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Roma, 21 nov – Negli ultimi venti anni abbiamo assistito alla lunga marcia dei partiti populisti, che hanno più che triplicato la loro base elettorale in Europa, riuscendo a piazzare i propri leader in posizioni di governo in 11 Paesi. E ora potrebbero cambiare la mappa dell’Europarlamento.
La crescita costante del sostegno ai partiti populisti europei, in particolare a destra, emerge da un’analisi dei risultati nelle elezioni nazionali in 31 Paesi europei per vent’anni, condotta dal quotidiano britannico Guardian in collaborazione con oltre 30 politologi.
Se nel 1998 i partiti populisti rappresentavano soltanto il 7% dei voti in tutto il continente europeo, nelle ultime elezioni nazionali, un voto su quattro era per un partito populista.
“Non molto tempo fa il populismo era un fenomeno marginale”, ha detto Matthijs Rooduijn, sociologo politico dell’Università di Amsterdam, che ha guidato il progetto di ricerca. “Oggi è diventato sempre più mainstream: alcuni dei più recenti sviluppi politici come il referendum sulla Brexit e l’elezione di Donald Trump non possono essere compresi senza tenerne conto“.
“Il terreno fertile per il populismo è diventato sempre più fertile e i partiti populisti sono sempre più capaci di raccoglierne i frutti”, ha aggiunto.
Lo studio del Guardian arriva sei mesi prima delle elezioni europee, in cui probabilmente si registrerà il picco di preferenze per i populisti, e analizza le diverse fortune dei populisti di destra come il premier ungherese Viktor Orbán e il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che hanno avuto il maggior successo negli ultimi anni. Ma lo studio analizza anche i partiti populisti di sinistra, che dopo una rapida ma effimera crescita dei consensi sull’onda lunga della crisi finanziaria, non sono riusciti ad andare al governo in nessun Paese Ue, ad eccezione della martoriata Grecia.
Il populismo – si legge nello studio – ha fatto la sua ricomparsa in Europa verso la fine degli anni ’90, prima di radicarsi in Europa orientale durante gli anni 2000 e si è diffuso a Nord nel periodo immediatamente successivo alla crisi finanziaria.
Ma il trend è globale. I populisti sono andati al governo in cinque delle più grandi democrazie del mondo: India, Stati Uniti, Brasile, Messico e Filippine.
Inizialmente i partiti populisti hanno avuto successo in Norvegia, Svizzera e Italia negli anni ’90. Poi il populismo anti-establishment è aumentato a dismisura, in particolare dopo il crollo finanziario del 2008 e la crisi dei rifugiati del 2015 in Europa. Il movimento anti-austerità greco Syriza ha preso il 27% dei voti e il 36% nelle successive elezioni greche; l’Ukip di Nigel Farage ha spinto il Regno Unito verso la Brexit e Marine Le Pen, con il suo Front National, è andata al ballottaggio presidenziale in Francia.
Il partito sovranista Alternative für Deutschland (Afd) è diventato il primo di estrema destra dopo la seconda guerra mondiale a entrare nel parlamento di ogni land e ha più di 90 seggi nel Bundestag. In Italia, la Lega e il Movimento Cinque Stelle hanno vinto le elezioni; Fidesz in Ungheria ha avuto il 49% dei voti e i democratici svedesi di estrema destra sono arrivati al 17,5%.
Interessante poi vedere come i populisti di sinistra, che in Europa hanno meno successo delle loro controparti di destra, hanno iniziato ad aumentare la loro percentuale di voti nelle elezioni nazionali, dando vita a movimenti come Podemos in Spagna e La France Insoumise in Francia.
“Ci sono tre ragioni principali per il forte aumento del populismo in Europa”, ha detto Cas Mudde, professore negli affari internazionali all’Università della Georgia. “La grande recessione, che ha creato alcuni forti partiti populisti di sinistra nel sud; la cosiddetta crisi dei rifugiati, che era un catalizzatore per i populisti di destra, e infine la trasformazione dei partiti non populisti in partiti populisti, in particolare Fidesz in Ungheria e Legge e Giustizia in Polonia”.
Secondo Claudia Alvares, professore associato presso l’Università di Lisbona, “il successo di questi politici ha molto a che fare con la capacità di convincere il loro pubblico che non appartengono al tradizionale sistema politico. In quanto tali, sono alla pari con le persone nella misura in cui né loro né il popolo appartengono alle élite corrotte”.
Alle europee di maggio 2019 potremmo quindi assistere a una svolta epocale circa la conformazione dell’Europarlamento. Anche perché una risposta, un’alternativa plausibile ai populisti-sovranisti, i partiti tradizionali (che fanno riferimento al Ppe e ai socialisti) non l’hanno individuata.
Adolfo Spezzaferro

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2 Commenti

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