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L’egemonia anglosassone e l’Italia (Parte I)

by Redazione
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2_appelius_2g1.Due potenze, un ordine mondiale

Nel pieno degli sconvolgimenti che stanno agitando l’Europa, dall’Ucraina al Medio Oriente fino alla Grecia, un attore continua a distinguersi per la convinta aderenza alle istanze e ai diktat provenienti dagli Stati Uniti: la Gran Bretagna. La volontà di arrestare la (pre)potenza tedesca e di impedire un suo avvicinamento a Mosca accomuna i due paesi in maniera sempre più evidente. Nonostante alcune battute d’arresto, come i recenti ammiccamenti della City alla Cina, questo rapporto vanta radici solide e lontane nel tempo, che meritano di essere studiate per capire il presente.

Daniele Scalea, in un recente saggio pubblicato sul «Semestrale di Studi e Ricerche di Geografia», ha ripercorso le tappe della special relationship Londra–Washington che ha caratterizzato la scena politica in modo indelebile, e continua a farlo[1]. Le basi ideologiche dell’unità anglosassone mondiale affondano le loro radici nel ’700. Adam Smith, padre del liberalismo e convinto fautore di un maggior coinvolgimento delle colonie nella politica britannica, riconobbe il grande potenziale del Nord America, tanto da arrivare a immaginare un futuro in cui la capitale si sarebbe spostata oltreoceano. Questa “facilità” con cui i britannici riuscivano a immaginare lo spostamento della capitale lontano dalla madrepatria colpì Carl Schmitt, il quale la mise in relazione all’elemento acquatico dell’Impero britannico, di cui l’Oceano era la vera sede[2].

I consigli di Smith non furono seguiti, e il mancato riconoscimento delle richieste delle colonie («No taxation without representation») fu alla base della guerra d’indipendenza, che segnò una rilevante spaccatura tra Londra e Stati Uniti. Il conflitto, assieme ad altri scontri e incidenti, non impedì la costruzione di un rapporto sempre più stretto nel tempo. Una vasta produzione culturale si spese in questo senso, promuovendo l’idea di un’unione paritaria tra le varie comunità anglosassoni sparse nel mondo. La Greater Britain, teorizzata dal politico liberale Charles W. Dilke (1868), fu la formula più in voga, in cui spiccava l’idea della superiorità delle istituzioni inglesi e dei concetti di sangue e razza quali elementi unificanti. Tra le numerose spinte in questo contesto (come l’Imperial Federation League del 1884) acquistò notorietà la figura di Alfred Milner, convinto sostenitore della superiorità della «razza britannica». Nel suo «Credo» si legge: «I am a British (indeed primarily an English) Nationalist. If I am also an Imperialist, it is because the destiny of the English race, owing to its insular position and long supremacy at sea, has been to strike roots in different parts of the world. I am an Imperialist and not a Little Englander because I am a British Race Patriot». L’importanza dell’elemento «mare» si ritrova anche nelle speculazioni di Alfred Thayer Mahan e John H. Mackinder, padri della geopolitica classica. Milner divenne celebre durante le guerre in Sudafrica d’inizio ’900, affermandosi come figura carismatica e allevando una generazione di capaci amministratori, ironicamente da lui definita Milner’s Kindergarten. Il suo impegno fu alla base della creazione del Round Table Movement, che intendeva rafforzare il prestigio anglosassone includendo apertamente nel progetto non solo le colonie ma anche gli USA, potenza sempre più in ascesa. «Il Round Table, principale prodotto del milnerismo, riportò l’idea – svuotata del suo anglo centrismo – negli USA, gettando così le basi ideologiche di quell’alleanza e solidarietà tra le cinque potenze anglosassoni (USA, GB, Canada, Australia, Nuova Zelanda) che prosegue ancora oggi», ha giustamente rilevato Scalea[3]. Proprio due membri del movimento, Lionel Curtis e Walter Lipmann, fonderanno rispettivamente il Royal Institute of International Affairs (Chatam House) e il Council on Foreign Relations, fulcri della politica estera di Londra e Washington.

La Prima e ancor più la Seconda Guerra Mondiale segnarono il “sorpasso” statunitense sull’Impero britannico, anche se il legame creato negli anni non ne risentì in maniera eccessiva. Il passaggio di consegne merita di essere approfondito: data centrale è il 6 aprile 1917, giorno dell’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America. Mille significati si celano dietro l’avvenimento che impresse una sterzata decisiva alle sorti del primo conflitto mondiale: gli Imperi centrali uscirono dì li a poco dalla storia e le cartine geografiche vennero ridisegnate a beneficio delle democrazie e del mondo anglosassone. L’affermarsi degli States come superpotenza globale e protagonista negli affari europei ha assunto da allora i contorni di una frana inarrestabile.

Primo nome da analizzare è senz’altro quello del presidente americano Wodroow Wilson, con il quale «la dottrina Monroe si dissolve nel suo significato concreto per divenire un’idea universalistica»[4]. Alle spalle del leader democratico (già autore di numerosi interventi militari in America Latina) si ergeva una tradizione messianica corroborata dall’idea di superiorità rispetto al mondo europeo continentale, dove si decise di intervenire a dispetto di un corposo patrimonio isolazionista, e pensiamo solo al Farewell Adress di Lincoln. La specificità dell’ideologia wilsoniana stava nel tentativo di realizzare il duplice compito di portare gli Stati Uniti nell’arena del mondo, mantenendone però intatte purezza e diversità. Da qui l’idea di un «nuovo ordine mondiale di carattere rigenerativo», come descritto dal Professor Andres Stephanson nei suoi studi sull’«eccezionalismo» americano. Wilson descrisse il suo paese come «faro del mondo», «nuova Israele» abitata dai «campioni dei diritti dell’umanità, crociati in lotta per una santa causa». Inequivocabilmente il Bene contro il Male, il primo passo per quelle che saranno le idee guida di molte amministrazioni, come quella neoconservatrice di G.W. Bush. L’impresa di portare il paese nella Prima guerra nacque da lontano. Nel 1915 William Bryan, segretario di Stato dell’amministrazione Wilson e convinto sostenitore della neutralità, si dimise a favore di Robert Lensing, vicino al complesso militare-industriale. I rubinetti delle banche si aprirono a favore dell’Inghilterra e dei suoi alleati, tanto che «la guerra in Europa dilatò di quasi cinque volte l’avanzo mercantile degli Stati Uniti», come ha scritto Geminello Alvi[5]. Nel frattempo un uso accorto della propaganda, unito a censura e leggi draconiane contro le opposizioni (Espionage Act, Overman Act), ammorbidì gradualmente un paese in larga parte neutralista. Fino al controverso casus belli (l’affondamento del “Lusitania”) che spianò la strada all’intervento contro la Germania. Il 5 marzo 1917 l’ambasciatore americano a Londra, Walter Page, aveva scritto: «Forse la nostra entrata in guerra è l’unica via per conservare al nostro commercio la sua posizione preminente e per scongiurare la crisi».

Quando il gigante a stelle e strisce scende in campo e decide il conflitto, l’Europa più o meno consapevolmente comincia ad abdicare al suo ruolo centrale dal punto di vista sia politico che economico. Nel 1918 Wilson “donò al mondo” i cosiddetti 14 punti, mentre viene ridisegnata la mappa del Medio Oriente. Entrambe queste azioni avranno conseguenze che si riverberano fino ai giorni nostri. La penetrazione commerciale del dollaro diviene incredibile, simboleggiata dai celebri “Piano Dawes” e “Piano Young”. Allo stesso tempo, la mancata adesione alla Società delle Nazioni e la successiva politica della presidenza Hoover saranno altrettante battute d’arresto dell’azione americana in Europa. Ma la strada era ormai tracciata, e sul solco del 6 aprile 1917 si inserirono Franklin Delano Roosevelt e la Seconda Guerra Mondiale per sancire la netta sconfitta delle velleità del Vecchio Continente. Winston Churchill, che coniò il termine special relationship, si afferma come un altro protagonista di questa relazione. D’altra parte, nel 1941, quando l’America non era ancora entrata in guerra, il Presidente americano aveva firmato insieme alla Gran Bretagna la Carta Atlantica, che disegnava i futuri assetti dominati dalle democrazie. La «crociata in Europa», per usare le parole di Eisenhower, portò alla costruzione di un nuovo ordine mondiale caratterizzato dal dollaro e dalla lingua inglese. Tra alterne fortune, la relazione porta i suoi frutti ancora oggi. L’appoggio di Londra alle guerre del già citato Bush jr. è stato l’esempio più lampante, senza trascurare il recente caso-Snowden, dove è emersa la sorveglianza globale attuata dalle intelligence di USA, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda («Five eyes») ai danni di Paesi alleati. Uno spionaggio frutto di accordi segreti stipulati tra potenze anglosassoni, logico risultato di storiche «relazioni speciali» che non accennano a finire. Uno spionaggio davanti al quale l’Italia non ha espresso nient’altro che un pavido e assurdo silenzio. (continua)

Agostino Nasti

[1] D. Scalea, Le basi ideologiche dell’Unità anglosassone mondiale, Semestrale di Studi e Ricerche di Geografia, fascicolo II luglio – dicembre 2014, Sapienza Università di Roma, Roma, pp. 63–74.

[2] Cfr. C. Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Adelphi, Milano 2002 (la versione originale è del 1942).

[3] D. Scalea, Le basi ideologiche dell’Unità anglosassone mondiale, cit., p. 71.

[4] Giovanni Damiano, L’espansionismo americano, Edizioni di Ar, Padova 2006, p. 51.

[5] G. Alvi, Il secolo americano, Adelphi, Milano 2006, p. 148.

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