Roma, 16 mag – Nel 2021 succede una cosa probabilmente inaspettata. A Rotterdam l’Italia vince la 65esima edizione dell’Esc (Eurovision Song Contest) e come da regolamento si aggiudica il diritto di organizzare l’edizione del 2022. Da qui parte un’odissea di scelte che ha portato all’evento svoltosi il 14 maggio 2022 a Torino, l’edizione n.66 dell’Eurovision, edizione unica sotto molti punti di vista, non tutti positivi. Ma procediamo con ordine.

Come sempre accade in Italia dopo la vittoria dell’Italia nel 2021 ha avuto luogo il “salto sul carro dei vincitori”. L’Eurovision, schifato da tutta la critica musicale e sociale prima della vittoria dei Maneskin, diventa l’evento da cui non si può prescindere. Tutti devono mostrare di essere esperti, scrivendo e dicendo cose sull’Eurovision, e mostrando a chi invece conosce davvero l’argomento, di non aver nemmeno letto e compreso anche solo la scheda su Wikipedia, tali e tante sono le stupidaggini dette e lette in questo anno.
Mi rendo conto di correre il rischio di sembrare palloso, ma è necessario inquadrare l’evento per capire davvero la sostanza dell’Eurovision, e non fermarsi al livello superficiale.

Breve storia dell’Eurovision Song Contest

L’Eurovision nasce nel 1956, quando le varie tv nazionali aderenti all’Uer (Unione Europea di Radiodiffusione), ente fondato nel 1950, decidono di prendere ispirazione dal Festival di Sanremo, partito nel 1951 in Italia, e organizzare un evento a gara canora che veda rappresentanti di vari paesi. Questo rientra in un movimento di (ri)costruzione dell’identità Europea che dopo la Seconda Guerra Mondiale vide la nascita di vari organismi politico/economico di integrazione tra i vari stati europei, e anche la nascita di alcuni eventi culturali sportivi che vedevano il coinvolgimento di varie nazioni dell’Europa. Possiamo tracciare una cronologia che parte dal 1949, con la nascita della Fiera del Libro di Francoforte, fino al 1965, prima edizione della trasmissione tv Giochi Senza Frontiere. In questa cronistoria troviamo appunto nel 1956 la nascita dell’Esc nel 1960 quella dei Campionati Europei di Calcio, come anche la fondazione del Gatt o i primi passi della Mercato Comune Europeo. Tutti eventi e scelte mirati a “far fare assieme cose alle varie nazioni”, sulla base della tesi che “fare assieme cose porta a conoscersi e quindi a cooperare meglio”.

Una precisa intenzione politica

L’Esc è quindi uno spettacolo di intrattenimento, ma che nasce da una precisa intenzione politica: usare la musica per creare una comunità europea, nel rispetto delle singole nazionalità. All’inizio infatti i vari paesi dovevano concorrere solo con canzoni in lingua nazionale, proprio per dare spazio alle varie culture. L’Esc quindi non nasce come “Sagra di Paese dove l’obiettivo è provocare, sconcertare, o fare i pagliacci”. Chi lo definisce “una sagra campestre dove tutto è permesso e tutto è tollerato”, come scrive Repubblica, dimostra di non aver capito niente dell’essenza della manifestazione.

Ma torniamo al presente. L’Esc è organizzato dall’Uer, ma l’Uer non copre solo l’Europa. L’Uer ha come membri effettivi (54) tutti i paesi che fanno parte della Zona Europea di Radiodiffusione, tra cui anche i paesi africani che si affacciano sul mediterraneo (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto) e Medio Oriente (Israele Libano, Giordania, Turchia). Non è quindi un festival europeo in senso geografico, ma in senso “radiotelevisivo”, e le due cose non coincidono al 100%.

Ignorato in Italia, fino al 2021

In Italia l’Esc è stato (fino al 2021) praticamente ignorato da critici e storici della musica, quindi nel 2021 chi è accostato all’Esc si è trovato un prodotto molto ben definito, rigidamente programmato, con una struttura in essere dal 2008 (due semifinali e una finale) e perfettamente rodata da 13 edizioni.
La struttura rigidissima e il rispetto dei tempi militare dell’Esc deriva da un particolare ovvio: si tratta di una manifestazione dove partecipano artisti provenienti da paesi sparsi dal portogallo all’Azerbaijan, ossia con una differenza di fuso orario di tre ore. E questo incide sulla messa in onda nei paesi che aderiscono. Se a Roma, Parigi, Londra, Berlino, l’Esc viene trasmesso alle 21, a Lisbona sono le 20, a Mosca le 22 e a Baku (Azerbaijan) le 23. È quindi necessario asciugare al massimo i tempi per dare ai vari paesi spettacoli visibili dal pubblico nazionale, perché poi i vari enti televisivi nazionali pagano in base anche agli ascolti. E questo per gli italiani è stato un trauma. Abituati agli sbrodolamenti di Sanremo, dove al contrario si allunga il brodo per poter imbottire la trasmissione di pubblicità il più possibile, e quindi con una puntata di Sanremo che dura minimo 4 ore con 10 cantanti in gara, vedere una trasmissione con 18 canzoni in gara che duri tassativamente due ore, per gli spettatori è stato un trauma. Quindi è possibile concentrare una gara con 18 cantanti in due ore, dalle 21 alle 23, con tutti i risultati? Per la Rai questo potrebbe essere un problema. Se è possibile, allora perché invece da noi ci si parla addosso e si allunga il brodo oltremisura?

Nessuna “nuova” tendenza

Ma oltre a questa scoperta ce ne sono state altre. Nel corso delle edizioni, progressivamente ma possiamo dire da metà anni ’90 in poi, la comunità Lgbt ha assunto sempre più visibilità all’interno dell’Esc. Nel 1997 ci fu il primo cantante apertamente gay (Paul Oscar dell’Islanda) mentre nel 1998 vinse Israele con Dana International, cantante transessuale. Da allora la presenza Lgbt nell’Esc è diventata un dato di fatto. Questo ha portato anche ad alcune polemiche, soprattutto da parte di nazioni dell’Est europeo, fino ad arrivare al ritiro della manifestazione negli ultimi anni da parte dell’Ungheria. Il punto però è che la “gayezza” dell’Esc è un dato di fatto, e chi conosce l’evento lo sa. Non rimane sorpreso e colpito oggi. È un tendenza che va avanti da 24 anni, e oggi ormai è un dato di fatto consolidato e per così dire “metabolizzato” da tutti, organizzatori e pubblico. Achille Lauro che bacia un uomo sul palco, non è una cosa nuova. In questi anni ci sono stati decine di altri baci tra uomini e tra donne, sempre sul palco delle varie edizioni dell’Esc. Fare un resoconto dell’Esc 2022, dicendo che Achille Lauro ha scandalizzato il pubblico significa non conoscere la storia dell’evento. È come se un cronista sportivo nel 2022 rimanesse a bocca aperta se il centravanti della cremonese facesse il cucchiaio al portiere avversario, e scrivesse “Una cosa mai vista prima sui campi di gioco!!!”. Chi conosce il calcio penserebbe “Ma chi è questo scemo? E davvero lo fanno scrivere sui giornali?”
Quindi il contesto in cui tutti i giornalisti musicali, commentatori di costume, opinionisti da social si sono mossi è molto semplice: non so niente di cosa sta succedendo, ma sbrodolo parole su parole basandomi su una rapida lettura di qualche articolo rimediato su internet e due o tre video ravanati su YouTube. L’incompetenza al potere. Cosa molto comune ormai nel giornalismo italiano su qualsiasi argomento. Perché sperare che per l’Esc le cose sarebbero andate diversamente?

Ritmi forsennati

Torniamo a Rotterdam. L’Italia vince, e la prima cosa che l’Uer fa è chiedere all’ente televisivo nazionale del paese vincitore se accetta di ospitare l’evento l’anno successivo. Chi dice di sì però deve sapere bene a cosa va incontro. Nel corso degli anni ormai l’Esc ha assunto una struttura molto rigida non solo come orari di trasmissione, ma anche come servizi a supporto dell’evento in se stesso e contenuti da realizzare per l’evento. Si parla di strutture adeguate, di appuntamenti prima dell’evento stesso, di tecnologia e scenografie da usare per l’evento televisivo (le due semifinali e la finale) e dei contenuti che compongono come un puzzle estremamente ricco il tempo televisivo. Nel corso degli anni questi elementi si sono configurati come segue: conduttori che devono parlare fluentemente inglese in ogni momento ufficiale (cosa che comprende anche i video realizzati a lato dell’evento in sé e pubblicati poi sui canali social); video da realizzare prima di ogni canzone per dare il tempo ai tecnici di cambiare scenografie tra un numero e l’altro; eventi musicali e/o di spettacolo per l’apertura e il momento centrale di ogni puntata. Il minimo richiesto ai conduttori è di parlare al pubblico nei momenti previsti e interagire con i cantanti con brevi interviste, sempre in inglese. L’improvvisazione è proibita. Derogare dal programma stabilito è proibito. Ogni tempo è calcolato al secondo, e si deve rispettare. Se si verifica un qualsiasi incidente che potrebbe rallentare il fluire dello spettacolo non si può aspettare per risolverlo. Bisogna rimuovere il problema, portarlo altrove, ed eventualmente risolverlo. Ma lo spettacolo deve andare avanti. Nel 2022 questo ad esempio è successo con Laura Pausini. Prima del momento della votazione finale delle giurie, la Pausini ha avuto un abbassamento di pressione. Lo spettacolo non si è fermato nemmeno 30 secondi per aspettarla. Se si rivedono i video si nota che al momento della votazione i conduttori erano due (Cattelan e Myka) senza la Pausini, e senza che nessuno dicesse nulla o perdesse tempo.

Come è stata l’edizione 2022

A questo punto veniamo alla valutazione. Come è stata l’edizione 2022 dell’Esc? Ovviamente la Rai non ha voce in capitolo sulla qualità delle canzoni. A differenza di Sanremo, dove c’è un direttore artistico che sceglie quali canzoni possono entrare in gara, qui l’ente organizzatore deve accettare cosa arriva dai vari stati. Quindi la Rai non è giudicabile per la qualità o meno delle canzoni. Lo è però per tutto il resto. Tra gli elementi positivi ci sono sicuramente la tecnologia del palco, all’altezza delle edizioni precedenti. Le riprese televisive invece a volte hanno lasciato a desiderare, con un non perfetto allibramento delle luci, sia come intensità che come saturazione dei colori, che creavano un effetto confuso sullo schermo, specialmente nella prima serata. Il luogo scelto non andava bene.

La Rai ha pensato all’Esc come a un Sanremo molto grande o un concerto dove gli spettatori devono restare seduti. L’Esc invece nei suoi momenti migliori è stato uno spazio dove il pubblico non era seduto, ma in maggioranza in piedi e ballava mentre sul palco si esibivano i vari cantanti. Questo è mancato, e l’edizione 2022 da questo punto di vista è stata molto statica e ingessata. Un elemento negativo (non tecnicamente, ma come concetto in sé) è stato Leo, il drone concepito dalla Rai per i video di presentazione. Se si osserva con attenzione l’inizio della prima semifinale si vede un video dove questo drone nasce e poi inizia a volare. È una rilettura in chiave “drone” di Pinocchio, probabilmente frutto dell’idea che Pinocchio è un personaggio italiano conosciuto in tutto il mondo. Lo scienziato/artigiano che crea qualcosa, questo qualcosa prende vita, e poi abbandona lo scienziato per svolazzare in giro per l’Italia. Volendo essere cinici è il solito vecchio vezzo italiano di realizzare una mascotte per ogni evento. Qualcuno si ricorda l’omino per i mondiali di calcio del 1990? Ecco, siamo a questi livelli. La presenza del drone nei video era del tutto ininfluente. La sua attività era proiettare le immagini dei vari artisti sui panorami degli scorci italiani presentati nelle clip di introduzione alle varie canzoni, ma di per sé le immagini potevano apparire anche da sole, senza la necessità di far vedere qualcosa chele proiettasse.

I 40 video di introduzione alle varie canzoni erano ben fatti, e servivano a presentare ai 200 milioni di spettatori circa dell’evento (sparsi tra Europa, Australia, USA e Cina) le bellezze dell’Italia. A livello di promozione turistica è stata un’ottima cosa, ma anche qui l’idea in sé non è nuova, ed è già rodata da molti altri Paesi che l’hanno usata negli anni precedenti. Quindi positivo, ma nulla di nuovo. I numeri di apertura e di metà puntata invece, a parte la bravura di Laura Pausini e Myka, non sono stati all’altezza. Soprattutto è mancato un elemento base: la celebrazione storica dell’Esc. In ogni edizione da anni ormai l’organizzazione prevede nel corso di una delle serate un medley dei brani più iconici della storia dell’Esc, chiamando sul palco alcuni dei nomi storici della manifestazione. È un modo per celebrare l’evento, la sua storia, e mantenere viva l’eredità dell’Esc per il pubblico. In questa edizione la Rai ha pensato a celebrare solo l’Italia e non l’Esc in quanto tale, chiamando sul placo Gigliola Cinquetti, vincitrice nel 1965 per farle cantare il brano vincitore di quell’anno Non ho l’età (scelta coraggiosa va detto, perché riascoltata oggi la canzone a paragone con la musica del 2022 è invecchiata malissimo), Il Volo, terzi arrivati nel 2015 con Grande Amore, e i Maneskin, vincitori nel 2021. Un po’ come quando a Sanremo si ripropongono i brani del passato. Ma l’Esc non è Sanremo. La mancanza di considerazione per la storia passata dell’ESC è un elemento negativo.

Veniamo infine ai conduttori. Qui bisogna distinguere tra conduttori sul palco e conduttori in studio. I tre sul palco (Cattelan, Pausini e Myka) hanno retto alla prova, chi più chi meno. Ovviamente l’inglese di Cattelan è stato poco fluido e molto scolastico, ma al massimo possiamo dire che ha fatto la solita figura di un italiano che parla inglese corretto ma con un accento e una fluidità da non madre lingua. Stessa cosa, sia pure leggermente meglio, per la Pausini, mentre Myka, essendo cipriota, parla fluentemente inglese e francese. Un voto complessivo come conduzione (non come cantanti per Myka e la Pausini) è al massimo un 6. Discorso diverso per i conduttori in studio, ossia Corsi e Malgioglio. La conduzione in studio è stata patetica, e ha dimostrato che per la Rai l’Esc è solo un baraccone, un Sanremo con più piume di struzzo e lustrini, e quindi basta buttarla in caciara, chiamando a parlarne il gay finto provocatore che dice quanto gli piacciono i vari cantanti e quanti ex fidanzati ha sparsi in giro per il mondo. Corsi sguazzano questo gossip e pettegolume da carnevale di rio, e alimenta una visione dell’Esc come appunto una “sagra paesana dove tutti si infilano le piume nel culo e sculettano per fare i trasgressivi”.

Ma l’Eurovision non è questo. Così come non è Sanremo. È una cosa precisa, nata con motivazioni precise, che richiede rispetto. La sensazione è sempre quella che i sorrisi, le risatine nascano da un senso di superiorità dell’evento “noi abbiamo Sanremo che è meraviglioso, questi sì, sono simpatici e caciaroni, ma è solo un baraccone che di musica non ha nulla”. Dire che il brano di Blanco e Mamhood era il migliore musicalmente della manifestazione è dire una scemenza, e chi conosce un po’ la musica lo sa bene. Ma siccome Brividi ha vinto Sanremo a priori deve essere la canzone migliore di tutte. Non è possibile pensare altrimenti.

E veniamo all’elemento che ha caratterizzato in senso maggiormente negativo l’edizione di quest’anno: la vittoria dell’Ucraina. L’Ucraina non ha vinto per motivi musicali. Attenzione, non sto dicendo che la canzone sia la peggiore delle 40. No. Come canzone in sé poteva benissimo stare tra le prime 10. Ma la vittoria dell’Ucraina non si basa sul fatto che la canzone sia migliore delle altre, ma solo sul fatto che è una canzone ucraina e che in questo preciso momento storico era “necessario” che vincesse l’Ucraina per mandare un messaggio a Putin e alla Russia. I bookmaker che questo lo avevano capito benissimo, all’inizio della settimana dell’Esc davano la vittoria ucraina al 42%. Dopo la prima semifinale al 49%, e la mattina di sabato 14 maggio la percentuale di vittoria prevista era salita al 60%. Cosa potevano fare gli altri concorrenti? Chi televotava dai vari Paesi europei voleva mandare un “vaffanculo” alla Russia, e l’Ucraina ne ha goduto. Molto semplice.
In sintesi: è stata la peggiore edizione di sempre? Lungi da noi il voler sminuire il lavoro fatto da altri, ma se si esamina l’edizione nel suo complesso, in ogni dettaglio di quello che dovrebbe essere un’edizione dell’Esc in sé stessa, sicuramente una delle peggiori degli ultimi anni. Una scatola molto ben confezionata, ben infiocchettata, colorata e ben costruita. Ma dentro semivuota. E con una conduzione in studio patetica.

Alessandro Bottero

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4 Commenti

  1. Sante Bombe… Vivere Vivere Vivere…

    (Luciano Ligabue, Lorenzo Jovanotti e Piero Pelù)

    https://www.youtube.com/watch?v=Y7cS6lBnn7o

    Io non lo so chi c’ha ragione e chi no
    Se è una questione di etnia, di economia,
    Oppure solo pazzia: difficile saperlo.
    Quello che so è che non è fantasia
    E che nessuno c’ha ragione e così sia,
    E pochi mesi ad un giro di boa
    Per voi così moderno
    C’era una volta la mia vita
    C’era una volta la mia casa
    C’era una volta e voglio che sia ancora.
    E voglio il nome di chi si impegna
    A fare i conti con la propria vergogna.
    Dormite pure voi che avete ancora sogni, sogni, sogni
    Il mio nome è mai più, mai più, mai più
    Il mio nome è mai più, mai più, mai più
    Il mio nome è mai più, mai più, mai più
    Il mio nome è mai più…
    Eccomi qua, seguivo gli ordini che ricevevo
    C’è stato un tempo in cui io credevo
    Che arruolandomi in aviazione
    Avrei girato il mondo
    E fatto bene alla mia gente
    E fatto qualcosa di importante.
    In fondo a me, a me piaceva volare…
    C’era una volta un aeroplano
    Un militare americano
    C’era una volta il gioco di un bambino.
    E voglio i nomi di chi ha mentito
    Di chi ha parlato di una guerra giusta
    Io non le lancio più le vostre sante bombe,
    Bombe, bombe, bombe, bombe!
    Il mio nome è mai più, mai più, mai più
    Il mio nome è mai più, mai più, mai più
    Il mio nome è mai più, mai più, mai più
    Il mio nome è mai più…
    Io dico si dico si può
    Sapere convivere è dura già, lo so.
    Ma per questo il compromesso
    è la strada del mio crescere.
    E dico si al dialogo
    Perché la pace è l’unica vittoria
    L’unico gesto in ogni senso
    Che dà un peso al nostro vivere,
    Vivere, vivere.
    Io dico si dico si può
    Cercare pace è l’unica vittoria
    L’unico gesto in ogni senso
    Che darà forza al nostro vivere.
    Il mio nome è mai più, mai più, mai più
    Il mio nome è mai più, mai più, mai più
    Il mio nome è mai più, mai più, mai più
    Il mio nome è mai più…

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