana, si inserirono in diversi settori occupazionali monopolizzandone alcuni, per esempio il commercio ambulante o al minuto: nel 1894 a San Paolo su 14mila esercizi, quasi 8mila erano di proprietà di italiani.
È proprio in questo contesto che avrà inizio l’incredibile scalata imprenditoriale di Francesco Matarazzo, l’emigrante campano a capo del più grande, consolidato e redditizio impero industriale dell’America Latina.
Francesco Matarazzo nasce a Castellabate in provincia di Salerno il 9 marzo 1854, primogenito di nove fratelli. La famiglia fa parte di quella piccola borghesia che annovera professionisti, proprietari terrieri e esponenti di piccole famiglie nobiliari. Il padre Constabile, infatti, è un noto avvocato, proprietario terriero, sposato alla nobildonna Mariangela Jovane, appartenente ad un’antica famiglia di Cava de’ Tirreni. Nel 1873 la prematura morte del padre costringe Francesco, diciannovenne, a interrompere gli studi per dedicarsi agli affari di famiglia: la crisi postunitaria e quella più generalizzata dell’agricoltura meridionale avevano ridotto i possedimenti e le rendite della famiglia. Appena ventisettenne l’erede Matarazzo, sposato con Filomena Sansivieri e padre di due dei suoi tredici figli, decide di imbarcarsi per il Brasile seguendo il consiglio di un suo conterraneo diretto a Sorocaba, vicino a San Paolo. Nel suo primo viaggio porta con sé un carico di strutto di maiale per avere fin da subito un prodotto da commerciare. Purtroppo durante il trasporto del carico dalla nave alla banchina, la merce affonda. Francesco decide così di raggiungere il suo conterraneo a Sorocaba e di avviare la vendita di prodotti alimentari di prima necessità. Nel frattempo lo raggiungono la moglie e i due figli: è il 1882, Francesco Matarazzo ha 28 anni e la sua avventura finanziaria è alla sua prima decisiva svolta.
La scalata di questo emigrante campano, infatti, prende avvio grazie a due geniali intuizioni che gli permettono di imporsi sulla concorrenza. A quel tempo il Brasile importava stabilmente dagli Stati Uniti lo strutto, indispensabile per la conservazione degli alimenti. Ecco allora che Francesco Matarazzo rivoluziona tale abitudine avviando la produzione e la vendita del grasso animale in un locale attiguo al suo emporio abbattendo i costi dell’importazione dall’estero. La seconda intuizione riguarda la distribuzione dello strutto. Perché venderlo con l’ausilio di grandi casse di legno con il rischio che marcisca? Matarazzo introduce l’utilizzo della lattina di metallo per aumentare la durabilità del grasso e al contempo permettere agli acquirenti di comprarne quantità più agevoli. La produzione Matarazzo inizia così un rapido decollo che trova impulso dall’intenso sviluppo economico del paese successivo alla proclamazione della Repubblica degli Stati Uniti del Brasile nel 1889.
Trasferitosi a San Paolo nel 1890, inizia la seconda fase imprenditoriale che vede la creazione, con i fratelli nel frattempo giunti in Brasile, della Matarazzo & Irmãos, sciolta nel 1891 e trasformata nella Compagnia Matarazzo spa, con 43 azionisti. Nel 1900 il fatturato annuo si aggirava intorno ai 2000 contos de réis (2 miliardi di lire), ma Matarazzo non aveva alcuna intenzione di arrestare la sua crescita. Per far fronte alla scarsità di farina fonda il Mulino Matarazzo situato nel quartiere operaio di San Paolo, Brás che attrezzato con macchine inglesi, raggiungeva una media giornaliera di 7000 sacchi di farina e 3000 di crusca. Al suo interno sorgeva un’officina di riparazioni trasformata nel 1902 nella Metalúrgica Matarazzo e una fabbrica per la realizzazione di sacchi per la farina che, ingrandita e localizzata sempre nel Brás, nel 1904 diventa la fabbrica di tessuti Mariangela con 2200 telai e 60milq fusi.
Gli interessi di Francesco Matarazzo si estendono anche in campo finanziario tanto che nel maggio 1900, considerato un importante esponente della nuova borghesia capitalista di San Paolo, fonda con altri italiani la Banca commerciale Italiana di San Paolo con capitale 2000 contos diviso in 10mila azioni (delle quali 400 azioni di sua proprietà e 600 sottoscritte da quattro fratelli e da due figli maggiori).
Nel 1911 a seguito di trattative e fusione con altri istituti bancari, Matarazzo scioglie il suo legame con gli altri imprenditori italiani concorrenti nello stesso settore industriale e trasforma la sua azienda nella società anonima Indústrias Reunidas Fábricas Matarazzo (IRFM), diventandone il presidente e acquisendone la totalità delle azioni.
Mai dimentico delle sue origini, durante la Grande Guerra torna in Italia dove coordina l’approvigionamento delle truppe e della popolazione civile trasportando oltre 10milamuli dal Brasile per l’artiglieria degli alpini. Per il servizio prestato, nel 1917 viene insignito da Vittorio Emanuele III del titolo di conte. Al rientro in Brasile riprende la guida dell’IRFM momentaneamente affidata al figlio Ermelino, creando nel 1919 la Società Paulista di Navigazione Matarazzo Itda con lo scopo di facilitare la circolazione e l’esportazione della produzione e acquistando la Companhia Metalgráfica Aliberti, rinominata Metalgráfica Matarazzo dando origine ad un moderno stabilimento grafico. Tra il 1920 e il 1930 Matarazzo estende le IRFM in altre zone di San Paolo rilevando da una società produttrice di birra una vasta area chiamata Água Branca situata ad ovest della città, in cui costituisce il primo parco industriale del Brasile. Vi si trasferiscono le fabbriche di strutto, sapone, candele, glicerina, chiodi, olio cotone, insetticidi, profumi, raffinerie di zucchero e sale, i laboratori chimici, la segheria e vi si aggiunge un’officina meccanica. Per facilitare il commercio il parco viene collegato con una propria linea ferroviaria a Sorocabana. Seguendo i principi di integrazione verticale e diversificazione industriale l’impero Matarazzo si consolida ulteriormente ramificandosi anche negli Usa e in Europa.
Il progetto di Matarazzo che prevedeva il trasferimento della gestione imprenditoriale al figlio Ermelino si interrompe bruscamente nel 1920 quando questi rimane vittima di un incidente stradale in Italia. Questo tragico avvenimento dà avvio allo sdoppiamento del gruppo tra i componenti della famiglia: erede del ramo principale viene nominato il figlio Francesco Junior detto Chiquinho, decisione questa alla base delle successive discordie familiari.
Nel 1926 il prestigio sociale del capostipite raggiunge i massimi livelli infatti, su diretta indicazione di Benito Mussolini, viene dichiarata l’ereditarietà del titolo di conte. Dal 1930, a seguito del crollo di Wall Street e al colpo di Stato in Brasile ad opera di Getúlio Vargas, l’IRFM perde alcuni monopoli industriali, ma prosegue l’opera di espansione nel territorio aprendo in tutto il Brasile fabbriche di diverso genere.
Il 10 febbraio 1937, dopo due giorni di agonia, Francesco Matarazzo, che avrebbe compiuto 83 anni il mese successivo, muore lasciando dietro di sé un impero di 365 fabbriche che davano lavoro a 600 tecnici, 2000 impiegati e 25mila operai. Il suo funerale viene seguito a San Paolo da oltre 100mila persone.
Il figlio Chiquinho conduce le IRFM per altri quattro decenni, ma a partire dal 1969 inizia un inarrestabile declino che, dopo la dichiarazione di fallimento per alcune fabbriche del gruppo nel 1983, si conclude nel 1996 con la distruzione di Villa Matarazzo sull’Avenida Paulista, fatta esplodere dagli eredi per lasciare spazio alla speculazione edilizia.
Francesco Matarazzo, il self made man del Brasile, è ancora oggi sinonimo di dedizione al lavoro e di successo oltre che di attaccamento alla madre patria, egli infatti adottò sempre una gestione aziendale di stampo paternalistico preferendo assumere dipendenti italiani, soprattutto meridionali.
Seppur non fu mai un tesserato del PNF, Francesco Matarazzo dimostrò una grande ammirazione per il Duce diventando uno dei massimi finanziatori del partito. Alla sua morte fu commemorato alla Confederazione fascista degli industriali dal conte Giuseppe Volpi di Misurata.
Uomo onesto, sempre legato alle sue origini, non volle mai naturalizzarsi brasiliano, ma rivendicò per tutta la vita con orgoglio le sue radici italiane lasciando in eredità ai successivi emigranti italiani il prezioso esempio della sua vita.
Isadora Medri





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