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Fisco e colossi del web: Google, Amazon e soci ci devono decine di miliardi di euro

by Salvatore Recupero
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Roma, 11 ago – Il rapporto tra il fisco e i colossi del web continua ad essere controverso. Il motivo è semplice: i giganti della share economy e del soft web, versano ancora molto poco all’erario italiano rispetto ai loro cospicui ricavi. L’Agenzia delle Entrate si sta impegnando con tutte le sue forze per mettere in regola i colossi del web. Secondo i dati depositati a data 2018 nel registro delle imprese (riportati da Il Sole 24 Ore), gli ultimi bilanci delle Srl italiane di Google, Amazon, Airbnb, Twitter e Tripadvisor hanno versato imposte per appena 14 milioni e 300 mila euro. Andiamo con ordine.

I colossi del web sfuggono al fisco

Cominciamo da Google Italy Srl. Il gigante di Mountain View per il bilancio del 2018 ha versato 4,719 milioni, nel 2017 5,641 a fronte di utili per 15 milioni. Amazon Italia logistic srl a fronte di guadagni per 11,8 milioni ha versato al Fisco italiano 3 milioni di tasse, e 4,177 nel 2018. Tripadvisor Italy Srl 22.535 euro nel 2018, ovvero circa quanto dovrebbe pagare un libero professionista di medio livello in Italia. Una menzione a parte riguarda Facebook. La società fondata da Mark Zuckerberg fino al 2017 ha pagato all’erario italiano una frazione delle vere entrate registrate, e le ha giustificate come servizio verso la casa madre che si trova domiciliata in paradisi fiscali.

Facebook e Booking

Nel 2018 il social media si è impegnato a contabilizzare gli incassi ottenuti nell’anno in Italia, e non più a Dublino. Prima le cose andavano ancora peggio. L’agenzia delle Entrate e il colosso di Internet hanno infatti siglato l’accertamento con adesione per chiudere la controversia relativa alle indagini fiscali condotte dalla Guardia di Finanza e coordinate dalla Procura della Repubblica di Milano, relative al periodo tra il 2010 e il 2016. Una cifra inferiore rispetto a quella attesa, ma qualcuno ha preferito l’uovo oggi che la gallina domani. Sempre secondo quanto riporta Il Sole 24 Ore il vizietto di eludere il fisco riguarda anche il colosso delle prenotazioni online di camere e case, ovvero Booking. Quest’ultimo ha fatto registrare il record di evasione fiscale: l’intermediazione di questo website sugli affitti di abitazioni di privati senza partite Iva, dovrebbe aver generato numeri pari a 350 miliardi di euro di evasione per gli anni dal 2013 al 2019.

Google e i paradisi fiscali nell’Ue

Questi dati non sono affatto una novità. Alcune nazioni europee come l’Olanda, l’Irlanda, e il Lussemburgo si sono comportate come dei veri e propri paradisi fiscali per colossi del web. L’ultimo caso è venuto fuori lo scorso gennaio. Google avrebbe trasferito 20 miliardi dall’Olanda a Bermuda nel 2017. Secondo i media, il colosso del web avrebbe così evitato di pagare miliardi di tasse. La sussidiaria di Alphabet (Google) avrebbe trasferito i ricavi da una controllata irlandese a una società olandese senza dipendenti, e poi a una casella postale alle Bermuda di proprietà di un’altra società registrata in Irlanda.

Google, ma anche Apple, Facebook e Amazon – spesso indicati insieme con l’acronimo Gafa -, vengono regolarmente accusati di utilizzare meccanismi di elusione fiscale attraverso pacchetti finanziari. Le società trasferiscono i profitti realizzati in tutta l’Ue in un unico Stato membro, come l’Irlanda o il Lussemburgo, dove beneficiano di un’aliquota fiscale favorevole. Il tema certamente non è nuovo e non riguarda solo il celebre motore di ricerca. Anzi è probabile che i colossi del web abbiano già in mente altri strumenti per eludere il fisco.

Risparmiati 48 miliardi di tasse

Finora secondo un rapporto dell’area Ricerche e studi di Mediobanca, le websoft hanno risparmiato 48 miliardi di euro di tasse. Le aziende chiamate in causa si difendono spiegando che le tasse dovute vengono pagate rispettando le norme fiscali dei paesi in cui operano. In un comunicato, la società creata da Larry Page aggiunge che: “Google, come altre società multinazionali, paga la maggior parte delle imposte sul reddito nel suo Paese d’origine e abbiamo stabilito un’aliquota fiscale globale effettiva del 26% negli ultimi 10 anni”. Numeri che parlano da soli. Eppure, esistono ancora fior di economisti che ogni giorno cercano di convincerci che l’evasione fiscale è frutto dell’uso del contante o dell’idraulico che non emette fattura. Una tesi molto difficile da dimostrare ma che evidentemente fa più comodo ai ceti dominanti.

Salvatore Recupero

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