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Roma, 5 nov – Negli ultimi anni la scuola italiana è riuscita nel difficile intento di limitare come mai prima il possibile arricchimento culturale dei giovani Italiani. Oltre che a premere su un forsennato esotismo esterofilo, migliaia di presunti professori continuano a minare le basi storico-culturali della nostra nazione tendando di insinuare nella testa degli studenti come l’Enea di Virgilio sia al pari di un qualsiasi migrante economico tunisino, che D’Annunzio sia solo un superficiale pallone gonfiato, che non ci sia spazio per Carducci ma Dario Fo, Fenoglio e le canzoni di Guccini siano indispensabili nei programmi di quinta liceo. Tutto frutto d’una vera e propria censura anti-patriottica apportata a regola d’arte da migliaia di docenti e ministri ancora fermi al ’68. Non c’è quindi da stupirsi se le generazioni di oggi ignorano totalmente a livello storico gli eroi dell’irredentismo italiano e del Piave e a livello letterario non hanno mai sentito parlare di Baldassarre Castiglione, Carlo Emilio Gadda o Ugo Ojetti.

Nel dimenticatoio generale è stato stipato, tra i tanti, anche Giovanni Berchet, un nome in parte noto fino alla scorsa generazione, mentre oggi ai più, che siano studenti o meno, dice ben poco. Questo è un caso emblematico dell’operazione di rimozione di cultura nazionale apportata in anni e anni di tendenziosa istruzione, o meglio dire distruzione. Eppure Berchet non è da considerare come un irrilevante autore minore destinato ai soli eruditi e ricercatori universitari, dal momento in cui il letterato in questione fu l’autore d’un clamoroso manifesto della letteratura romantica in Italia. Un capitolo più che necessario di storia letteraria italiana ed europea.

Oggi a Milano è ancora visibile la casa in via Cino del Duca 2 dove Berchet nacque nel 1783 da una famiglia di commercianti di tessuti d’origine svizzera. Primo di otto fratelli si affacciò presto al mondo della letteratura europea e fu tra i primi in Italia a tradurre le opere della nuova avanguardia romantica come l’ode “Il bardo” di Thomas Gray e “Il vicario di Wakefield” di Oliver Goldsmith. Nel 1816 fu l’autore del più famoso manifesto del romanticismo italiano, ovvero la “Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo”. Qui il narratore finge di scrivere al proprio figlio in collegio dandogli una serie di consigli letterari esaltando così la nuova letteratura romantica, di cui riporta come esempio due ballate del poeta tedesco G.A. Bürger, “Il cacciatore feroce” ed “Eleonora”, ispirate a leggende popolari germaniche. Giunti alla fine Grisostomo finge di aver scherzato, ed esorta il figlio a seguire fedelmente le regole classicistiche, che espone facendone una parodia. Dunque un’epistola che ironicamente inaugura il dibattito sul rinnovamento letterario in Italia, ripreso poi da Madame de Staël, Leopardi, Foscolo e dall’amico Manzoni. Questi ultimi tre in special modo sono debitori del nuovo respiro romantico nord europeo apportato da Berchet. Egli non va inteso però banalmente come detrattore tout court della tradizione classicista, semplicemente occorre capire il contesto storico-culturale in cui l’autore si mosse, ovvero un burrascoso inizio d’ottocento già saturo dei grandi echi neoclassici del ‘700. L’allora panorama letterario italiano non era più in grado d’apportare significativi contributi di classica memoria, ma quasi solo banale muffa accademica trita e ritrita. Berchet capì pertanto l’esigenza di nuovi orizzonti e volle indicare come nuovo percorso compositivo la poesia popolare al contrario di quella mitologica, definita dagli ambienti romantici “poesia dei morti”, espressione di una poetica oramai esaurita. Inoltre identificò il nuovo pubblico di riferimento  con il “popolo”, quella parte di popolazione né troppo sofisticata né eccessivamente incolta.

berchet giovanniOltre che alla letteratura Berchet dedicò la sua vita all’impegno politico e alla causa nazionale italiana. Nel 1818 fondò con Silvio Pellico Il Conciliatore, periodico milanese romantico e anti austriaco. Iscritto alla Carboneria partecipò nel 1821 a cospirazioni contro l’Impero, ma scoperto dovette riparare prima in Francia e poi a Londra. A Parigi pubblicò nel 1823 il poemetto I profughi di Parga,  in cui un abitante di Parga, città greca ceduta dagli Inglesi ai Turchi,  narra ad un ufficiale inglese lo strazio della propria patria. Tra il 1822 e il 1826 compose invece le Romanze, narrazione dell’oppressione subita dall’Italia in una serie di infelici storie di donne, esuli e solitari.  Sempre a Parigi, pubblicò nel 1829 le Fantasie, ovvero i momenti eroici durante la lotta dei Comuni italiani contro il Barbarossa rievocati dai sogni d’un esule.

Il suo acceso patriottismo lo spinse tuttavia a tornare in Italia nel ‘45 per prender poi parte alle cinque giornate di Milano del 1848. In seguito a tale impegno venne eletto due volte deputato nel Parlamento Subalpino per la Destra Storica. Purtroppo il destino volle che morisse a Torino solo tre anni più tardi, nel ’51, senza poter vedere quell’unità d’Italia per cui tanto ebbe lottato in vita.

Oggi di Berchet non resta nulla se non una modesta targa sulla casa natale, la tomba nel monumentale di Torino e l’intitolazione d’un liceo classico di Milano. Nessuna statua, busto o monumento a ricordare un letterato di tale caratura. L’opera di rimozione collettiva innescata dal sistema scolastico sembra aver compromesso la memoria d’un personaggio senza il quale difficilmente avremmo avuto Leopardi, Manzoni e Verdi così come li conosciamo oggi.

Alberto Tosi

 

3 Commenti

  1. ….grande errore imperdonabile, secondo i radical chic & pd , essere stato un patriota e essere di destra….
    Per loro, meglio Fofò…sinistro ”pentito”….il ”fascista” rosso…

    da wiki…

    ..”Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, a seguito della chiamata alle armi della neonata Repubblica Sociale Italiana si arruolò giovanissimo volontario nelle file dell’esercito fascista, prima nel ruolo di addetto alla contraerea a Varese e successivamente come paracadutista nelle file del “Battaglione Azzurro” di Tradate……”

  2. Grazie per l’informazione, è stata una bella rispolverata letteraria. La dovrebbero riproporre anche nelle scuole. Sempre che gli insegnanti riescano a ritrovare sé stessi.

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