Mario Sironi, L'Italia Corporativa, 1936, Coll. privata , Roma
Mario Sironi, L’Italia Corporativa, 1936, Coll. privata , Roma

Roma, 25 gen – Il 25 Gennaio 1922 nasceva a Bologna la Confederazione Nazionale delle Corporazioni Sindacali, un passo dimenticato quanto fondamentale nella traiettoria sociale del regime fascista, ancora oggi oggetto di studi e discussioni. Si tratta del primo passo ufficiale del sindacalismo fascista, sorto dal travaglio del sindacalismo rivoluzionario, che si propone di unire tutti i lavoratori nel segno di una lotta interclassista e nazionale contro capitalismo e comunismo, annoverando Filippo Corridoni, Ottavio Dinale e Angelo O. Olivetti tra i padri nobili.



All’interno del sindacalismo fascista si dividono due correnti: quella di Michele Bianchi, che vuole un organismo strettamente legato al Partito Fascista, e quella di Edmondo Rossoni, che si batte per l’autonomia. A risultare vincente è la posizione del primo, con il secondo che si vede comunque riconoscere come segretario dell’organizzazione. Il neo leader intraprende subito un’aspra lotta al ceto padronale, restio ad accettare la crescente importanza dei lavoratori, che gli fa guadagnare successi inaspettati: interi settori dell’operaismo organizzato passano dal socialismo al fascismo, come puntualmente descritto da R. De Felice in Mussolini, Il Fascista (vol. 1). L’obiettivo del segretario non è quello di “sconfiggere” Confindustria e Confagricoltura, ma di realizzare un «sindacalismo integrale», coinvolgendole pariteticamente alla sua organizzazione in un’unica sintesi. È proprio questo il fulcro dell’idea corporativa: il superamento del conflitto di classe per la realizzazione di una «Terza Via» tra stato liberale e stato comunista. «Chi dice lavoro dice borghesia produttiva e classi lavoratrici delle città e dei campi. Non privilegi alla prima, non privilegi alle ultime, ma tutela di tutti gli interessi che si armonizzano con quelli della produzione e della Nazione» spiega Mussolini nel suo primo discorso alla Camera, un mese dopo la Marcia su Roma. Sin dai primi anni di governo, infatti, il regime vara una serie di importanti leggi sociali, mentre il disegno rossoniano vede lo stipularsi di due accordi di collaborazione tra sindacato e Confindustria (Patto di Palazzo Chigi, 1923 e Patto di Palazzo Vidoni, 1925) quale punto di partenza.

Dopo alcuni provvedimenti in continuità con le politiche liberali degli anni precedenti, con la legge n. 563 del 3 Aprile 1926 viene convenzionalmente indicato l’inizio fattuale del corporativismo, attuato attraverso il riconoscimento del sindacato fascista quale unico rappresentante dei lavoratori per la stipula dei Contratti Collettivi. Ad essi viene conferita valenza di legge: i produttori, sotto l’impulso ed il controllo della rivoluzione fascista, entrano nella «cittadella dello Stato», nell’intento di creare una nuova forma di partecipazione economica e politica.

L’anno successivo viene pubblicata La Carta del Lavoro (sarà anche la base dei 18 punti di Verona nel 1943) che sancisce ulteriori passi avanti:

– l’istituzione della Magistratura del Lavoro, per dirimere le controversie tra sindacato e datori nell’interesse della Nazione (che ha «fini, vita, mezzi di azione superiore a quelli degli individui divisi»). Con detto istituto gli scioperi sono proibiti.

– diritto alle ferie annuali

– istituzione degli uffici di collocamento statali

– istituzione dell’indennità di fine rapporto

Oltre al rafforzarsi delle conquiste sul piano dell’assistenza e della previdenza compiute negli anni precedenti (si confronti a proposito il libro di Alessandro Mezzano, I danni del fascismo). Questi passaggi richiedono sforzi continui dei «combattenti sociali» fascisti, osteggiati dalla Corona, dalle banche, dagli industriali, dalla massoneria, oltre che da consistenti ambienti conservatori dello stesso regime (tradotto: le forze della reazione). Basti qui prendere in mano le pagine di Eroi e Cialtroni scritto da Augusto Grandi per capire i contorni della vicenda. Nel 1924 si verificano addirittura numerosi scioperi indetti dal sindacato fascista (ad esempio nel Valdarno, nella Lunigiana, ad Orbetello) con protagonisti Renato Ricci, Domenico Bagnasco, Luigi Razza e Bramante Cucini, a conferma dell’essenza di larga parte del movimento: «Il fascismo supera il socialismo, ma raccoglie i buoni frutti dell’opera socialista secondo la sua propria legge, e tale opera continua» scrive Enrico Corradini sulle colonne del «Popolo d’Italia». Il processo rivoluzionario continua gradualmente, arricchito da dibattiti e contributi significativi (le pagine di il «Critica Fascista» e gli scritti di Sergio Panunzio e Berto Ricci tra i tanti), e vede come tappe fondamentali:

1934: creazione delle Corporazioni quali organi statali che assicurano la collaborazione tra classi: sono 22, e coprono ogni ramo produttivo (olearia, pesca, chimica ecc.). Ad esse e al loro Consiglio Nazionale erano inoltre attribuiti compiti di programmazione economica, con partecipazione organica e permanente dei produttori interessati. «Quali sono gli scopi? Una organizzazione che raccorci con gradualità ed inflessibilità le distanze tra le possibilità massime e quelle minime della vita (…) l’economia disciplinata, armonizzata in vista di un’utilità collettiva» riferisce il capo del fascismo alla prima Assemblea Generale delle Corporazioni.

– 1939: Creazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, che sostituisce la Camera dei Deputati. Composta da membri del Consiglio Nazionale del P.N.F. e componenti del Consiglio delle Corporazioni, discute tutti i disegni di legge di carattere generale e di maggior interesse. «Devono raccorciarsi, e si raccorceranno, le distanze tra le diverse categorie di produttori, i quali riconosceranno le gerarchie del più alto dovere e della più dura responsabilità» sottolinea ancora Mussolini. Proprio in questi anni egli preconizza la crisi del sistema economico occidentale (e non nel sistema) e l’Italia con l’IMI, l’IRI (tornato in voga in questi ultimi tempi di crisi), la legge bancaria (1936) e le teorie corporative diviene esempio per molti paesi in difficoltà, Stati Uniti in primis. Al contempo viene intensificata la “lotta” antiborghese ed anticapitalista, come si evince dalle parole d’ordine della propaganda e dalle pagine del «Popolo d’Italia», di «Gerarchia» e dei maggiori spazi culturali del tempo, fotografati da Giovanni Belardelli ne Il Ventennio degli intellettuali. E’ l’accelerazione totalitaria e rivoluzionaria che suscita tanti entusiasmi e tante delusioni, proiettando l’immagine di una definitiva «rivoluzione sociale» per l’Italia.

Non mancano, ovviamente, errori e contraddizioni, difficoltà salariali e provvedimenti discussi come lo “sbloccamento” del sindacato (1928). Formulare un giudizio definitivo diventa difficile, visto che ad interrompere il percorso arriva la guerra e la battaglia del «sangue contro l’oro» non va come previsto. All’acuirsi della crisi tutte le forze della reazione, che tanto entusiasticamente avevano sostenuto il regime, cambiano barricata passando al fronte anglo-americano. Il Fascismo “rinasce” con la Repubblica Sociale Italiana, e non è un caso che, «quando tutti i nemici si fecero riconoscere, tornò immediatamente e con slancio alla propria essenza originaria e la linfa socialista, rivoluzionaria e sociale della vigilia riprese a scorrere liberamente» come descritto da Luca L. Rimbotti ne Il Fascismo di sinistra. La socializzazione, possibile grazie alla «avanzata educazione corporativa dei produttori» (parole di R. Sermonti in Valori Corporativi) non è nient’altro che lo sviluppo logico del cammino delle camicie nere. Già diversi progetti, come quelli del sindacalista Tullio Cianetti, e La Carta del Lavoro posta a fondamento del Codice Civile avevano anticipato una svolta sociale di proporzioni storiche. Uomini come Nicola Bombacci, Giuseppe Solaro e Giuseppe Spinelli, operaio e ministro del Lavoro, sono i protagonisti di un passaggio lontano ed effimero ma ardito e profondo, tanto da avere ancora oggi spunti da offrire e principi da cui prendere esempio.

Francesco Carlesi

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3 Commenti

  1. il fascismo racchiudeva la sinistra come la destra con l ‘ideale di fare un popolo forte che contasse qualcosa in Europa , ovviamente era contro il bolscevismo comunista o contro il capitalismo a favore dei soli banchieri

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