Roma, 24 ago – Giorgia Meloni, non è un mistero, non ha mai nascosto la propria provenienza politica. Nell’intervista concessa a Roger Cohen per il New York Times rivendica gli anni della militanza giovanile, riconosce a Giorgio Almirante di averle insegnato a combattere con dignità anche da una posizione marginale e ricorda la comunità del Movimento sociale italiano nella quale si è formata. Non dissimula le proprie ascendenze e non finge di essere comparsa dal nulla nel 2012, quando nacque Fratelli d’Italia.
È precisamente questa limpidità genealogica che Cohen trasforma nel principale indizio a suo carico. Dietro la presidente del Consiglio europeista, atlantista e disciplinata sui conti pubblici potrebbe nascondersi ancora, scrive, la militante neofascista diciannovenne. La provenienza politica diventa così una sostanza incancellabile: qualcosa che può essere moderato, nascosto o temporaneamente neutralizzato, ma mai davvero superato.
Solo alla Meloni si chiede di disconoscere una genealogia
Ovviamente questo è un criterio che nessuno si sognerebbe di adottare con la stessa disinvoltura nei confronti della sinistra. Una parte consistente della classe dirigente progressista italiana proviene dalla tradizione socialista e comunista, continua a richiamarsi a Gramsci e Berlinguer e non considera la storia del Partito comunista italiano una vergogna da cancellare. Conserva legittimamente figure, simboli, memorie e persino un lessico provenienti da quella vicenda, senza che ciò venga assunto come prova della volontà di instaurare la dittatura del proletariato, abolire la proprietà privata o ricondurre l’Italia nell’orbita di Mosca. Non si tratta di stabilire un’equivalenza morale sommaria fra fascismo, socialismo e comunismo, questo è un lavoro che lasciamo ai tanti Barbero (o Valditara) che popolano l’Italia “culturale”. Si tratta di applicare lo stesso criterio storico alle differenti famiglie politiche. Dovrebbe essere logico, a meno di non voler addossare al Partito Democratico il peso del terrorismo brigatista: una genealogia non coincide con un programma e la fedeltà verso una comunità umana non implica l’adesione integrale alla dottrina che ne accompagnò la nascita. Tutte le tradizioni selezionano la propria eredità, conservandone alcuni elementi e abbandonandone altri. Soltanto alla destra postfascista viene richiesto non di trasformare la propria storia, ma di rinnegarla integralmente come condizione preliminare per essere ammessa nella democrazia.
Un orizzonte che la storiografia ha cercato di chiudere
Ma è il secondo elemento emerso dall’intervista che ha scatenato la polemica, ovvero la definizione del fascismo come periodo «particolarmente complesso». Meloni aggiunge che, se avessimo vissuto quella storia dall’interno, probabilmente l’avremmo percepita diversamente. Per Laura Boldrini e per numerosi commentatori sarebbe una giustificazione del regime. Eppure la frase descrive, in maniera certamente rudimentale, l’operazione preliminare di qualsiasi autentico lavoro storiografico: sospendere temporaneamente il giudizio del presente per ricostruire l’orizzonte di chi visse nel tempo studiato. Noi osserviamo il fascismo conoscendone la conclusione: la guerra persa e la catastrofe nazionale dell’8 settembre. Chi lo vide nascere non possedeva questa conoscenza retrospettiva. Ciò non significa che la violenza non ci fosse, che non esistessero oppositori o che l’ignoranza sul futuro abbia impedito a molte generazioni di italiani di parteciparvi attivamente. Significa che i contemporanei agirono dentro aspettative, conflitti e categorie differenti dalle nostre. Per comprendere perché milioni di italiani riconobbero nel fascismo una promessa di ordine, partecipazione, sviluppo o grandezza nazionale, lo storico deve entrare provvisoriamente in quell’orizzonte. Se si limita a distribuire condanne, accomodandosi sulla posizione privilegiata dei posteri, non spiega più nulla.
La Meloni fa un’operazione elementare: sospendere il giudizio del presente
Paradossalmente è Giorgia Meloni, da premier politica, a compiere il gesto che una parte della storiografia e del giornalismo contemporanei sembra non riuscire più a fare, o tollerare. Comprendere viene scambiato per assolvere; contestualizzare per relativizzare; riconoscere l’esistenza di un consenso per condividerne le ragioni. La storia viene così ridotta a tribunale morale, nel quale il verdetto è già scritto e rimane soltanto da individuare i discendenti degli imputati. Il limite più grave dell’articolo di Cohen emerge proprio qui. Il giornalista adopera continuamente la parola “fascismo”, ma non prova mai a definirla. Il fascismo diventa una presenza spettrale capace di attraversare le generazioni, nascondersi dentro Meloni e riapparire in Le Pen o nell’AfD. Cohen arriva persino a sostenere che, se il fascismo italiano può diventare remoto e irrilevante per il successo politico, lo stesso potrebbe accadere all’Olocausto in Germania e al regime di Vichy in Francia. Un’ideologia, un regime, un genocidio e un’esperienza collaborazionista vengono così compressi dentro un’unica categoria morale. È sorprendente che proprio un giornalista americano ignori una delle più importanti tradizioni americane di studio del fascismo, quella rappresentata da A. James Gregor.
La lezione ignorata di James Gregor
Storico e politologo dell’Università di Berkeley, Gregor dedicò buona parte della propria attività a sottrarre il fenomeno Fascista alle interpretazioni puramente demonologiche. In opere come The Ideology of Fascism, Italian Fascism and Developmental Dictatorship e Mussolini’s Intellectuals, sostenne che il fascismo non fosse un’esplosione irrazionale, una semplice reazione delle classi dominanti o un movimento privo di autentica cultura politica. Per Gregor fu invece una dittatura rivoluzionaria di sviluppo e mobilitazione di massa, dotata di un nucleo ideologico riconoscibile. Le sue origini andavano cercate nel sindacalismo rivoluzionario, nella revisione del marxismo, nel nazionalismo e nell’attualismo di Giovanni Gentile. Il fascismo prometteva di integrare le masse nello Stato, superare il conflitto di classe attraverso la nazione e accelerare la modernizzazione di un Paese ancora relativamente arretrato. Non era il semplice ritorno di un passato reazionario, ma uno dei progetti rivoluzionari, totalizzanti e modernizzatori prodotti dal Novecento.
Le interpretazioni di Gregor sono state senz’altro discusse. Ma proprio perchè la storia non è un catechismo nel quale sostituire un’ortodossia antifascista con la ricerca. Il suo contributo rimane imprescindibile perché obbliga a definire il fenomeno prima di usarne il nome. Consente inoltre di distinguere il fascismo italiano dal nazionalsocialismo e di compararlo, senza identificarlo automaticamente, con le altre dittature rivoluzionarie e modernizzatrici del Novecento.
Cosa rimane quando si identifica veramente il Fascismo?
Se Cohen avesse preso sul serio questa storiografia, avrebbe dovuto formulare una domanda molto diversa. Non «quanto fascismo si nasconde ancora dentro Giorgia Meloni?», ma quali elementi del fascismo storico sopravvivano realmente nella sua politica. La risposta sarebbe assai meno sensazionale. Rimangono una genealogia, alcuni simboli, il linguaggio della nazione, un’etica comunitaria della militanza e una memoria selettiva della tradizione missina. Non rimangono il partito unico, la mobilitazione totalitaria, il corporativismo, l’assorbimento della società nello Stato, la rivoluzione antropologica o la dittatura di sviluppo descritta da Gregor.
L’operazione compiuta da Meloni consiste proprio nel separare la storia della propria comunità dal progetto politico del fascismo. Conserva la marginalità, la disciplina, il sentimento nazionale e l’esempio umano di alcuni protagonisti; abbandona il regime e la sua dottrina. Si può rimproverarle di non esplicitare abbastanza questa distinzione e di rifugiarsi nella parola “complessità” quando sarebbe necessario precisarne il contenuto. Ma non si può pretendere che, per dimostrare la propria appartenenza alla democrazia, debba odiare retroattivamente l’intera comunità dalla quale proviene.
Oltre il giochino del tribunale storico
Il punto quindi è uscire dal giochino del tribunale storico: nessuno deve “assolvere” il fascismo nella stessa misura in cui la Meloni non deve giustificarsi per un passato che non ha vissuto. È più utile tornare a distinguere la comprensione storica dalla scomunica politica. La democrazia italiana non è stata rovesciata dalla destra postfascista: è riuscita ad assorbirla, trasformandola in una forza liberale e conservatrice di governo. Cohen chiama questo processo “melonizzazione” e vi scorge l’intorpidimento di una storia orribile. Potrebbe essere invece il segno che una genealogia può sopravvivere nelle istituzioni che gli erano nemiche. È accaduto alla sinistra marxista, comunista e socialista. Non si vede perché debba essere impossibile soltanto per la destra.
Sergio Filacchioni