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Roma, 20 mar – «Siano benedetti i confini nazionali: perimetrano il territorio, ma garantiscono diritti, spazi giuridici ed economici, tutelando anche coloro che hanno il permesso di entrare, per ragioni turistiche o di affari. I confini sono garanzia di politiche sociali, manifestazioni di uno Stato forte e interventista per le fasce deboli della popolazione». Basterebbe solo questa breve citazione per far capire quanto il libro di Stelio Fergola L’inganno antirazzista (Passaggio al Bosco edizioni, pp. 224, € 15), pubblicato di recente, voglia schiaffeggiare il politicamente corretto e il suo clero intellettuale: professori, giornalisti e politici quotidianamente impegnati a gettare fango sull’Italia e la sua storia, oltre che su qualsiasi forma di orgoglio nazionale, nel nome dell’apertura indiscriminata dei confini. E soprattutto nel segno di un «antirazzismo» di facciata dietro il quale si nasconde un’ideologia spesso violenta e una vasta gamma di interessi finanziari, come testimonia l’appoggio delle fondazioni di Soros a cooperative e partiti impegnati nel «business dell’accoglienza».
Fergola scrive un’opera agile e rigorosa, che diventa un vero e proprio atto di coraggio nell’epoca dell’impossibilità di dichiararsi contrari a questo nuovo verbo «internazionalista, omologante e progressista che sta letteralmente decostruendo le differenze culturali e identitarie dei nostri popoli, innalzando il cittadino apolide a modello antropologico e riferimento polare». Secondo Fergola, bollando di «razzismo» qualsiasi opinione contraria al «vangelo progressista», le élites politico-culturali di sinistra (ma non solo, pensiamo a Papa Francesco) portano avanti un progetto di ingegneria sociale che prevede la progressiva scomparsa delle differenze tra popoli e nazioni. I primi esempi arrivano dalla furia iconoclasta che ha colpito gli Usa o dal sostegno sfrenato alle Ong da parte del Pd e di personaggi quali la Boldrini e Saviano, nonostante le illegalità e i contatti con i trafficanti emersi in seguito alle denunce del blogger Luca Donadel, e che non accennano a fermarsi.
Partendo da un solido bagaglio culturale in cui spiccano De Benoist, Preve, Cardini, Damiano, Bagnai e Debray, Fergola passa in rassegna tutte le contraddizioni e i drammi prodotti dalla modernità del buonismo e dei «diritti umani»: interessanti in particolare le analisi (ricche di dati) del tessuto sociale di nazioni come gli Stati Uniti e l’Inghilterra, dove il cosiddetto multiculturalismo sta producendo disastri sul piano tanto dello Stato sociale quanto della vita quotidiana, tra criminalità crescente e fiorire di «quartieri-ghetto». I casi più delicati si registrano in Francia e in Belgio, dove molte zone stanno diventando serbatoi del fondamentalismo islamico sotto gli occhi di classi dirigenti deboli e piegate al dogma dell’«integrazione» a tutti i costi. Allo stesso modo la Svezia, sbandierata da più parti come esempio virtuoso di accoglienza, viene umiliata perdendo letteralmente il controllo di quartieri della propria capitale, come per esempio Rinkeby, dove il 90% delle popolazione è di origine straniera e dove domina l’intolleranza di fazioni musulmane, come ha testimoniato tra i tanti un reportage dell’inglese Katie Hopkins.
Siamo di fronte ad un atto di accusa amaro e spietato nei confronti dell’Occidente liberale, freddo, individualista e incapace di tutelare i propri cittadini, che rischia di scomparire per un autolesionismo e un «auto-razzismo» di cui il calo demografico è l’aspetto più tragico ed evidente. La (ri)scoperta dei legami di ogni popolo con la propria storia e il proprio territorio e di un sano senso di comunità emergono tra le pagine del libro come le uniche alternative a un finale oscuro. «Perché custodire e trasmettere le differenze che caratterizzano il pianeta non è una opinione tra tante, ma il solo modo possibile per continuare a garantire la sopravvivenza dei popoli e delle identità».
Francesco Carlesi



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