Roma, 20 feb – Il caso del filoso francese Alain Finkielkraut, aggredito verbalmente a Parigi, è stato particolarmente pompato dai media come monito contro il populismo. Quest’ultimo d’altronde, secondo la vulgata politicamente corretta, reca in sé tutti i mali possibili: razzismo, intolleranza, barbarie e antisemitismo. Intervistato stamani da Repubblica, Finkielkraut ha però smontato questa teoria utilizzata ad arte per contrastare un fenomeno politico che i benpensanti di turno non riescono a digerire perché mette in discussione tutte le loro certezze. “Alcuni manifestanti si sono avvicinati per propormi di entrare nel corteo e indossare il gilet giallo, non so se fossero sinceri o ironici, comunque non erano ostili”, racconta il filosofo francese al quotidiano fondato da Scalfari.

“Erano in tanti, urlavano forte. Ho capito solo che era meglio andarsene perché rischiavo di essere linciato. Se non ci fossero stati i poliziotti mi avrebbero spaccato la testa. Detto questo, non mi sento né vittima né martire”. Incalzato dalle domande della giornalista di Repubblica, Finkielkraut racconta poi come e da chi è stato insultato: “Solo dopo, rivedendo le immagini, ho ricostruito che non si sente ‘sporco ebreo’ ma ‘grossa merda sionista’, ‘razzista’, ‘fascista’. Un uomo ha urlato: ‘La Francia è nostra’. Qualcuno penserà alla citazione del vecchio slogan nazionalista antisemita ‘La Francia ai francesi’. Non credo. L’uomo aveva la barba, la kefiah, il governo l’ha identificato come qualcuno vicino ai salafiti. Il senso era: ‘La Francia è la terra dell’Islam‘. Questo insulto deve farci riflettere”.

Salafiti e sinistra radicale

In effetti dovrebbe far riflettere, soprattutto chi come Repubblica punta sovente il dito sul ‘pericolo fascista’ in Europa. Non a caso la giornalista del quotidiano italiano chiede a Finkielkraut se a suo avviso “il movimento dei gilet gialli non è piuttosto infiltrato dall’estrema destra”. La risposta del filoso è abbastanza emblematica: “Esiste un vecchio antisemitismo in stile anni Trenta che si ricicla oggi. Tutti continuano a ripetere la frase di Brecht: ‘Il ventre che ha partorito la bestia immonda è ancora fecondo’. Ed è vero, ma oggi la Bestia Immonda esce anche da un altro ventre. Gli ebrei sono il primo bersaglio di una convergenza delle lotte tra la sinistra radicale antisionista e giovani di banlieue vicini all’islamismo”.

Finkielkraut va poi oltre e spiega perché a suo modo di vedere è assurdo dividere la politica in buoni e cattivi: “Posso contribuire all’analisi del problema, dicendo ad esempio che la soluzione non è la contrapposizione tra un’Europa progressista aperta e un’Europa chiusa, populista e nazionalista. L’ho anche detto a Macron quando mi ha chiamato sabato”. Il filosofo chiarisce poi la sua posizione sul popolismo: “Non conosco abbastanza bene la situazione in Italia, ma sono convinto che bisogna rispettare la libertà e la saggezza dei popoli europei quando rifiutano di aderire a una visione multiculturale della società. Liquidare l’attuale governo italiano con il termine ‘lebbra nazionalista’ è stato un grave errore di Macron”.

Il ruolo dei gilet gialli

E sui gilet gialli, Finkielkraut non è affatto tranciante: “Penso ancora che ci sia qualcosa di positivo. Grazie alla casacca fluorescente è diventata visibile la Francia rurale, delle periferie lontane. Sono i perdenti della globalizzazione e dello Stato sociale. Purtroppo il movimento è stato corrotto dal successo mediatico”. Ma il filosofo francese anche su chi manifesta contro l’antisemitismo ha qualcosa da dire: “Sono commosso dai tanti messaggi di solidarietà che ho ricevuto. Ma quando vedo che alla manifestazione contro l’antisemitismo non è stata invitata Marine Le Pen, nonostante abbia preso le distanze da suo padre, mentre è presente la sinistra radicale che ha messo tutti i problemi dell’islamismo nelle banlieue sotto al tappeto, mi dico che c’è ancora molta strada da fare”.

Eugenio Palazzini

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  1. Finkielkraut é uomo intelligente, stimabile e anticonformista; fu uno dei primi a scagliarsi contro lo sfruttamento sistematico dell’Olocausto da parte degli stessi ebrei (“L’industria dell’Olocausto”), attirandosi le ire di una certe intellighenzija non soltanto francese.
    Difficile non concordare con lui, quando mette sul tavolo il pericolo estremo per la civiltà europea, rappresentato da una resa culturale pressoché incondizionata dinanzi all’incedere dell’Islam.

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