Roma, 24 nov – Alle 19:34 del 23 novembre 1980 in Irpinia la terra tremò. Una scossa di magnitudo 6.9 della scala Richter in circa 90 secondi si portò via circa tremila persone, novemila furono, invece, i feriti e trecentomila gli sfollati. Interi paesi furono cancellati. Questa è la storia nota a tutti, quella che ha riempito pagine di giornali e che ha fatto versare fiumi d’inchiostro, ma la storia che vogliamo raccontare è quella del giorno dopo, il day-after per dirla con alcuni di loro, quella che tivvù e giornali “fecero presto” a occultare.
Il terremoto in Irpinia e i fischi a Pertini
Il tempo si era fermato, ovunque si scavasse c’erano morti e macerie, dove non si riusciva a scavare si sentivano grida imploranti d’aiuto da ciò che prima erano case e strade, i danni erano incalcolabili, servivano uomini e mezzi. Il Mattino di Napoli aveva già titolato “FATE PRESTO”, ma dei soccorsi non c’era nemmeno l’ombra. Il giorno dopo sui luoghi della catastrofe arrivò in visita il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, venuto a rendersi conto della situazione, ma gli irpini ancora attendevano l’arrivo dei Vigili del fuoco per iniziare a scavare. Quando videro la colonna di autorità al seguito del Capo dello Stato al posto dei soccorsi accolsero in malo modo il presidente “più amato dagli italiani”. Ci furono fischi, contestazioni, urla di rabbia e disperazione, volò pure qualche sputo e lui non era abituato a questa accoglienza di favore. Il Presidente partigiano non poté dire nulla: a ormai quasi più di ventiquattro ore dal sisma, il governo nemmeno si era ancora riunito per nominare il commissario straordinario per l’emergenza.
Pertini tornò molto turbato dall’accoglienza riservatagli dal popolo irpino e provvide subito a chiamare il varesino Peppino Zamberletti, forte dell’esperienza del terremoto in Friuli ed è grazie a lui e alla sua intervista rilasciata a L’Inkiesta.it se noi oggi possiamo narrare quanto successo. Lui che, da parlamentare della Dc era definito un “cavallo di razza”, riuscì a dialogare con Enrico Berlinguer davanti alle macerie del Friuli, ma dovette scontrarsi con Ciriaco De Mita e il malaffare legato al terremoto in Irpinia. Forte di successi in ambito internazionale, il Dipartimento della Protezione Civile fu una sua creatura. Lui, però, da commissario straordinario, arrivava sempre dopo, a emergenza iniziata. In Friuli si rese conto che aveva sì potere di coordinamento, ma non aveva un esercito al proprio comando. I combattenti doveva reclutarli sul posto, addestrarli per poi combattere. Concluso l’impegno in Friuli, il successo fu soddisfacente e con esso si archiviò anche l’idea di iscrivere i volontari in un registro permanente da consultare all’occorrenza.
La nascita della Protezione civile
C’è poi da dire che su questo reclutamento di forze speciali anche in tempo di pace fu montato anche un caso politico: l’Italia era uscita da poco dall’alluvione di Firenze e l’esperienza degli “angeli del fango” era ancora fresca. L’iter legislativo era seguito da Nilde Iotti che capeggiò anche la ferma reazione dei comunisti in Parlamento alla creazione di questo elenco di volontari perché temevano si fosse fatto un uso politico di questi volontari. Pertini, rientrato a Roma, fece pressione sul governo Spadolini affinché trovasse posto nel governo anche il democristiano Zamberletti col ruolo di coordinatore, ma nessuno era disposto a cedere il posto di un ministero: sarebbe significato un altro ministro democristiano nel governo. E poi c’era in ballo anche l’equilibrio tra i partiti. Alla fine, la soluzione che mise tutti d’accordo fu quella di fare nascere il Dipartimento della Protezione Civile, in seno al Viminale; nasceva, infatti, un altro commissario, ma con il ruolo di ministro senza portafoglio. Insomma, Zamberletti partecipava “alle riunioni del governo, ma senza dirlo troppo in giro”.
La Protezione civile, tutelata dalla legge n. 225 del ’92 è un successo senza pari, ma fu la vergogna certificata per Pertini che guidò una Nazione in cui ancora oggi non c’è la cultura della prevenzione: “In passato si è più volte pensato, per esempio, di introdurre un libretto di condominio che certifichi le caratteristiche di tutte le case per capire quali rischi ci sono e quali no. Ma è sempre stata una battaglia persa perché questo influirebbe sui valori immobiliari, quindi si preferisce tacere. La storia è sempre la stessa: dopo un terremoto si discute di cosa bisogna fare, ma poi ce se ne dimentica”.
La ricostruzione in Irpinia prese una brutta piega tra speculazioni e infiltrazioni camorristiche, la gestione degli appalti pilotati e le multinazionali che fecero capolino in quel pezzo di territorio definito l’Irlanda d’Italia per accaparrarsi il famigerato “contributo” per poi chiudere o addirittura non avviare mai la produzione.
Quel presidente partigiano tra vanità e scie di sangue
Il tempo scorreva inesorabile, era ormai il 1982 e Pertini, l’“eroe, soprattutto quando ci sono le telecamere”, era troppo impegnato a farsi fotografare in aereo con la pipa in bocca, mentre giocava a carte col ct campione del mondo Bearzot, Zoff e Causio. Chissà cosa pensò quando al Santiago Bernabeu, proprio difronte al posto che occupava nella tribuna d’onore, vide lo striscione verde con la scritta bianca “Avellino club Salerno”. Non lo abbiamo mai saputo, così come mai abbiamo saputo delle amare contestazioni che ricevette in Irpinia, ma per questo, per fortuna, ancora ci sono le fonti dirette. Però ci hanno trasmesso in eredità le canzoni di Totò Cotugno e ci hanno fatto digerire come spaghetti al dente persino l’inchino con relativo bacio del presidente partigiano al catafalco di Tito che aveva infoibato una parte del popolo italiano senza nessuna colpa. Nessuno ha mai chiesto conto a Pertini l’assassino del filo diretto che c’era tra le armi partigiane che erano finite nelle mani delle Brigate Rosse a cui aveva orgogliosamente vantato di appartenere – “sono stato un brigatista anch’io” – salvo poi correggere il tiro da “brigatista” in “brigante”. E al proposito possono parlare gli operai di Marghera. Ma ormai il folcloristico personaggio che amava le scarpe Gucci e gli abiti di alta sartoria mentre predicava il socialismo e il pauperismo, un’avanguardista per il futuro Bertinotti, un esempio per tutti i post-comunisti con il Rolex al polso e il caviale sul tavolo, era stato creato.
Poco importa se in Campania si continuava a sparare a causa della ricostruzione: c’erano i legittimi festeggiamenti del Mondiale da dare in pasto al popolo. Così non avrebbe nemmeno pensato che l’eroe artefatto serviva a coprire la sudditanza di un pentapartito a sua volta schiavo della logica della guerra fredda tra capitalisti americani e comunisti filosovietici. È stata persino “sbianchettata” la sua proverbiale vanità che lo portò a precipitarsi in Irpinia, come ricordò Saragat, ma la lunga scia rossa di sangue che trovò nel commissario Ammaturo e nel giornalista Ghirelli i nomi più conosciuti non posso essere cancellati e ancora pesano come macigni. Proprio come le macerie del terremoto in Irpinia.
Tony Fabrizio