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lautrecRoma, 12 apr- Henri de Toulouse-Lautrec (1864- 1901), di nobile stirpe, era piccolo, brutto, goffo. Malattie genetiche, causate da rapporti tra consanguinei, ne avevano bloccato la crescita: sembrava davvero un nano. Un nano triste e dolorosamente consapevole, ma anche carico di vitalità e di estro creativo. La miscela esplosiva aveva generato l’artista, il pittore che “cercava la Realtà”, sdegnando quelle “finzioni che falsano le idee e sbilanciano gli spiriti” ed evitando di “rimestare là dove non c’era nulla da trovare” . Ma preferendo “vedere ciò che noi siamo e non ciò che abbiamo l’aria di essere”: dunque, “mostrandoci a noi stessi”. Così si legge nel necrologio del pittore, stilato da un anonimo sul “Journal de Paris” il 10 settembre 1901. Ed è la carica di verità di questo “gnomo sublime”, morto a trentasette anni, che ritroviamo in una mostra, allestita a Forte dei Marmi dal Museo della Satira e della Caricatura ( Villa Bertelli, Via Mazzini 200, fino al 29 maggio. Catalogo a cura di Cinzia Bibolotti e Marco Calotti).



E’ da quando eravamo bambini che ci portiamo “dentro” il pittore e la sua storia. Grazie a quella grandiosa fonte dell’immaginario che è il cinema quando è in grado di confezionare un film come si deve. Lo fu, e non soltanto per noi, visto che ricevette quattro designazioni agli Oscar e due statuette per scene e costumi, il variopinto “Moulin Rouge”, diretto da John Huston. La sfrenata, trascinante, sensuale allegria del can can d’apertura ci emozionò non poco: cosce, calze, giarrettiere e mutandine nere delle ballerine entrarono prepotenti nei nostri sogni erotici. Infantili, ma tutt’altro che casti e puri. In ugual misura ci conquistò la vicenda umana e artistica di Lautrec, interpretato da José Ferrer, buffo, dolorante mostriciattolo. Sgraziato, eppure “pieno di grazia”, come chiunque abbia, in grande abbondanza, cuore, spirito e talento. Più lo strazio che non ti annienta, ma ti stimola a rappresentare quello che vedi, “con sicurezza di mano, con un ardire delicato e fermo insieme”, tanto per tornare al nostro sapiente, anonimo Necrologista. Insomma, una nostra idea/immagine di Henri-Marie-Raymond de Toulouse-Lautrec-Monfa (questo il nome completo) ce l’avevamo. E via via, tra letture e itinerari nei musei ci siamo “documentati”.

Ma conoscevamo il grande pittore ed ecco che incontriamo un Lautrec meno noto ed altrettanto grande. Ovvero il disegnatore di “Le Rire”, un giornale umoristico parigino che la rassegna versiliese rievoca attraverso un’ampia raccolta di originali, materiali illustrativi, schede puntuali e argomentate. Negli ultimi anni dell’Ottocento, “Le Rire”, al pari di altri fogli satirici, prese di mira uomini e ambienti della Terza Repubblica, incontenibile nella corruzione come nella gioia di vivere, e grazie alla litografia, dette alla “vis” polemica tratti di forte “immediatezza”. Di questo impertinente mondo di “contestatori” del “sistema” borghese, l’anticonformista Lautrec fu un vivace alfiere. Il suo “spazio sacro”, una specie di colorita “dimora filosofale” alternativa ad ogni tranquilla opacità ben pensante, era, appunto, il “Moulin Rouge”, il “café chantant” inaugurato nel 1889 . Qui Lautrec si sentiva a suo agio. Come nei postriboli, nei circhi, nei velodromi ecc.: dovunque si accalcasse una confusa, chiassosa umanità, tra risate a piena gola e abissali malinconie, lui era di casa. Questo, il “mondo” amato dal nostro “eretico dell’impressionismo”: amico di Cezanne e di Van Gogh, Lautrec, infatti, non si beava dei paesaggi “en plein air”, preferendo-come evidenziano i disegni di “Le Rire”– una realtà “chiusa” e “più vera del Vero”. Dove austeri borghesi affamati di carnali ebbrezze si mescolavano a prostitute, clown, ballerine, giocolieri, acrobati ecc. , svelando in uno sguardo sfuggente il desiderio e la pena di vivere dopo la morte dell’innocenza.

Mario Bernardi Guardi



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