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Roma, 23 feb – Il futurismo è una rivoluzione che ha stravolto (o voleva stravolgere) ogni campo dello scibile umano: pittura, scultura, poesia, grafica e dulcis in fundo, la moda.
Stiamo parlando naturalmente degli inizi del XX secolo: l’abbigliamento, femminile e maschile, era ancora fortemente ancorato a stilemi liberty fatti di colori tenui, gonne vaporose e giacche inamidate in contrapposizione alla moda bohémienne altrettanto romantica e blasé.



Non solo smoking, anzi

I futuristi sono combattuti nei propri abiti tra l’anima dandy e quella dell’uomo d’azione: Tristan Tzara, il dadaista, rimase impressionato dall’eleganza dei futuristi italiani, vestiti con eleganti completi grigi ma con calzini dai colori sgargianti, rossi, gialli o verdi. Marinetti, Balla e i suoi si lasciano alle spalle la “trasandatezza” tipica del bohémien per un linguaggio anticonformista, pulito e moderno: ne è esempio il celebre gilet azzurro di Aldo Palazzeschi.
Marinetti non disdegnava lo smoking anche in occasione di accese manifestazioni di piazza: ne capeggiò una antiaustriaca utilizzando la bombetta come una bandiera.

Black Brain

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Nel 1916 Lucien Coperchot, un giornalista francese in visita nello studio di Balla, rimase colpito dal suo abbigliamento, dalla cravatta, il papillon verde e giallo a forma di elica o dalle scarpe bianche e gialle – ora, quasi una consuetudine, ma per l’epoca qualcosa di avant garde. Lo stesso FuturBalla infatti diceva: “L’uomo moderno è portato verso il colore”.

Il trionfo dell’asimmetria

Fu proprio il pittore torinese a voler rivoluzionare la “quotidianità” dell’abito uscendo dalla mera provocazione: tra le sue invenzioni, anche una cravatta di celluloide con lampadina annessa.
Era moglie Elisa a cucire materialmente i suoi abiti: i risvolti della giacca dovevano essere rotondi a sinistra e squadrati a destra. L’asimmetria regnava sovrana.

La “mise” politica

Ma anche la visione “politica” e interventista del mondo entrava a buon diritto nelle loro “sartorie”: nel 1914 i futuristi lanciarono il “Vestito Antineutrale”. Secondo le indicazioni degli artisti, le scarpe dovevano essere diverse l’una dall’altra per forma e colore per prendere a calci i pacifisti e gli abiti diventavano fosforescenti per spaventarli.

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Nelle prime serate futuriste Palazzeschi è in frac, Boccioni indossa eleganti bluse, Mazza e Marinetti vestono inamidate redingote mentre Altomare, Carrà e Russolo si distinguono in impeccabili smoking: impassibili, di fronte a un pubblico spesso smaniante e urlante, essi seppelliscono la stantia ribellione bohémienne e lo sdegno degli spettatori dei loro spettacoli mantenendo un distacco olimpico.
Una lezione di modernità e di anticonformismo che anticipava di decenni lo slogan: “clean living under difficult circumstances” (stile pulito in circostanze difficili) caro ai mod degli anni Sessanta.

Risultati immagini per tullio crali abitiLa moda femminile

E le donne? Il 29 febbraio 1920 viene pubblicato in “Roma Futurista” il Manifesto della moda femminile futurista a opera di Volt (nome d’arte di Vincenzo Fani): dopo aver sostenuto che la moda femminile è “sempre stata futurista”, l’autore passa ad equipararla alle altre arti “maggiori”:  “La moda è un’arte come l’architettura e come la musica”.
Al bando le fogge tradizionali e i colori “smorti”: l’abito della donna futurista non è mai troppo stravagante. Nel manifesto vengono messi al bando anche i materiali tradizionali e se ne propongono ben 100 di nuovi. Tra di essi “caucciù, alla pelle di pesce, alla tela d’imbalaggio, alla stoppa, alla canapa, ai gas, alle piante fresche e agli animali viventi”. Provocazione? In parte, si. Ma in un’altra misura, questa proposta anticipa di decine di anni ciò che sarebbe successo negli anni sessanta e settanta. E la sensualità della donna non dovrà essere nascosta, anzi: “Le nuove forme non dovranno nascondere, ma accentuare sviluppare esagerare i golfi e i promontori della penisola femminile”. 

L’invenzione della tuta

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Ma le intuizioni sartoriali del futurismo non finiscono qui, non si esauriscono nel “protagonismo” dei propri intellettuali: esse vengono messe in pratica ad esempio da Ernesto Henry Michahelles, in arte Thayaht, futurista e fascista nonché pittore, scultore,  esoterista e stilista di moda. E’ sua l’invenzione della tuta: una mescolazione nuova, pratica e rapida. In un unico capo d’abbigliamento sono infatti fusi pantaloni, maglia e giacca. Secondo il prototipo di Thayaht, doveva chiudersi con dei semplici bottoni sul davanti. Era dotata di quattro comode tasche  ma era assolutamente sguarnita di qualsiasi decorazione artificiosa; un indumento da indossare in pochi minuti.
Il nome con cui questo abito è stato battezzato da Thayaht va a riprendere il concetto (tuta = tutta, unica) cioè l’abito completo e a forma di “T”.

Ilaria Paoletti

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2 Commenti

    • Quest’ultimo genio dichiara che il Futurismo sia una cagata e lo fa leggendo un quotidiano di orientamento destrorso.
      Io non sono di nulla, dichiaro il Futurismo un faro di cultura e un’esperienza luminosa nel marasma novecentesco, un movimento mondiale nato in Italia (per grazia dell’Altissimo, anche noi, dopo l’impero romano abbiamo inventato e diffuso nuovamente qualcosa) e, pur rispettando la testata, non leggo giornali. Di destra soprattutto. Sono quanto di più lontano esista. Dichiarare merda il Futurismo è dichiarare con schiettezza la propria ignoranza analfabeta. Come certi fascistelli che preferivano altre forme di arte più retorica e accomodante al pensiero coraggioso di Marinetti e i suoi figlioli diventati famosissimi.

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