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o-POOP-EMOJI-ICE-CREAM-facebookRoma, 24 apr – Qualcuno credeva davvero che il nuovo linguaggio universale con cui far comunicare la generazione Bataclan senza noiose scocciature come divisioni etniche e linguistiche sarebbero stati gli emoji, le faccine e gli altri simboli che quotidianamente usiamo a corredo delle nostre comunicazioni on line? Spiacenti, ma a quanto pare il nuovo esperanto non funziona così bene e la pace nel mondo non verrà assicurata a colpi di faccine tristi.

Uno studio del GroupLens Research dell’università del Minnesota, preparato per la prossima edizione dell’Icwsm, un’importante conferenza sui social media, ha spiegato che non capiamo gli emoji tutti allo stesso modo. Sia perché tendiamo a interpretare le faccine in modo differente, sia perché e diverse marche di telefoni e i diversi sistemi operativi tendono a rendere i simboli in modo sensibilmente diverso fra loro. È stato dimostrato, quindi, che la faccina che lacrima dal ridere o quella che piange a catinelle, la scimmietta che si copre gli occhi, l’omino sonnolento danno luogo a interpretazioni diverse da utente e a utente. Un sondaggio sull’interpretazione di 22 fra i caratteri Unicode più popolari ha svelato che solo il 4,5% dei simboli esaminati hanno fatto registrare un basso livello di disaccordo. Al contrario, nel 25% dei casi i partecipanti non si sono trovati d’accordo sul significato né sulla resa emotiva dell’emoji analizzata.

Un esempio? L’emoji che per l’Unicode corrisponde al codice U+1F601, e cioè “volto sogghignante con occhi che ridono”, è stato descritta dai partecipanti come “beatamente felice” nella versione Google e “pronta a combattere” in quella di Apple. Un incubo. Ora il consorzio Unicode chiede alle case di produzione di adoperarsi tecnicamente al fine di “abbattere le contraddizioni della comunicazione”. Ma davvero dobbiamo aspirare a una comunicazione universale e totalmente trasparente?

Roberto Derta

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