Milano, 5 nov – Chi conduce studi giuridici o pratica la professione dell’avvocato, del giudice o di magistrato non può non avere mai sfogliato una pubblicazione edita dalla nota casa editrice milanese Giuffrè Editore, storica azienda leader non soltanto nelle pubblicazioni cartacee ma anche nel più moderno settore delle banche dati online. Fondata nel 1931 dal messinese Antonino Giuffrè, che si era trasferito a Milano negli anni ’20, è giunta ai giorni nostri alla terza generazione con il nipote Antonio che dal 2005 conduce l’azienda con la carica di direttore generale. Dalle dispense universitarie pubblicate artigianalmente negli anni ’30, passando per la crescita di fatturato e di dipendenti degli anni ’50, la Giuffrè è entrata nel terzo millennio con un’opera di riconversione digitale che tutt’ora le rende l’azienda leader nel campo dell’editoria giuridica e fiscale.

Dal 31 ottobre la famiglia Giuffrè non è più proprietaria avendo venduto il 100% delle quote al gruppo francese Editions Lefebvre Sarrut e consegnando così in mani straniere l’ennesimo prodigio di quel capitalismo italiano che si è sempre contraddistinto nel mondo e che è stato il volano del boom economico degli anni ’60. Una notizia che era nell’aria e che segue quel processo che nell’editoria di settore ha visto cedere celebri marchi quali la Utet di Torino, l’Ipsoa e la Cedam a colossi internazionali. La patria del diritto rischia così di non avere più un editore italiano: se si escludono la Giappichelli Editore di Torino e la Casa Editrice La Tribuna non resta più nulla in mani nostrane. La voce grossa in capitolo la gioca il gruppo olandese multinazionale Wolters Kluwer, presente in più di 150 paesi con un fatturato di oltre 4 miliardi di euro l’anno e 19mila dipendenti. In Italia, in barba alla libera concorrenza, ha acquistato a mani basse includendo all’interno del proprio gruppo la DeAgostini Professionale (Leggi d’Italia), Ipsoa, Utet, Cedam e Osra.

editore giuffrèDa qualche giorno anche la Giuffrè Editore, che conta 140 dipendenti e un fatturato annuo di circa 50 milioni di euro, cade in mani straniere e lo fa nell’ottica, secondo le parole del direttore generale Antonio Giuffrè, di una strategia che permetterà il passaggio da azienda familiare a grande gruppo europeo. Al di là della ovvia capitalizzazione che un’operazione del genere comporta, c’è veramente bisogno per le aziende italiane ancora gestite in maniera padronale di doversi trasformare in grandi gruppi fondendosi con le multinazionali? In realtà questo processo in atto da parecchi lustri fa parte di una specifica condizione che fa capo alla globalizzazione. Il capitalismo italiano, familiare, ma dal volto umano – si pensi ai Falck o agli Olivetti per fare degli esempi – si poggiava sugli insegnamenti neo-keynesiani e di un’economia sociale che ha avuto i suoi brillanti risultati a partire dai già citati anni ’60. La globalizzazione, che altro non è che il modello socio-economico statunitense esportato in tutto il mondo, ha invece indotto il capitalismo nostrano ad una trasformazione, che è ancora in atto ma che si appresta a concludersi, che pone l’obbligo dei dividendi e della conquista di nuovi mercati come dogma primario. Come in un oceano che pullula di squali i pesci piccoli si stanno vedendo decimati e divorati in quel processo di aggregazione che impone al capitalismo globale di essere sempre più grossi per essere competitivi. L’anticamera degli oligopoli, dove poche multinazionali si contendono delle fette di mercato globale sempre più ampie.

Sicuramente la cessione messa in atto della famiglia Giuffrè si pone nell’ottica di quella che viene definita modernità, ma siamo poi così certi che dopo aver esternalizzato, e ceduto rami di azienda, secondo i dettami del nuovo capitalismo, questa sia la scelta più giusta per la sopravvivenza di un marchio storico che vanta una propria tipografia e una rete vendita capillare presente in quasi tutte le province italiane, e che ha come mercato principale di riferimento l’Italia? Se il competitor è un moloch chiamato Wolters Kluwer la risposta non può che essere affermativa. In tutti gli altri casi la risposta non potrà fare altro che rammaricarci per l’ennesimo gioiello di famiglia perso.

Giuseppe Maneggio

1 commento

  1. Mi permetto di dire che a mio avviso idealizzate il capitalismo familiare italiano (buono per molti versi, pessimo per altri) e che dimenticate una cosa: pecunia non olet, per quanto la famiglia imprenditoriale italiana si dica fedele a certi valori (che spesso nemmeno sa spiegare) in realtà quando arriva il grande gruppo straniero che offre palate di milioni per le partecipazioni azionarie, tanti saluti Italia e benvenuti dollari stranieri. Peraltro, nel mondo imprenditoriale (rectius: capitalista) il termine di moda è “exit” ossia uscire monetizzando e se ne vadano tutti a quel paese. Quindi mettetevi il cuore in pace: l’imprenditore iltaliano contemporaneo sogna solo di creare plusvalenza sul suo capitale e siccome è più facile realizzarla vendendo agli stranieri, ecco che le aziende smettono di essere italiane.

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