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Roma, 27 mar – Ciò che c’è da dire sul caso di Roberto Fico, presidente della Camera in autobus, non può assolutamente prescindere da due punti focali. Il primo è che si tratta di una cialtronata propagandistica, il secondo è che, comunque, questa cosa funzionerà. Qualsiasi analisi che non tenga conto dell’uno o dell’altro elemento si priverà di un pezzo della storia.
Comprendere i limiti di questo poraccismo demagogico serve per non diventare grillini, capire perché funziona serve per analizzare un successo che è innegabile e che costituisce un dato politico ineludibile con cui vanno ancora fatti i conti. Perché la retorica del “presidente umile” sia un inutile diversivo, è facile da spiegare. I famosi “costi della politica”, messi sul piatto dei conti pubblici, pesano per un’inezia. Né, del resto, Fico è il primo politico a fare sfoggio di tale ostentata normalità: nessun romano ha particolare nostalgia dell’amministrazione Marino, eppure l’allora sindaco capitolino aveva anch’egli avuto una pensata simile, quando costrinse gli uomini della sua scorta a riscoprirsi ciclisti, trovata peraltro assai poco geniale in una città storicamente e proverbialmente costruita su sette colli. Insomma, non è il mezzo che fa il politico. Va anche detto che, negli ultimi vent’anni, i politici che più sono entrati in sintonia col popolo a dispetto delle oligarchie sono Silvio Berlusconi e Donald Trump, due che i mezzi pubblici non li hanno mai presi in vita loro e che conducono un’esistenza materiale completamente differente da quella dei loro elettori. Non è la condivisione con uno stesso autobus, quindi, che crea “empatia con il popolo”.
Detto tutto questo, tuttavia, bisogna metterci in testa che queste cose funzionano. I grillini hanno costruito il loro successo su questo tipo di comunicazione (molto più che sul famoso reddito di cittadinanza, come si legge), che è una cosa che piace e attira consensi. I puerili tentativi di far passare anche Fico per uno della “kasta” per via di qualche rimborso di viaggio in taxi sono un boomerang clamoroso, così come lo furono gli scoop sulla mancata restituzione degli stipendi da parte di una manciata di deputati grillini, che servirono solo a mettere in luce, agli occhi di chi non lo sapeva, che tutti gli altri invece lo avevano fatto.
Purtroppo l’attenzione spasmodica a questo tipo di dettagli (le auto blu, il menù scontato della buvette, i vitalizi) fanno parte dello spirito del tempo. Uno spirito che non è stato creato dai grillini. Si ricorderà che il libro “La casta” non fu scritto da due intellettuali contigui al movimento, ma da due giornalisti autorevoli del Corriere della Sera. E quella retorica anti-politica servì anche a legittimare il governo Monti. Ricordate? Gli ascetici professori bocconiani contro i pantagruelici politici spendaccioni. Che poi l’operazione per favorire i tecnocrati eruditi abbia avvantaggiato quelli che hanno studiato all’università della vita, è un altro conto. Resta il fatto che con questo spirito del tempo vanno fatti i conti. Il che non è necessariamente un male, perché questa retorica potrebbe essere usata domani anche nel quadro di un progetto nazionalpopolare autentico, con scopi ben più nobili di quelli dei vari Fico.
Adriano Scianca



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2 Commenti

  1. Il fico d’india era consigliere d’amministrazione della RAI; avete visto qualche miglioramento nella programmazione??E’ quindi un uomo del sistema che si finge uomo del popolo.Molto peggio di chi almeno si presenta per quello che è senza ingannare nessuno

  2. L’albero di fico, al quale di impiccò Giuda pentito d’aver venduto Gesù, viene da allora definito “traditore”; in realtà è “traditore” perché spesso i suoi rami, pur all’apparenza molto robusti, si rompono all’improvviso sotto il peso di chi abbia la malaugurata idea di arrampicarvicisi sopra.

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