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Roma, 5 ago – Il conferimento della medaglia Fields all’italiano Alessio Figalli è stato un motivo per sollecitare nuovamente – seppur implicitamente – le critiche al sistema universitario e della ricerca italiano, un sistema che prepara – come dimostra anche quest’ultima premiazione – ma che non tiene le sue eccellenze, che migrano in Paesi di più larghe vedute.
Queste critiche sono fondamentalmente di due tipi: da una parte, l’opinione pubblica critica il sistema universitario, accusando i docenti di baronato, poca imparzialità e poca trasparenza; dall’altra, i docenti e il personale accademico accusano i vari governi che si susseguono e i corrispondenti sistemi di amministrazione dell’università e della ricerca di poca lungimiranza, imputando loro, soprattutto, la colpa di aver ridotto, in modo scalare ma costantemente a partire da vent’anni fa, i fondi destinati alla ricerca.
Il denunciare l’assenza di fondi è un metodo molto comodo, in realtà, per scaricare una colpa, che il sistema accademico italiano ha da quando è nato. A giustificare questo giudizio è un’evidenza, un fatto: che ci sono stati periodi nella storia dell’università italiana (pensiamo soltanto al periodo di diffusione dell’università di massa) nella quale di fondi ce n’erano anche troppi; eppure, allora come adesso il problema del baronato era grave, e spingeva molti studiosi a espatriare.
Il problema del sistema universitario italiano non sono i soldi, ma l’organizzazione e i metodi di giudizio. L’accademia rappresenta una casta, un mondo nel quale i rapporti personali e le simpatie hanno molto più peso del merito. Chiunque abbia avuto a che fare con questo mondo può testimoniarlo: l’università è come una corte monarchica. Sì, questa è l’impressione che si ha, quando si pensa agli scandali che infettano il mondo degli accademici. Scandali che vanno a colpire non soltanto coloro che sono, spesso per anni e anni, vittima degli umori di docenti e baroni, ma tutto il sistema accademico, dal momento che vanno ad indebolire l’effetto che le proteste per la mancanza di fondi hanno sull’opinione pubblica, ormai disillusa rispetto all’accademia e poco propensa, quindi, ad accogliere le critiche che da essa nascono: se un gruppo “perde la faccia”, è molto difficile che riesca a farsi valere.
La diminuzione dei fondi destinati alla ricerca è ormai un fatto compiuto, di cui è assurdo continuare a lamentarsi. Ed è, inoltre, un fatto che qualsiasi persona ragionevole si doveva aspettare: era impensabile ritenere che l’elargizione di fondi per l’apertura di nuovi dipartimenti, la creazione di nuove cattedre e di nuovi indirizzi di studio potesse continuare con il ritmo che la scandiva negli anni d’oro del boom economico e anche dopo. Quando si è sviluppato il fenomeno dell’università di massa, i fondi sono piovuti da cielo con abbondanza, proprio perché era necessario attuare la democraticizzazione degli Atenei. A fianco ai grandi poli si sono sviluppate, di fatto in ogni realtà cittadina, anche piccola, diversi centri universitari, con spesso un’offerta formativa molto ampia. Il finanziamento che ha permesso la diffusione di questi centri non poteva continuare: la spesa non poteva ancora aumentare, per ragioni strutturali che hanno a che fare con l’andamento generale dell’economia. Si deve considerare già un merito del sistema Italia se molti poli universitari non sono ancora stati chiusi e se, con qualche sforzo e aggiustamento, l’offerta formativa è rimasta pressoché invariata negli anni, anche in seguito alla grave crisi iniziata nel primo decennio del XXI secolo. Certo, ci si lamenta dell’accorpamento di dipartimenti, dell’abolizione o dell’accantonamento momentaneo di alcuni corsi iper-specifici (grafologia, storia del fumetto, ecc.), ma bene o male il sistema ha tenuto.
Al di là della questione finanziaria, c’è anche una ragione morale, o etica, che giustifica l’assenza di finanziamenti, e cioè l’inutilità di fare ricerca in alcuni settori. Lo sviluppo dell’università di massa ha avuto due conseguenze: da una parte, la diffusione capillare di alcune discipline, che vengono insegnate pressoché in ogni ateneo (se tale ateneo include un preciso corso di studi); dall’altra, la nascita di settori di studio la cui utilità è dubbia, persino per la ricerca di base.
Il primo effetto non è molto rilevante quando si discute del finanziamento alla ricerca, dal momento che, come è noto, l’attività di docenza, in accademia è distinta da quella di ricerca. Al contrario, il secondo effetto ha un peso importante nel problema del finanziamento, e non solo: esso riguarda, infatti, la sottile distinzione che corre fra ricerca (in particolare, ricerca di base, o teorica) e speculazione intellettuale (intesa nel suo senso negativo). La ricerca di base, specialmente nei settori umanistici (letteratura, teoria della letteratura, antropologia, cultural studies, storia, ecc.) e in quei settori che stanno a metà fra le cosiddette scienze dure e le scienze umane (diversi rami delle scienze cognitive e della filosofia della mente e del linguaggio, bioetica, ecc.), ha avuto una sviluppo esponenziale a partire dal dopoguerra, uno sviluppo che ha reso difficile, se non impossibile, capire con quale criterio giudicare i diversi programmi di ricerca e indirizzi di studi avviati. Si prenda, inter alia, il caso della filosofia: nel 1880 in Italia c’erano quarantasette professori universitari di filosofia; oggi, ce ne sono circa mille. Questo ha comportato un iper-specializzazione: i filosofi che fanno ricerca si occupano di questioni specialistiche che sono di difficile comprensione non solo per gli uomini di cultura, ma anche per quei filosofi che non trattano nello specifico quegli argomenti. Ci si occupa, insomma, di spaccare il capello in quattro. Questo non sarebbe un male, se fosse utile; ma lo è? Mentre non c’è dubbio che l’iperspecializzazione in biologia, in chimica, in ingegneria, ecc. è un bene, si può dire altrettanto dell’iperspecializzazione in linguistica, in filosofia, in storia, ecc.? Nel caso della filosofia, i rischi dell’iperspecializzazione sono stati sottolineati anche da un importante filosofo della tradizione analitica; forse – ma non è questa la sede per discuterne – sarebbe bene che i filosofi tornassero a occuparsi di problemi socialmente rilevanti, anziché chiudersi nel loro pensatoio e tentare di calcolare la lunghezza del salto delle pulci, per dirla con Aristofane.
Anziché insistere nel dare fiato ai denti gridando contro la riduzione dei finanziamenti, i dirigenti del sistema accademico potrebbero tentare di attuare alcuni cambiamenti che potrebbero sbloccare il sistema dall’impasse in cui si trova. Si dovrebbe, insomma, spendere meglio i soldi che si hanno a disposizione, uscendo dalle vecchie logiche di gestione.
Enrico Cipriani



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2 Commenti

  1. Ricerca significa dare il primato da un lato alle scienze e dall’altro allo studio ed all’approfondimento per gli ambiti umanistici……..c’è qualcosa di simile in Italia??? Forse qualche diamante grezzo esiste,ma la realtà parla di pseudo dottori plurilaureati che da anni bivaccano come parassiti non producendo un emerito cazzo…….questo in ambito scientifico è una certezza amarissima, per gli ambiti culturali umanistici si notano le centinaia di occasioni perse e la poca voglia di lavorare e sacrificarsi…….. Con il nostro patrimonio
    materiale ed intellettuale pare strano che le università lamentano pochi fondi……..se li cercassero tali fondi,si mettessero in gioco e muovessero il culo dalle comode poltrone…….. Sui baronati,ovvero la casta peggiore dopo la magistratura ,sono tenuti in vita dalla politica sinistra( e non) come isole salvifiche , poiché purtroppo tutti hanno figli,parenti,frociame vario,troie d’annata da sistemare e strapagare con i soldi pubblici….un semplice banalissimo esempio…………….perché dovrei fare il biologo in Italia ed attendere i 40 anni per avere,forse,una certezza economica,quando, se valgo qualcosa,in tutti i paesi civili mi fanno ponti dorati sia in ambito pubblico che privato…….. E guadagnando uno stipendio doppio, nei casi più sfortunati ovviamente…………. Auguroni.

  2. È un bell’articolo: bisogna dare speranze, avere speranza, creare opportunità, dare consapevolezza e fiducia a chi nasce, cresce, studia e vive in Patria.

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