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pitagora-filosofia-perenneRoma, 24 ott – Nell’epoca di disgregazione mondialista delle identità culturali non rappresenta sicuramente una perdita di tempo l’interrogarsi sulla cifra delle medesime, e meditare sulla loro reale natura. Sappiamo bene quale è la versione ufficialmente accettata a livello scolastico ed accademico: gli Italiani sono un popolo di bigotti repressi figli del tomismo clericale che non hanno avuto nemmeno la decenza di diventare protestanti, ovvero millenaristi lisergici. A dire il vero, però, già all’indomani dell’unità nazionale il grande filosofo Bertrando Spaventa si era accorto che i temi principali della filosofia cosiddetta “moderna” (in pratica, l’idealismo tedesco) erano già presenti almeno a livello seminale nella filosofia italiana dei secoli precedenti, la quale era quindi molto più ereticale di quanto la si voglia far passare.

A voler estendere il discorso, ci pare di riuscire ad individuare una sorta di filo conduttore all’interno della filosofia perenne italica almeno a partire da Pitagora, se la cosa non appare troppo superba. L’importanza del filosofo di Samo sta nel rappresentare il primo “trait d’union” tra il razionalismo occidentale e le dottrine metafisiche di oriente e occidente, in un contesto dottrinario per lo più mutuato dall’Orfismo e dalle dottrine Indù, a proposito della metempsicosi. Pitagora rappresenterà in altre parole il primo tentativo in Occidente di dare una sistematizzazione razionale a quel sentire irrazionale, bagaglio di quel dionisismo risalente alla notte dei tempi delle civiltà del mediterraneo orientale. Il pitagorismo dunque getterà il seme per una forma di pensiero, che come un fiume sotterraneo attraverserà la storia dell’Occidente, accomunando tutte quelle scuole di pensiero che fa del razionale un elemento parte di un contesto metafisico. Per quanto la questione possa sembrare astratta, evidentemente il valore comunitario della sua filosofia non fu percepito minimamente come astratto dai suoi contemporanei, che si rivoltarono contro ed incendiarono la scuola, non potendo sopportare che un filosofo si occupasse anche e soprattutto della “cosa pubblica”, ovvero che la sua filosofia avesse anche e soprattutto un contenuto schiettamente politico.

Questa potrebbe essere una chiave di lettura interessante per l’argomento trattato. Con un salto temporale possiamo andare fino a Marco Aurelio, l’imperatore-filosofo che pur riconoscendo l’irrazionale caos dell’Universo svariati secoli prima di Nietzsche e Schopenhauer, cionondimeno attenderà sempre e comunque ai suoi doveri nei confronti dello Stato anche quando in contrasto con la sua propria sensibilità personale. Del fondatore vero e proprio della poesia e del linguaggio italiano, Dante, apparentemente si è già detto tutto, salvo quello che è essenziale ed irrinunciabile, e cioè che tutta la sua opera poetica, tutto il suo impegno personale è dedicato alla politica intesa come governo delle cose d’Italia, frustrato dallo strapotere guelfo sulla penisola. Strapotere che, sia detto di passata, non sembra essere ancora venuto meno. E che dire di Machiavelli, il patriota idealista a cui l’ignoranza degli intellettuali successivi e la stupidità dei clericali a lui coevi lo condannerà alla fama di cinico teorico dell’assolutismo monarchico, manco fosse un Hobbes dei poveri. Di lui possiamo solo ricordare gli alti ideali di virtù repubblicana dei “discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” e l’elogio dell’uomo forte de “Il principe” che sceglie di stare con il popolo e non con i “Grandi” in quanto il primo non vuole essere oppresso, i secondi vogliono opprimere, in un rapporto cesaristico che avrà incredibile fortuna molti secoli dopo. Sorte analoga è toccata a Campanella, che passa per una sorta di teorico della controriforma, a cui però i preti hanno fatto fare 30 anni di galera. Ben strano destino, in effetti, per un bigotto baciatore di pantofole. Non sarà forse che la sua rivalutazione dell’uomo, della ragione e del primato del potere temporale su quello religioso sono in effetti del tutto incompatibili con determinati culti desertici?

foscolo-filosofia-perenneDi Giordano Bruno, almeno speriamo, non c’è nulla di particolare da dire. Il suo rogo, dovuto al non essersi mai sottratto al discorso pubblico ed alla polemica nei confronti dei nero-vestiti, accende ancora gli animi di chi abbia una salta dirittura morale. Si potrebbe parlare anche dell’ateo, nichilista e pessimista Ugo Foscolo, che ha dedicato la sua intera vita alla Patria ed alla necessità di una religione civile di coesione comunitaria. La scuola dell’obbligo cattocomunista solitamente lo presenta come una sorta di necrofilo gotico, una specie di metallaro scandinavo ante litteram, ma il significato religioso che per lui aveva il culto dei morti è lampante: trattasi di una comunità che riflette sul suo significato e sulla sua proiezione oltre la morte. Analogo destino è toccato ovviamente a Leopardi, presentato come un tristo disabile voyeurista, il quale però ci ha lasciato perle di straordinaria bellezza, che riportiamo testualmente per non incorrere in equivoci: “La società non può sussistere senz’amor patrio, ed odio degli stranieri. Essendo l’uomo essenzialmente ed eternamente egoista, la società per conseguenza, non può essere ordinata al ben comune, cioè sussistere con verità, se l’uomo non diventa egoista di essa società, cioè della sua nazione o patria, e quindi naturalmente nemico delle altre […]. L’egoismo universale (giacché anche questo non potrebb’essere altro che egoismo, come tutte le passioni e tutti gli amori de’viventi) è contraddittorio nella sua stessa nozione, giacché l’egoismo è un amore di preferenza, che si applica a se stesso, o a chi si considera come se stesso: e l’universale esclude l’idea della preferenza. Molto più poi è stravagante l’amore sognato da molti filosofi, non solo di tutti gli uomini, ma di tutti i viventi, e quanto si possa, di tutto l’esistente: cosa contraddittoria alla natura […] Prima del Cristianesimo i vinti erano miseri e schiavi, cosa naturalissima in tutte le specie di viventi, oggi lo sono né più né meno anche i vincitori e fortunati, cosa barbara ed assurda; allora chi moveva la guerra, era spesso ingiusto colla nazione a cui la moveva, adesso chi la muove è ingiusto, appresso a poco, tanto con quella a cui la move, quanto con quella per cui mezzo e forza la muove: e ciò tanto nel muoverla, quanto in tutto il resto delle sue azioni pubbliche”. Non male per un disabile depresso.

Arriviamo quindi alla stella del nostro Risorgimento glorioso, quel Mazzini che solo riuscì ad inimicarsi massoni, anarchici, comunisti, monarchici e clericali in un’unica vita spesa nella lotta per la Patria. Sbaglierà clamorosamente quello che in lui potrà vedere un teista allucinato: “Dio è Dio e l’Umanità è il suo profeta” non vuol dire altro che il totale rifiuto di ogni dualismo metafisico nella concretezza dell’azione politica, che per Mazzini è al contempo religiosa in quanto unisce gli uomini in un vincolo impersonale ed eterno. Anche Oriani, nobile precursore del fascismo, vede nel vincolo comunitario su base religiosa il nerbo di una missione civilizzatrice del popolo italiano. La nazionalità come missione, come edificazione, come proiezione nel futuro, fuori da qualunque naturalismo germanico, giacobinismo francese, cosmopolitismo inglese. Che dire poi di Marinetti? Veramente lui fu l’Italiano più puro, più vero, più sano che si possa immaginare. Anarcoide, poliglotta, inesausto nemico di ogni vecchiume, cionondimeno animato da un amor di Patria che non scenderà mai a compromessi con nessuno, nemmeno con i suoi compagni futuristi meno coerenti di lui. Perché solo la Patria può essere il luogo di sviluppo delle libere personalità individuali, non il caos atomistico dei liberali.

Chiudiamo questa breve rassegna con il nostro (come italiani ed europei) maggior filosofo, quel Giovanni Gentile che nel suo attualismo e nella sua condotta di vita rispetta appieno il carattere italico di cui sopra: la perfetta coincidenza di politica, filosofia e vita. Barbaramente trucidato dalla canea sovversiva per aver osato un appello all’unità nazionale oltre gli schieramenti politici contro l’invasore anglo-americano, sarà successivamente cancellato dall’insegnamento scolastico ed accademico, salvo deliranti ripescamenti alla Severino. Questo è un indizio importante rispetto alla reale portata del suo pensiero. Ed è anche un monito a noi indegni eredi di una stagione gloriosa e di una storia tormentata: dobbiamo tornare ad essere italiani, e questo comporta anche il riappropriarsi della nostra tradizione filosofica e dello spirito che l’ha sempre animata.

Matteo Rovatti

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