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Roma, 24 dic – Per i cristiani il 25 dicembre, al di là del significato e dell’interpretazione che ognuno gli può dare, è innanzitutto un fatto storico da cui partire. Se così non fosse, gli stessi cristiani avrebbero basato la propria fede su un mito, un teorema astratto, una “consuetudine” spirituale presente da sempre nella storia dell’umanità. Ecco perché il Natale cristiano deve essere innanzitutto storicizzato, e per farlo ha avuto sempre bisogno di testimoni. Iniziando dai pastori di Betlemme, primi visitatori della capanna/grotta dove era sistemato il bambinello, passando poi per tutte le testimonianze tramandate fino a noi dagli uomini attraverso i Vangeli, la tradizione scritta e orale di chi ha continuato a credere a quel fatto semplice e meraviglioso che però ha spaccato la storia dell’uomo in due. Anche alle cose tramandate da altri uomini si può credere e non credere ed ognuno è libero di farlo, ma ciò vale per tutto quello che noi chiamiamo storia e per tutti quei personaggi storici più o meno simpatici al nostro intelletto.

Ma la forza dell’uomo è fatta non solo di fede e di cuore ma anche di ragione e quest’ultima ci può sempre aiutare a discernere il bene e il male, il vero e il falso, la giustizia e l’errore. Dopo oltre duemila anni i testimoni oculari di quella notte stellata sono scomparsi, alcuni ci hanno lasciato degli scritti di cui abbiamo solo frammenti ma che sono stati ripresi e riportati durante i secoli, e adesso siamo rimasti noi uomini del terzo millennio abituati a rincorrere le emozioni più che ad usare la vera ragione per dirigerla verso l’alto o più semplicemente verso il proprio passato. La ricerca storica, lo studio dei documenti e l’archeologia, hanno sempre aiutato a cercare di capire il nostro passato e quello dei popoli che ci hanno preceduto; e lo stesso è avvenuto nel caso della venuta al mondo del Nazzareno con l’approfondimento dell’analisi dei rotoli di Qumran grazie ai quali si è potuto risalire alla data di nascita di Gesù ricadente proprio intorno al 25 dicembre. E’ una premessa fondamentale, questa, per un cristiano ripieno sì di fede ma di una fede ragionevole e sostenuta dall’intelletto.

Ma se la nascita di un bambino, considerato il Salvatore, può essere appurata e scontata per la nostra mente di certo non può lasciarci indifferenti in quelli che sono i simboli e i messaggi contenuti in un evento storico sconvolgente per portata e significato. La nascita è sempre stato il primo avvenimento importante della vita di ogni essere umano; tutti noi nasciamo bambini ed il nascere tali è sinonimo di purezza. Chi nasce, nasce puro, in uno stato di grazia, ritorna alla semplicità, si libera dell’amor proprio e di ogni malizia verso il male. Ma nessuno può rinascere due volte come essere umano ed allora la nuova rinascita avverrà come essere spirituale la cui anima dovrà tornare pura, semplice, e innocente come quella di un neonato. E dove rinascerà un essere nuovamente puro e immacolato? In una grotta fredda e buia che risiede nel cuore dell’uomo ovvero nel centro della sua anima, cioè nel luogo da cui partono le proprie bassezze e le proprie meschinità.

Ma il Natale di Gesù non è solo una iniziazione personale e uno stimolo a rinnovarsi come uomini, è anche il centro di un principio eterno come Dio stesso, fonte di tutte le tradizioni, luce di tutte le nazioni (Is 49, 6), che esprime la regalità di Cristo e rende vero e reale il mito della rinascita spirituale, della luce che trionfa sulle tenebre, ma soprattutto che riporta Dio nel mondo. Se fino ad allora l’attesa messianica era stata soppiantata da un rituale meccanico, dall’esasperata interpretazione letterale delle scritture, adesso con la nascita di Gesù vi è un ritorno all’autentico messaggio divino, un riportare a Dio tutte le cose. Col Natale il cielo e la terra si ricongiungono; Dio non è più solamente una divinità da adorare, a cui offrire sacrifici, di cui temere l’ira, o da ringraziare, Dio si fa uomo per far sì che l’uomo diventi come Dio. E nel mistero dell’incarnazione è insito il mistero più difficile da comprendere; quello dell’Amore di Dio per l’Uomo, del creatore per la sua creatura. Di fronte a questo fatto il cristiano si deve confrontare ogni giorno e deve trovare nel Natale un invito alla rigenerazione, ad abbandonare il vizio per la virtù, a rinascere nell’uomo nuovo. Per far risplendere la luce dentro di sé occorre innanzitutto riconoscere le tenebre che ci avvolgono, che si stringono attorno al nostro cuore, debole perché incline al male, ma anche capace di un amore e di una generosità infinita.

L’invito natalizio per un cristiano è proprio la ricerca e il riconoscimento dei lati oscuri della propria anima al fine di far riemergere dentro di sé la luce divina cambiando radicalmente rotta nella propria vita ma anche, più semplicemente smussando quegli angoli di imperfezione e di meschinità che spesso non si vedono, coperti, come sono, dal nostro orgoglio. Proprio quest’ultimo rappresenta l’ostacolo maggiore per migliorarci, per abbandonare l’uomo vecchio, e riportare la vittoria su noi stessi. Questa vittoria passa appunto attraverso l’umiltà interiore che nasce guardando l’immagine del Cristo nato, per sua volontà, umile e povero in una grotta. La virtù dell’umiltà la troviamo in ogni evento di questo periodo natalizio: nei pastori che dopo aver vegliato sul gregge vengono a far visita al Salvatore ma soprattutto nei Re Magi, coloro che nei Vangeli vengono citati velocemente senza descrizioni particolari, ma che dalla tradizione greca sappiamo, probabilmente, essere studiosi di astronomia, uomini colti interpreti di segni, esperti dei culti orientali dedicati al sole, provenienti dalla regione persiana. E proprio gli “scienziati” dell’epoca, grazie alla conoscenza approfondita delle tradizioni religiose e dei testi sacri, si prostrano di fronte ad un semplice bambino, nato in condizioni povere e precarie, riconoscendone lo stesso la regalità divina. Umiltà e rinnovamento spirituale della propria vita sono due degli aspetti che vengono riproposti ogni anno dal Natale che ricorda a tutti gli uomini di vincere prima di tutto le tenebre nascoste in fondo al cuore con la vera luce e la grazia di Cristo.

Francesco Amato

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3 Commenti

  1. Ma perché pubblicate simili articoli ?!?!
    cristo o chi per lui era semplicemente un ebreo che si ribellava al governo romano e come tale ha fatto la fine che meritava!

  2. Alberto, Gesù Cristo non si ribellava affatto al governo di Roma, come faceva Barabba, ma diceva semplicemente che ‘ il suo Regno non era di questo mondo’ e che bisogna ‘dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio’.

  3. quindi i non si meritava questa morte atroce, anche se i romani si comportarono in modo indegno nei suoi confronti, proni ai voleri dei farisei, con la sola eccezione di Longino che ne trafisse il costato per impedire che soffrisse ancora.

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