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Ghedi
Un Republic F-84F “Thunderstreak” dei Diavoli Rossi

Ghedi, 7 dic – Se si parla di “Diavoli Rossi” da più di 30 anni a questa parte viene in mente il Tornado, ma la storia del 6° Stormo comincia ben prima dell’ingresso in servizio del cacciabombardiere multiruolo dell’Aeronautica Militare. Il Primato Nazionale recentemente è stato in visita nella casa dei “Diavoli Rossi” a Ghedi e vi raccontiamo la loro storia.

Il reparto viene infatti costituito nel 1936 sull’aeroporto di Campoformido (Ud) dove rimane sino allo scoppiare degli eventi bellici avendo in forza i Fiat CR 32, CR 42 e G 50. Le vicissitudini della Seconda Guerra Mondiale portano lo Stormo a combattere su quasi tutti i fronti: dall’Africa all’Albania, dopodiché, dopo l’armistizio dell’8 settembre , viene inquadrato nella Aeronautica Nazionale Repubblicana della R.S.I.
Sciolto al termine della guerra viene ricostituito solo nel 1951 presso l’aeroporto di Treviso-Istrana per poi spostarsi sull’attuale base di Ghedi (Bs) dove rimarrà sino ai giorni nostri.
L’aeroporto di Ghedi rappresenta uno dei più antichi d’Italia: nasce infatti nel 1915 pochi anni dopo che vennero conseguiti i primissimi brevetti di volo dai piloti italiani (1909), e venne intitolato al Ten. Luigi Olivari, compagno d’arme di Francesco Baracca e deceduto come lui nel 1918. Fu lo stesso Gabriele D’Annunzio a tenere a battesimo l’aeroporto nel 1921; il Vate così recitava il 29 giugno di quell’anno nel giorno della commemorazione: “Questo campo di Ghedi cimento e tempra di eroiche giovinezze devote all’olocausto infinito e oggi riconsacrato nel puro nome di Luigi Olivari e nello splendore dei suoi puri occhi che non tra gli uomini e non tra le aquile ebbero eguali nel fissare il sole e la morte”. L’assetto attuale della pista così come la conosciamo oggi, però, lo si deve all’occupazione tedesca durante il secondo conflitto mondiale: il nucleo originario dell’aeroporto infatti, con la sua pista in erba, è attualmente nella parte nord della base dove è ancora visibile l’impianto originario delle strade interne. La parte sud, quella dell’attuale pista di decollo e il gemello aeroporto civile di Brescia-Montichiari, furono costruiti dai tedeschi nel 1943, con il nome di Ghedi 1 e Ghedi 2 (Montichiari). Proprio in questi ultimi anni di guerra nasce il mito, che dura tutt’ora, dei “Diavoli Rossi”: la caricatura di un comandante del 2° Gruppo Caccia dell’ANR, dotato di naso aquilino e mento prominente, comincia a comparire disegnata sul muso dei caccia Fiat G 55 “Centauro” e sui Messerschmitt Me 109 G  in forza al Gruppo. La lotta nei cieli italiani in quegli anni è impari: gli alleati hanno il pressoché totale dominio dell’aria ma questo non impedisce ai piloti dell’ANR di decollare, tra le mille difficoltà rappresentate dalla carenza di rifornimenti e dalle incursioni dei bombardieri, e battersi con valore. Si ricorda, ad esempio, l’eroico sacrificio del M.llo pilota Fausto Fornaci dei “Diavoli Rossi”, caduto nella zona tra Verona e Vicenza dopo una impari lotta contro dodici Republic P-47 “Thunderbolt”. Dopo la guerra, dicevamo, arriva il 6° Stormo ed eredita il soprannome del 2° Gruppo Caccia, che resta sino ai nostri giorni: in questo periodo storico a Ghedi si possono vedere i Republic F-84 E/F che saranno sostituiti nel 1963 dai Lockheed F-104 “Starfighter” nelle sue varie versioni costruite su licenza dalla Fiat-Aeritalia.

Ghedi
Un Tornado del 6° Stormo in rullaggio a Ghedi

Il 1982 è l’anno dell’arrivo a Ghedi dei Tornado, che inizialmente erano distribuiti anche sugli aeroporti di Piacenza-S.Damiano e Gioia del Colle. Ora, dopo la recente chiusura del 50° Stormo di Piacenza e quella del 36° avvenuta nel 2008, tutta la flotta dei Tornado dell’Aeronautica Militare ha sede qui, e comprende tre gruppi operativi: il 102° con compiti addestrativi, il 154° ed il 155° (il 156° proveniente dal 36° Stormo è stato posto in posizione quadro). I compiti del 6° Stormo così assorbono la totalità di quelli che sono previsti dal Tornado: oltre all’addestramento effettuato dal 102°, è prevista l’interdizione, il bombardamento stand off di precisione, la ricognizione, il supporto aereo ravvicinato (CAS) e l’EWT (Electronic Warfare Tatctical) che svolgevano i velivoli del 155°. Compiti che vengono espletati grazie a una suite di armamenti che va dalle bombe a caduta libera laser-guidate GBU-16 “Paveway II” sino ai missili antiradar AGM-88 HARM oltre che a vari pod per ricognizione e guerra elettronica.

Il Tornado rappresenta, e rappresenterà ancora per qualche anno, la spina dorsale della nostra Aeronautica Militare: si prevede infatti che verrà sostituito a partire dal 2022 con l’F-35, e, a condizione che il “Lightning II” riesca a diventare un sistema d’arma finalmente maturo, se ne prevede il ritiro completo nel 2028. Un meritato riposo per un velivolo che ha fatto la storia dell’aviazione e la storia dell’Aeronautica Militare, dato che è stato utilizzato in numerose operazioni all’estero a partire dalla Guerra del Golfo del 1991 sino ad “ a quella in Libia nel 2011, passando per la Bosnia e l’Afghanistan. Allora saranno passati ben 47 anni da quella mattina di dicembre del 1975 quando il primo prototipo italiano del Tornado fece il suo primo volo decollando dall’aeroporto di Torino-Caselle dimostrando che l’Italia poteva essere competitiva e all’avanguardia nelle costruzioni aeronautiche occidentali, scardinando l’egemonia americana e francese, con una macchina che ancora oggi, grazie alle sue caratteristiche, si fa rispettare nei teatri di guerra sparsi per il mondo.

Paolo Mauri

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