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Il woke non esiste perché non ha la tessera. Il gioco di prestigio di Sinistra Italiana

by Sergio Filacchioni
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woke Sinistra Italiana

Roma, 24 ago – “Il woke non esiste”. Di nuovo. Dopo giorni in cui Repubblica, Giuseppe Conte e una parte crescente dello stesso mondo progressista discutono apertamente degli eccessi della cultura woke, dei suoi limiti e della necessità di superarne alcune forme, Sinistra Italiana ha deciso di riportare indietro l’orologio. Elisabetta Piccolotti sostiene che il dibattito sarebbe in larga parte costruito dalla destra: «Nel nostro Paese non esiste una soggettività politica organizzata che abbia promosso la cancel culture», ha ribadito oggi anche a Repubblica, invitando il centrosinistra a non farsi imporre l’agenda dagli avversari.

Sul profilo di Sinistra Italiana il ragionamento diventa ancora più netto. Quale partito progressista avrebbe promosso «a tutto tondo» il woke? Chi avrebbe chiesto di abbattere statue o targhe? Chi si sarebbe fatto alfiere della cancel culture? La conclusione è già contenuta nelle domande: nessuno, dunque il fenomeno sarebbe essenzialmente una caricatura della «destra neo-autoritaria». Il trucco consiste però nel definire il woke in maniera talmente restrittiva da renderne impossibile l’esistenza: dovrebbe avere un partito, un programma, un congresso, magari una tessera e una segreteria nazionale. Ma le culture politiche raramente funzionano così.

Quei grandi prestigiatori di Sinistra Italiana

Nessun grande partito italiano ha mai depositato un «programma woke». È vero. Esattamente come nessun partito si è mai presentato alle elezioni chiamandosi Partito Neoliberista e ciò non impedisce di discutere seriamente dell’influenza del neoliberismo sulla politica italiana. Una cultura politica può attraversare movimenti, associazioni, università, giornali, amministrazioni, imprese culturali e infine partiti senza essere mai codificata integralmente in un manifesto. Ed è precisamente ciò che è accaduto. Il woke ha avuto in Italia dimensioni certamente meno estreme che negli Stati Uniti, ma questo non significa che sia stato immaginario. Ha prodotto un lessico, una sensibilità, alcune pratiche e soprattutto una battaglia sulla memoria, sul linguaggio e sulle identità. Lo riconosceva senza particolare imbarazzo persino Wired nel 2021, con un titolo difficilmente equivocabile: «La cattiva notizia è che la cancel culture esiste eccome». L’articolo spiegava che non si trattava di «un’allucinazione o un mito di destra», ma di una trasformazione concreta delle norme linguistiche, dei meccanismi reputazionali e del conflitto sul canone culturale. Del resto, basta rileggere il dibattito dell’epoca. Nel 2020 Wired definiva già la cancel culture come una tendenza «molto diffusa in rete» a espellere dalla produzione culturale persone o aziende considerate incompatibili con determinate sensibilità politiche. Oggi si può discutere quanto quella definizione fosse precisa, ma arrivare a sostenere che quel fenomeno non sia mai esistito perchè non c’è mai stata una vera e propria soggettività politica woke, è un gioco di prestigio notevole.

Il dibattito sul woke esisteva eccome, ad alti livelli

La domanda di Piccolotti sulle statue poi è ancora più sorprendente perché possiede risposte perfettamente documentate. Nel giugno 2020 i Sentinelli di Milano inviarono al sindaco Giuseppe Sala e al Consiglio comunale una richiesta esplicita: rimuovere la statua di Indro Montanelli e cambiare l’intitolazione dei giardini. Ma non era una follia militante, una parte del Pd milanese si disse disponibile a discuterne. Pochi giorni dopo la statua venne ricoperta di vernice rossa dagli attivisti di LuMe e Rete Studenti Milano con le scritte «razzista» e «stupratore». Il 16 giugno circa trecento militanti di Non Una di Meno manifestarono davanti a Palazzo Marino chiedendo a loro volta che la statua fosse rimossa. Non Una di Meno l’aveva già imbrattata l’anno precedente, definendo quell’azione nel proprio comunicato un «doveroso atto di riscatto». E soprattutto non si trattava soltanto di qualche bomboletta di vernice. Esisteva una vera elaborazione intellettuale dell’iconoclastia. Il 26 giugno 2020 lo storico Enzo Traverso pubblicò su Jacobin Italia un articolo dal titolo Buttare giù le statue serve a elaborare la storia. La tesi era esplicita: l’iconoclastia antirazzista costituiva una battaglia politica sulla memoria, capace di rovesciare monumenti e simboli per rileggere il passato «con lo sguardo dei vinti». Si può essere d’accordo con Traverso oppure con Alessandro Barbero, che nello stesso periodo definì l’abbattimento delle statue una battaglia assurda. È precisamente questo il punto: il dibattito esisteva perché la questione esisteva.

La «decolonizzazione culturale» è sempre stata nelle loro corde

Lo stesso vale per l’altra domanda retorica di Sinistra Italiana, quella sulle targhe. A Roma l’amministrazione capitolina ha approvato la modifica delle didascalie di 24 strade del Quartiere Africano attraverso un’operazione presentata pubblicamente come «decolonizzazione culturale». I nomi delle vie non sono stati cancellati — precisazione necessaria — ma ne è stata deliberatamente modificata la descrizione per rimuovere il linguaggio celebrativo del colonialismo: viale Eritrea, per esempio, non è più definita «antico possedimento italiano sul mar Rosso», mentre alcuni ufficiali perdono qualificazioni come «eroe coloniale». Il progetto è nato anche dal lavoro della rete Yekatit ed è stato rivendicato dall’assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio come un «cambio di paradigma». Anche qui non occorre gridare alla distruzione della storia più di quanto non sia sufficiente prendere atto del fenomeno per quello che è: una revisione politicamente orientata della memoria pubblica alla luce delle categorie postcoloniali. Molto difficile sostenere che sia stata inventata dalla destra.
Del resto come andrebbe classificata l’operazione lanciata dal Pd Piemonte contro l’intitolazione del lungolago di Verbania a Sergio Ramelli? Come dovrebbe essere definita la distruzione o l’imbrattamento delle targhe dedicate a Giorgio Almirante, Norma Cossetto, Ugo Venturini, Sergio Ramelli che da nord a sud Italia saltano costantemente ai disonori della cronaca? La risposta di Sinistra Italiana a tutto questo è: non è possibile attribuire automaticamente ogni atto vandalico a un partito o persino alla «sinistra» genericamente intesa.

Il woke è stato un clima culturale non un partito

Inutile ricordare che «woke» ha identificato nel corso degli anni un clima culturale caratterizzato da conflitti sulla memoria, di campagne militanti e da una concezione precisa dello spazio pubblico, non di una circolare inviata dalla segreteria di un partito. L’iconoclastia sui monumenti coloniali è stata elaborata teoricamente come riscrittura della memoria dal punto di vista dei «vinti». Giulia Blasi, discutendo la statua di Montanelli su Esquire, sosteneva che la permanenza del monumento dovesse essere rimessa in discussione. Anni dopo, una rivista culturale come Lucy ha ricostruito la trasformazione del monumento pubblico dopo Black Lives Matter spiegando come statue e simboli possano essere «discussi, corretti, risignificati e persino rimossi». Ancora più curiosa in questo senso un’altra domanda di Piccolotti: «Chi ha proposto l’abolizione di una sola delle nostre feste nazionali?». Giulio Marcon, per esempio, deputato eletto con Sel e poi presidente alla Camera del gruppo Sinistra Italiana–Sinistra Ecologia Libertà–Possibile, il 2 novembre 2018 pubblicava sull’HuffPost un articolo intitolato senza possibilità di equivoco: Il 4 novembre non è una festa. La Prima guerra mondiale veniva definita una «carneficina» prodotta dal «nazionalismo xenofobo» e la celebrazione della vittoria una «insulsa retorica patriottarda». Marcon non era uno sconosciuto militante di un centro sociale: pochi mesi prima era stato presidente del gruppo parlamentare in cui sedeva proprio Sinistra Italiana. Nella stessa coalizione di Piccolotti, poi, Ilaria Salis ha chiesto appena quest’anno l’abolizione della parata militare del 2 giugno.

Il woke esiste perchè esistono tutte le sue parti

Ed è proprio Ilaria Salis a produrre il cortocircuito più spettacolare dell’intera discussione. Eletta al Parlamento europeo nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra, è intervenuta nei giorni scorsi proprio sull’argomento, scrivendo che «in Italia il #WOKE è un fantasma agitato dalla destra nell’ambito delle sue guerricciole culturali». Servirebbe, secondo lei, a delegittimare femminismo e antirazzismo contrapponendoli artificiosamente alle lotte economiche. Fin qui sarebbe semplicemente una definizione diversa del termine. Il problema arriva nelle righe successive. Salis rivendica esattamente l’unità tra lotte sociali e battaglie contro razzismo, patriarcato, misoginia e omotransfobia, dentro quella lettura intersezionale che costituisce uno dei nuclei riconoscibili della cultura politica normalmente definita woke. E conclude addirittura: «WAKE UP & FIGHT!», sopra l’immagine di un pugno composto dai colori dell’arcobaleno.
A questo punto la disputa assume caratteri quasi metafisici. Il woke non esiste, ma esistono tutte le sue battaglie; non esiste la sua cultura politica, ma se ne rivendica apertamente la grammatica; non esiste il suo immaginario, ma se ne utilizzano perfino slogan e simboli. Evidentemente il problema non è più stabilire se il fenomeno sia reale, ma su quale scala di grandezza. Presi singolarmente il femminismo, l’antirazzismo, i diritti LGBT o l’ambientalismo sono tradizioni politiche molto più datate e articolate della parola «woke». Ma è dento questa parola che è possibile la loro ricombinazione contemporanea: centralità delle identità minoritarie, intersezionalità, revisione postcoloniale del canone, attenzione normativa al linguaggio, critica della «bianchezza», politiche di rappresentazione, messa in discussione dei simboli ricevuti e utilizzo della pressione reputazionale come strumento di conflitto culturale. Insomma, il woke è una somma delle parti, ed evidentemente era già contenuto in nuce in quelle singole porzioni: la sinistra ora vorrebbe tornare a scomporlo nei suoi elementi, almeno sul piano dialettico, ma diventa sempre più difficile sostenere che questa esperienza non sia mai esistita e che, soprattutto, non abbia trasformato irrimediabilmente tutto il campo.

Una trasformazione che è avvenuta

Ed è forse qui che si comprende perché questa discussione stia diventando così nervosa e morbosa. Il punto non è più stabilire se nel 2020 ogni militante del Pd o di Sinistra Italiana volesse abbattere una statua, utilizzare lo schwa o «decolonizzare» la toponomastica di una città. Il problema è che una parte consistente dell’ecosistema progressista italiano ha assorbito, tradotto e diffuso categorie nate dalla nuova sinistra anglosassone, adattandole a un Paese con una storia politica differente. Quelle categorie sono entrate nei giornali, nell’università, nei movimenti, nelle amministrazioni, nel linguaggio delle associazioni, nelle campagne simboliche e infine nel lessico di una parte della politica parlamentare. La loro penetrazione è stata irregolare, spesso superficiale, mai paragonabile all’esperienza statunitense. Ma è avvenuta.
Oggi una parte della sinistra sta provando a compiere un’operazione comprensibile: conservare molte delle acquisizioni politiche di quella stagione dissociandole dalla sua etichetta e dagli eccessi più impopolari. È esattamente il processo che abbiamo descritto parlando della trasformazione del woke da fase mitica a fase propriamente politica. Ma la memoria pubblica resta, specialmente quella della sinistra antagonista dei collettivi. Resta l’attività dei gruppi editoriali che in questi anni hanno invaso il mercato con i testi sugli studi gender, decoloniali, sulla “bianchezza” e le diseguaglianze. Insomma, ciò che la sinistra ha contribuito a plasmare, non con partito in testa ma attraverso un ambiente politico-culturale-economico, adesso non può semplicemente tornare indietro.

Sergio Filacchioni

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