Roma, 5 feb – Alle anime belle radical chic verrà un attacco di cuore: secondo uno studio effettuato dal Laboratorio di Politica Sociale del Politecnico di Milano per il Corriere della Sera, l’apprendimento è più difficoltoso nelle scuole “multietniche”, quelle cioè dove gli alunni stranieri superano in numero gli italiani. Lo dicono i risultati ottenuti dagli studenti, dai test Invalsi delle elementari in poi: vi è un sensibile calo del rendimento. Dove invece le classi sono più omogenee e bilanciate, i risultati sono di gran lunga migliori. L’analisi di Costanzo Ranci, docente di Sociologia economica e autore della ricerca non lascia spazio a dubbi: «La performance scolastica cala quando nelle classi si supera la quota del 30 per cento di stranieri, è una soglia cruciale che dovrebbe essere evitata o comunque monitorata», spiega. «I dati sulle prove di terza media però evidenziano che è meno significativa la differenza tra scuole omogenee e miste, in italiano l’Invalsi delle miste è persino superiore. La scuola dunque allinea le differenze di partenza», osservano i ricercatori.

La situazione milanese

I presidi delle scuole della periferia milanese si dichiarano sostanzialmente d’accordo con i risultati dello studio: Corvetto, San Siro, Maciachini, quartieri dove ormai la presenza italiana si è ridotta al 20 per cento, registrano tutti le stesse problematiche. «Qui sono più del 65 per cento gli alunni stranieri. E tanti genitori italiani preferiscono la scuola privata in fondo alla via perché temono problemi nell’apprendimento», racconta Massimo Barrella,  preside dell’istituto elementare di Via Dolci a San Siro . «Il tetto del 30 per cento sarebbe opportuno per avere risultati migliori ma è utopistico in questo quartiere — dice —. Per garantire una buona preparazione la scuola impegna tutte le risorse». C’è rassegnazione, quindi, e ci si organizza con le risorse disponibili, per esempio «con i fondi per le aree a forte processo immigratorio, settemila euro, abbiamo aggiunto cento ore extra». Vengono svolte quindi attività extra curriculari, dal «coro multietnico al corso di percussioni africane al corso di arabo. Così si fa integrazione. Anche rafforzando i bambini nella lingua madre, li aiuta nell’apprendimento», spiega Barrella. E per lo sparuto 20 per cento di bambini italiani? Gli si insegna a suonare i bonghi?

Sforzi non sufficienti

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

2 Commenti

  1. Beh non è certo una novità, non ci vogliono scienziati per studiare che se in una classe metti 5 etnie diverse, ma anche 1 solo elemento di disturbo che può essere anche un autistico possiamo riscontrare in quella sezione un ritardo, molti di loro faranno fatica a stare appresso all’apprendimento! Certo non bisogna eliminare questa cosa dello stare insieme ma bisognerebbe trovare un metodo nuovo dove l’apprendimento valga per tutti, potrebbe essere anche qualche settimana in più di scuola per esempio?

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