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Gli Stati Uniti e la dittatura del politicamente corretto

by Paolo Mauri
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thoughtRoma, 1 set – “Sono un professore liberale e i miei studenti liberali mi terrorizzano”. Non è il titolo di un film horror ambientato in un liceo ma riassume quanto sta succedendo oltre Atlantico nelle università americane: anni, decenni di campagne di sensibilizzazione per cambiare la lingua in modo da non risultare offensiva per nessuno hanno dato i loro frutti. E sono frutti già marci se un docente universitario ha dovuto scrivere sotto pseudonimo ad un periodico (Vox n.d.a.) che è terrorizzato da come i suoi studenti siano totalmente sottomessi alla nuova dottrina del politicamente corretto tanto da richiedergli di non usare determinati termini o locuzioni che ritengono possano essere offensivi.
Non si sta parlando di insulti a connotazione razziale come il famoso “nigger”, bensì di una forma mentis radicata che porta a considerare una semplice domanda come “dove sei nato?” offensiva se rivolta ad un asiatico o latinoamericano in quanto sottintenderebbe una discriminazione in base alla presunta considerazione che non siano “veri americani”. Follia.
Anche peggio: follia legalizzata. Perché esiste anche un termine specifico e riconosciuto per un tale comportamento: “microaggressions”, microaggressioni, ovvero piccole azioni o scelte di parole che a prima vista sembrano non avere alcun intento malizioso ma nonostante questo sono ritenute possedere un certo grado di violenza.
Non è tutto. Nelle università americane un professore è tenuto a segnalare se un argomento di un corso possa far nascere un qualche tipo di forte risposta emotiva. Viene definito “trigger warnings”, che potremmo tradurre come “avviso di provocazione”. Per fare un esempio alcuni studenti hanno richiesto questo tipo di avviso per “Il grande Gatsby” di F.S. Fitzgerald in quanto nel romanzo viene descritto un comportamento misogino e di abusi fisici; in questo modo coloro i quali sono stati vittime di comportamenti del genere possono scegliere di evitare di leggerlo per non avere provocata una reazione post traumatica.
Questa ossessionante ricerca del politicamente corretto ha raggiunto parossismi surreali. Come riporta la rivista The Atlantic in un interessante articolo sull’argomento, nel campus dell’università di Brandeis (Massachusetts) l’associazione degli studenti asioamericani ha denunciato un cartellone posto nella hall della facoltà che recitava “Non dovresti essere bravo in matematica?” trovandola offensiva, e quindi essere una microaggressione, nei confronti degli studenti di origine asiatica; l’università pertanto ha dovuto eliminare il pannello, insieme ad altri, scusandosi formalmente con “chiunque si fosse sentito ferito dalla microaggressione”.
Questa nuova dottrina educativa è stata lentamente istituzionalizzata nelle scuole americane arrivando a ritenere offensive anche innocue frasi come “L’America è la terra delle opportunità” e “Credo che la persona meglio qualificata debba ottenere il lavoro”. Ad una analisi più approfondita questo va oltre la dottrina del politicamente corretto, che veniva propugnato a forza nel nome del rispetto delle minoranze etniche del paese, per arrivare ad una sorta di sentimentalmente corretto: qui non si garantisce più solamente il non voler ferire l’identità di una minoranza, bensì si è arrivati al voler garantire che nessuna persona, solamente in quanto tale, si possa sentire sentimentalmente ferita. Una personalizzazione forzata della cultura che non ha precedenti, superando perfino la censura imposta a certi termini nei classici della letteratura americana: qualche anno fa infatti fu cancellata la parola “nigger” dall’ultima edizione di “Huckleberry Finn” di Mark Twain, come se noi cancellassimo dalla Divina Commedia ogni riferimento a Giuda e giudeo per l’uso dispregiativo che ne fa Dante o per come vengono dipinte le figure di Maometto e di tutto l’Islam nell’Inferno. Inconcepibile, anche se qualcuno recentemente ci ha provato.
Personalizzazione che sembra essere il risultato di una società in cui la psiche dei giovani è talmente fragile da non tollerare che si legga in un libro una parola offensiva o che un insegnante possa parlare tranquillamente di differenze culturali contestualizzandole in un determinato periodo storico, ma quello che più lascia perplessi, oltre al fatto che questa educazione non sia solamente imposta dall’alto ma che venga appositamente richiesta dagli studenti, è che sia stata istituzionalizzata e, soprattutto, che ogni infrazione venga duramente punita. Come scriveva già nel 1993 Robert Hughes ne “La cultura del piagnisteo” poiché nella nuova società americana i nuovi eroi sono le vittime, il rango di vittima viene reclamato da ogni componente della società, e così ciascuno comincia a sentirsi offeso da ogni sua minima sfumatura: che sia la scuola oppure il luogo di lavoro. Sempre secondo Hughes si è affermato un modello culturale in cui quasi tutti hanno subito violenze più o meno gravi, tutti hanno avuto modelli di comportamento imperfetti, e se non ne si è convinti è solo perché è stato rimosso il ricordo di questo “trauma”, quindi ognuno ha diritto di sentirsi offeso perché non ha un lavoro, perché gli viene dato da leggere “Il grande Gatsby” o perché viene considerato più bravo in matematica.
“La doglianza dà potere anche se solo (ma così non sembra essere più) il potere del ricatto emotivo che crea un tasso di sensi di colpa sociali mai registrato in precedenza”. Il problema è che questi sensi di colpa ormai sono arrivati a tutti i livelli della società americana tanto da rinunciare nelle scuole alla prospettiva dell’eccellenza per non svilire gli studenti meno capaci: anziché spronare gli allievi a dare il meglio gli insegnanti dedicano le loro energie a che nessuno si senta inadeguato. Soprattutto per questo si è intrapresa la discutibilissima politica del cambiare il tipo di linguaggio anche attraverso la censura, come in una ennesima riedizione del mondo orwelliano.
Potremmo continuare su questa panoramica citando la recente decisione di mettere al bando la bandiera degli Stati Confederati dopo quanto avvenuto a Charleston, ma preferiamo soffermarci su quanto di questa mentalità sia stato importato anche in Italia, considerando le diatribe politicamente corrette sull’uso boldriniano di “migranti” al posto di “immigrati” e sul considerare la parola “zingaro” come offensiva, per non parlare del vocabolo “negro”, che nella lingua italiana viene usato per indicare gli appartenenti all’etnia negroide dotata di tratti somatici differenti da quelli europei/caucasici e quindi da considerarsi assolutamente caratterizzante della diversità e dell’identità di un popolo rispetto ad un altro; ed è questo il nodo focale: oggi questa dittatura del politicamente corretto che abbiamo importato da oltremare tende a svilire e appiattire ogni tipo di differenza cercando di uniformare, al ribasso, ogni anelito di valorizzazione identitaria, che viene tacciata di razzismo, propugnando nel contempo i valori di un personalismo e individualismo che sfociano in una forma di egoismo che porta a richiedere sempre più diritti personali, facendosi scudo del proprio vittimismo emotivo, rispetto a quelli che sono i doveri verso la società di cui si fa parte anteponendo così i propri bisogni privati al “bene comune” che dovrebbe essere il principio fondante di ogni civiltà, come da “patto sociale” di hobbesiana memoria.
Paolo Mauri

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3 comments

Es 1 Settembre 2015 - 4:46

Ottimo articolo

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Alessandro Maurizi 2 Settembre 2015 - 5:00

In inglese la parola liberal ormai ha assunto il significato di progressista, indicando un modo di pensare assai distante dal liberalismo classico.

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Mauro 20 Dicembre 2015 - 10:37

Ottimo articolo!

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