Roma, 23 ago – Che cos’è l’Italia non-woke? È questa la domanda che prima o poi doveva emergere dal dibattito riaperto prepotentemente nelle ultime settimane. Per anni una parte della destra ha investito tante energie nel dimostrare l’esistenza e la natura ideologica del woke; oggi che persino giornali e dirigenti progressisti cominciano a prenderne le distanze, almeno nelle forme più esasperate, diventa inevitabile spostare il discorso. Perché sapere che cosa non vogliamo essere non significa ancora sapere che cosa vogliamo diventare.
E proprio dalla sinistra più irriducibile sul tema, arriva una provocazione che merita di essere raccolta. Il ragionamento, ridotto all’essenziale, suona così: mentre discutete di pronomi, cancel culture e identità di genere, l’Italia reale è fatta di paesi che si svuotano, chiese abbandonate, fontane a secco, scuole e ospedali chiusi, anziani rimasti soli, giovani che partono e lavoratori stranieri relegati negli ultimi gradini della piramide sociale. Dopodiché arriva quasi sempre la conclusione ideologica più ferocemente anti-italiana: ciò che chiamiamo «identità italiana», territorio, tradizione o valori cristiani non sarebbe la soluzione, ma parte del problema, l’alibi culturale dietro cui nascondere provincialismo, razzismo e chiusura.
La conclusione contraddice però la premessa. Le chiese, le fontane, i borghi e buona parte delle infrastrutture civili di cui oggi si constata la scomparsa furono costruiti da comunità che possedevano un rapporto infinitamente più forte del nostro con territorio, continuità generazionale, religione, lavoro e appartenenza. Anche l’opposizione tra particolarità italiana e universalismo è storicamente debole: il diritto Romano, il cattolicesimo, i Comuni, le università, l’Umanesimo e il Rinascimento furono universalmente fecondi proprio perché nacquero da forme storiche determinate. Ma una volta smontato questo equivoco, la provocazione rimane: se il woke non è il futuro che vogliamo, quale Italia dovrebbe prenderne il posto?
Woke o non woke: qual è l’Italia che vuole emergere?
L’anti-wokismo è stato finora molto più efficace nella diagnosi che nella costruzione. Sa indicare ciò che rifiuta: fluidità identitaria, cancellazione della memoria, multiculturalismo normativo, pedagogia della colpa, riscrittura del linguaggio. Ma una civiltà non prevale perché dimostra l’assurdità dell’avversario. Prevale quando riesce nuovamente a produrre forme di vita desiderabili. Ed è precisamente qui che il conservatorismo rischia la propria caricatura: opporre allo schwa il campanile, alla cultura queer la trattoria, alla cancel culture il borgo, all’identità fluida il prodotto Dop. Tutte realtà che meritano di essere difese, ma che non costituiscono da sole un progetto. Insomma la tendenza è quella di trasformare la nazione in patrimonio, sul modello narrativo di Linea Verde. Nulla di sbagliato in sé: il problema comincia quando l’Italia viene pensata soprattutto come qualcosa da raccontare, visitare e conservare, anziché come qualcosa da continuare a costruire.
Adriano Scianca, in La nazione fatidica. Elogio politico e metafisico dell’Italia, pubblicato da Altaforte nel 2019, ricostruisce proprio il carattere incompiuto e problematico dell’identità italiana, dall’antichità alle sfide contemporanee. Il punto più utile, al di là delle singole tesi del libro, è che l’Italia non appare mai soltanto come un’eredità ricevuta: è anche una pretesa sul futuro. Ed è questo che oggi manca. Possediamo un patrimonio gigantesco, ma abbiamo sempre più difficoltà a immaginare quale civiltà debba produrlo domani. I numeri rendono questa riflessione molto più pragmatica di quanto sembri. Tra il 2011 e il 2024 sono emigrati 630 mila italiani tra i 18 e i 34 anni, circa il 7% della popolazione giovanile attuale; 78 mila nel solo 2024. Nel triennio 2022-2024 il 42,1% di chi partiva era laureato e il CNEL stima in 159,5 miliardi il valore del capitale umano uscito dal Paese. Contemporaneamente nel 2025 sono nati appena 355 mila bambini e la fecondità è scesa a 1,14 figli per donna. Una comunità che non riesce più a trattenere i propri giovani e a generare le generazioni successive può celebrare la propria identità quanto vuole: sta perdendo la capacità materiale di trasmetterla.
La cultura di destra spesso ricade dentro false alternative
Qui bisogna quindi fare una constatazione spietata: una parte della cultura di destra resta prigioniera di una falsa alternativa. Da un lato c’è la modernità globale, accettata come processo inevitabile; dall’altro una tradizione ridotta a memoria, radici, rito, sacro e contemplazione del passato. A questa oscillazione se ne aggiungono altre: l’anti-occidentalismo che, criticando giustamente l’omologazione americana, finisce talvolta per cercare altrove un modello già pronto; il “mediterraneismo” che insiste sulle contaminazioni fino a rendere sfocata la specificità italiana; il conservatorismo istituzionale che recupera Roma, cristianesimo e storia nazionale senza mettere realmente in discussione le strutture economiche e sociali che ne erodono la continuità. Sempre Scianca, nel suo L’identità sacra. Dèi, popoli e luoghi al tempo della Grande Sostituzione, insiste sul legame tra comunità, territorio e universo simbolico. È una risposta importante all’idea postmoderna secondo cui ogni luogo sarebbe intercambiabile con qualsiasi altro. Ma il radicamento non può limitarsi alla custodia: un luogo continua a essere nostro soltanto se continuiamo a viverci, modificarlo, lavorarci e proiettarvi un futuro.
Da latitudini diverse, anche Guillaume Faye provò a rompere questa opposizione nel suo celebre Archeofuturismo, pubblicato per la prima volta nel 1998. Il termine era volutamente paradossale: ricongiungere elementi archetipici e permanenti con l’innovazione tecnica più avanzata, rifiutando sia il culto progressista della novità sia il tradizionalismo museale. Nonostante i cambiamenti considerevoli intercorsi tra la fine degli anni Novanta e oggi, l’intuizione più fertile resta ancora mobilitante: l’alternativa alla modernità sradicata non è il ritorno a ieri, ma un’altra modernità.
L’origine è «l’anima celata di ogni progetto d’avvenire»
Del resto, la storia italiana offre un modello molto meno conservatore di quanto si tenda a credere. Il Risorgimento, ad esempio, non fu un movimento per preservare qualcosa che già esisteva nella sua forma definitiva. Roma, Dante, i Comuni, la lingua, il diritto, il Rinascimento e una lunghissima continuità storica erano già lì; ma non producevano automaticamente uno Stato nazionale. Servì una decisione politica. È il senso della formula di Giovanni Gentile: «le nazioni non ci sono, ma si fondano», e di quella mazziniana che egli richiama: «volevamo fondare una nazione, creare un popolo». La nazione è quindi sempre una «comunità immaginata», ma non perchè sia “falsa”: significa che milioni di persone che non si conosceranno mai personalmente devono essere capaci di rappresentarsi come parte dello stesso corpo collettivo. La comunità nazionale è quindi insieme realtà storica e costruzione simbolica, eredità e volontà.
Anche se tornassimo alle radici più arcaiche dell’Italia, quindi, non troveremmo nulla di passatista. E proprio su questo punto insiste il volume collettaneo Cercate l’antica madre, pubblicato da Passaggio al Bosco nel 2026, dedicato alla figura mitico-politica di Enea: rivolgersi all’origine non significa tornare indietro, è l’origine che può diventare «l’anima celata di ogni progetto d’avvenire». Enea, del resto, non salva Troia ricostruendola identica altrove. Porta con sé i Penati, il padre, il figlio, la memoria; proprio grazie a questa fedeltà può fondare ciò che ancora non esiste. Il mito virgiliano diventa così una metafora estremamente italiana: la continuità non consiste nel restare fermi, ma nel riuscire a trasformarsi senza dissolversi.
L’identità è primariamente una continuità
Quindi, se l’identità è primariamente una continuità generativa, trattenere una generazione è una politica nazionale tanto quanto difendere un confine. Casa accessibile, salari che permettano autonomia, servizi per l’infanzia, fiscalità familiare, ricerca capace di assorbire competenze elevate, mobilità sociale, industria: non sono temi economici separati dalla questione identitaria. Sono il modo concreto in cui una nazione permette ai propri figli di continuare a farne parte. E lo stesso vale per il territorio. Salvare un borgo non significa restaurarne le facciate per trasformarlo in albergo diffuso, ma riportarvi funzioni: scuola, sanità, collegamenti, lavoro qualificato, produzione, famiglie. Difendere le città significa impedire che diventino scenografie internazionali abitate temporaneamente da turisti mentre chi ci è nato viene espulso dal costo della casa, su cui influisce la proliferazione degli affitti brevi. Il punto è che una Firenze abitabile per i fiorentini è più tradizionale di una Firenze perfettamente restaurata ma convertita in struttura ricettiva. Una Venezia produttiva, abitata e generativa è più veneziana di una Venezia conservata intatta per milioni di visitatori.
È qui che dobbiamo farla finita con l’identità come estetica, o perfino come appellativo: dire che qualcosa è “identitario” non lo rende veramente tale, è la sua funzione in un determinato ordine politico a stabilirlo. Perchè la vera alternativa al globalismo non è il localismo impotente, ma la capacità di ordinare nuovamente lo spazio nazionale intorno alla vita del popolo specifico che lo abita. Dal borgo al paesaggio, dai quartieri ai grandi spazi geopolitici.
Dall’Italia all’Europa, senza torcicollo
E infatti resta un ultimo gradino da salire, spesso il più difficile. Un’identità italiana futuribile non può ridursi all’autarchia. In un mondo che – rotta la “bolla della fine della storia” – si sta riorganizzando attorno a grandi spazi economici, tecnologici, demografici e militari, l’Italia isolata non possiede la massa necessaria per esercitare piena sovranità. Da questo non deriva che debba dissolversi nel’«Occidente» come sinonimo automatico del sistema imperiale americano. Per questo è più necessario che mai rimarcare tutte le differenze tra l’Europa e quell’Occidente costruito proprio dall’America come categoria anti-europea. Ma non occorre nemmeno precipitare, per reazione, nell’antioccidentalismo terzomondista, o nell’adesione a un immaginario religioso e politico che non ci appartiene. La distinzione è importante perché consente di immaginare l’Italia come forma particolare di una civiltà più grande, anziché come provincia di un ordine costruito altrove.
Non c’è quindi nessuna contraddizione necessaria tra identità italiana e dimensione europea. Il Rinascimento fu radicalmente fiorentino, veneziano, romano e insieme europeo. Roma diventò universale senza cessare di possedere una forma propria. La questione è sempre la stessa: aprirsi significa irradiare una forma oppure perderla? Un popolo vivo può fare la prima cosa. Un popolo che ha già rinunciato a definirsi subisce inevitabilmente la seconda.
L’Italia prima del woke non è un orizzonte
La risposta alla domanda iniziale può quindi essere finalmente formulata. L’Italia non-woke non è l’Italia prima del woke. Quell’Italia era già attraversata da denatalità, emigrazione giovanile, stagnazione salariale, perdita industriale, desertificazione delle aree interne, turistificazione dei centri storici e dipendenza tecnologica. Difendere semplicemente la normalità esistente significherebbe difendere le condizioni nelle quali il problema è nato. E non è neppure un’Italia imbalsamata. La differenza fondamentale non passa tra progressismo e conservazione, ma tra decostruzione, conservazione e rigenerazione. Il woke ha lavorato soprattutto sulla prima. Una certa destra ha reagito rifugiandosi troppo spesso nella seconda. Ma una civiltà politica viva fa una terza cosa: riceve forme, le trasforma e ne produce di nuove. Non si limita alla conservazione dei monumenti ma costruisce ciò che un giorno potrà diventare monumento. Non celebra soltanto grandi uomini morti ma vuole creare le condizioni perché ne nascano altri. Non restaura paesi per renderli instagrammabili ma li riempie di famiglie, imprese e ambizioni. Non vive delle glorie artistiche dei propri antenati, pretende ancora di produrre bellezza. Non parla di sovranità mentre compra dagli altri gli strumenti da cui dipende, sviluppa capacità tecniche, energetiche e industriali proprie.
Questa, forse, è la risposta più semplice e insieme più difficile: l’Italia non-woke dovrebbe essere un’Italia nuovamente capace di generare storia. Figli, classi dirigenti, scienza, industria, arte, architettura, istituzioni e futuro. Un’Italia antica senza essere vecchia, radicata senza essere immobile, europea senza essere apolide, tecnologica senza diventare intercambiabile. Perché una civiltà viva si riconosce da una cosa molto concreta: costruisce cose destinate a diventare antiche. In altre parole, vuole durare, ingaggiando una lotta senza quartiere contro il caso, il caos e l’entropia.
Sergio Filacchioni