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Schermata 2015-05-08 alle 12.16.44Roma, 8 mag – E così, dopo le cliniche per bambini transgender, in Gran Bretagna arriva una proposta in nome della neutralità di genere, per evitare discriminazioni nei confronti degli alunni LGBT nei collegi, dove notoriamente i bambini si contraddistinguono tra loro per le divise che indossano.



L’idea arriva da Elly Barnes un’attivista per i diritti della comunità Lgbt (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender), e presidente di “Educate and Celebrate”, un gruppo a favore dei diritti dei gay molto attivo nelle politiche anti-discriminazione di genere nelle scuole. La Barnes ne fa una questione di principio e dichiara: “Se le femminucce possono indossare i pantaloni, perché a un maschietto non è permesso indossare una gonna? Dovremmo dare loro la possibilità di farlo”. Questo è quanto emerso nel corso di una conferenza indetta dall’Associazione delle Boarding Schools, in cui la Barnes ha sottolineato le necessità di rendere le scuole più Lgbt-friendly. A tal fine è opportuno educare lo staff scolastico, tramite corsi di formazione, a una maggiore familiarità con questi mondi. La stessa ha inoltre esortato tutte le scuole ad aggiornare le loro politiche di pari opportunità promuovendo le relazioni omosessuali sotto una luce favorevole. Ma la comunità LGBT che pretende un’assenza di condizionamenti, non si accorge che anche questo è un condizionamento?

Black Brain

Come già avviene in Italia, la Barnes ha anche ribadito l’importanza, sin dalla scuola materna, di utilizzare libri che raccontano di costellazioni familiari diverse e non conformi, come avere due mamme o due papà e la necessità di raccontare e far studiare ai bambini la lotta per i diritti della comunità LGBT così come viene previsto, nei programmi scolastici, lo studio  delle lotte dei neri per il riconoscimento dei diritti civili e l’olocausto. Per la Burnes dunque gli omosessuali e i transessuali sono persone attualmente perseguitate che non godono dei diritti civili. La finalità di queste politiche basate sulla neutralità del genere sarebbero finalizzate oltre che all’estirpazione del “bullismo omofobico” anche alla liberazione del bambino che finalmente può essere ciò che vuole liberandosi dagli stereotipi di genere?

È inevitabile il riferimento a Mario Mieli e a quanto scritto in “Elementi di critica omosessuale” del 1977, considerata dalla comunità LGBT la “bibbia” gay. Egli scrive precisamente: “La società agisce repressivamente sui bambini, tramite l’educastrazione, allo scopo di costringerli a rimuovere le tendenze sessuali congenite che essa giudica “perverse” […]. L’educastrazione ha come obiettivo la trasformazione del bimbo, tendenzialmente polimorfo e “perverso”, in adulto eterosessuale, eroticamente mutilato ma conforme alla norma”. E ancora in una intervista rilasciata al programma “Come Mai”, sempre nel 1977, Mieli risponde alla domanda sul perché si veste da donna: “Mi travesto perché mi piace. E poi anche con un po’ di spirito polemico in quanto intendo oppormi a quella normalità, secondo me demenziale, che vuole gli uomini necessariamente vestiti coi pantaloni e le donne possono invece travestirsi da uomo ma l’uomo non può travestirsi da donna. Bisognerebbe interrogarsi sul perché di questa contraddizione”.

È lecito a questo punto chiedersi se il fine di queste politiche è davvero quello di sconfiggere l’omofobia, o se ci sono altre motivazioni dietro la volontà di annientare il “maschile” e il “femminile”. Anche in Italia negli ultimi due anni sono stati investiti milioni di euro per quella che doveva essere una lotta contro le discriminazioni sessuali ma che si sta rivelando una imposizione di metodi e comportamenti atti a minare l’identità dei più piccoli. E poi, è davvero necessario promuovere dei corsi ad hoc per le discriminazioni sessuali? E dei bambini “quattrocchi”, obesi, tetraplegici, secchioni ecc. chi se ne occupa? Ecco perché sarebbe opportuno educare i bambini tramite dei progetti che mirano ad esempio all’insegnamento delle Life Skills (come indicato dall’OMS) che sono una serie di abilità cognitive, emotive e relazionali di base, che consentono ai ragazzi di operare con competenza sia sul piano individuale che su quello sociale. Le Life Skills, quindi, giocano un ruolo importante nella promozione del benessere mentale incrementando la motivazione a prendersi cura di noi stessi e degli altri, la prevenzione del disagio mentale e dei problemi comportamentali e di salute.

E questo vale per il benessere psicofisico di tutti i bambini.

Marta Stentella

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