Roma, 2 feb – 108 anni dopo essersi squagliati dinanzi ai soldati italiani, i turchi, eredi dell’impero ottomano, all’epoca “grande malato” in decomposizione, si apprestano a riportare armi e stivali in Libia. Anzi hanno già cominciato a farlo il 28 gennaio scorso con due fregate sbarcate a Tripoli, in spregio alla conferenza di Berlino, inutile per la Libia, come per l’emarginato governo italiano.



La guerra italo-turca del 1911/1912 – preceduta da un intenso lavorio diplomatico dell’abile Giolitti con le potenze europee mediterranee dell’epoca, in primis la Francia, già scippatrice ai nostri danni della Tunisia – non fu propriamente una passeggiata. Alle prime rapide, seppur non poco impegnative, occupazioni costiere, seguirono almeno vent’anni di guerriglia nel retroterra condotta dalle tribù locali: anche l’Italia ha avuto il proprio Vietnam, e con largo anticipo; ovvero il proprio Afganistan o Medio Oriente (durante la grande guerra l’Intesa, di cui era parte l’Italia, e gli imperi centrali, incluso l’ottomano, le nostre truppe ebbero a già a confrontarsi con i mujahedin portatori degli ideali della jihad). In effetti, la decrepita Sublime Porta di Instanbul non fece grandi sforzi per mantenere il possedimento e probabilmente non gli interessava neanche; furono piuttosto gli indigeni senussiti a darci gran filo da torcere.

Secondo Salvemini, le risorse economiche ed umane di una giovane e povera nazione furono sacrificate per la conquista di uno “scatolone di sabbia”; il quale tuttavia nascondeva, il prezioso oro nero. Difficile dire se l’Italia puntasse alla Libia conoscendo tali potenzialità (se non proprio l’esistenza del petrolio, quantomeno la presenza di materie prime importanti) o se volesse solo, per sterile principio imperialistico, avere il suo (ultimo) posto (lasciato libero) tra le grandi potenze coloniali europee, magari offrendo pure uno sfogo a contadini e mezzadri da mandare a coltivare la sabbia, oltre che un ottimo business per i nostri notabili industriali d’armi. Più probabile la seconda ipotesi.

Sono peraltro circolare storie di corruttela dei nostri vertici dell’epoca, i quali avrebbero favorito concessioni petrolifere agli anglo-americano-olandesi a condizioni assai sfavorevoli per il nostro paese. Vi sarebbe persino implicata la morte di Giacomo Matteotti: premeditata? Tentativo di dare una lezione sfuggito di mano? Causata dalla celebre orazione contro le elezioni del ‘24? O eliminazione di un personaggio che era a venuto a conoscenza dei marasmi che si agitavano (persino a livello di massoneria cui si sospetta l’esponente socialista fosse appartenuto) intorno alle potenzialità economiche della Libia? Morte voluta da chi? Da Mussolini, apparente bersaglio di Matteotti, o dall’outsider, criptico Vittorio Emanuele III (il classico insospettato “maggiordomo” di ogni giallo tradizionale)? Non godiamo in questo articolo dello spazio necessario a sviscerare tutte le ipotesi  formulate in questi ultimi 96 anni. Possiamo appena accennare al fatto che la famiglia Matteotti non ha mai agito legalmente contro il regime, neanche contro i superstiti, dopo la sua fine, ed all’intervista che lo scrittore e giornalista Gianfranco Fusco ebbe a rilasciare a Stampa Sera nel 1978 secondo cui “nell’autunno del 1942 Aimone di Savoia Duca d’Aosta raccontò a gruppo di ufficiali che nel 1924 Matteotti si recò in Inghilterra, dove fu ricevuto come massone d’alto grado dalla rispettabile Loggia ‘The Unicorn and the Lion’, e di essere venuto casualmente a conoscenza del fatto che in un certo ufficio della Sinclair, ditta americana associata alla Anglo Persian Oil – la futura BP – esistevano due scritture private. Dalla prima risultava che Vittorio Emanuele III dal 1921 era entrato nel regime degli azionisti senza sborsare una lira; dalla seconda risultava l’impegno del Re a mantenere il più possibile ignorati i giacimenti nel fezzan tripolino e in altre zone dell’entroterra libico”. Peraltro, secondo Matteo Matteotti, il figlio del deputato ucciso, quest’ultimo sarebbe stato in possesso di un dossier sulle collusioni fra il Sovrano la Sinclair.

Il secondo dopoguerra

La sconfitta italiana nell’ultimo conflitto mondiale comporta la perdita territoriale della Libia, ma non ne pregiudica più di tanto il mantenimento di preziose relazioni economiche, finanche dopo la presa del potere di Gheddafi alla fine degli anni ‘60. Malgrado le periodiche alzate di testa del dittatore (l’espulsione nel 1970 degli italiani ivi residenti, il lancio di qualche simbolico missilotto negli anni 80 e le periodiche richieste di riparazione del passato colonialista) Roma ha sempre considerato, ricambiata, il regime di Tripoli – fino al 2011, anno della sua sanguinosa caduta – un importante partner economico e fattore di stabilità del Mediterraneo e nei rapporti tra le due sponde libiche e italiane (anzi europee, in quanto l’Italia era considerata il front-runner in tali relazioni, a beneficio dell’intera Unione). Vi erano in gioco profitti, ma anche il contenimento di eventuali esodi conseguenti al disfacimento di una nazione disegnata e creata a tavolino, come per altro dimostrato, se ve ne fosse bisogno, dai geometrici confini di uno Stato apparentemente unitario, ma in realtà diviso tra Fezzan, Tripolitania e Cirenaica, e dall’odierno conflitto intestino, senza considerare gli ulteriori frazionamenti tribali.

La Libia oggi

Ancora una volta la Francia, l’infida “cugina”, approfitta dei torbidi post-2011, tentando di, e vi è forse già riuscita almeno in parte a, sostituire l’Italia nello sfruttamento delle risorse economiche libiche. Uno scenario non inedito, come non inedito è quello di un ritorno della Turchia in Libia. Questa volta l’Anatolia – pro Al Sarraj, come l’Italia – è però spalleggiata dalla Russia, benchè supporter di Haftar oltre che secolare rivale a causa dello stretto dei Dardanelli – unico accesso al Mediterraneo, da sempre ambito ma mai fatto proprio da Mosca: tuttavia ci si può sempre mettere d’accordo per ristabilizzare la situazione a tutto vantaggio della regione Russo-medio-orientale, specialmente se i russi ne hanno ora in mano le fondamentali pedine energetiche (si veda il nuovo gasdotto Russo-Turco TurkStream, risposta al gasdotto EastMed che, partendo da Israele e attraverso Cipro e Grecia, arriverebbe in Italia e rdiurrebbe la nostra dipendenza energetica da Mosca). Mettendo da parte le divergenze le due nazioni possono tentare di conquistare l’egemonia del mediterraneo centro-orientale, ovvero – secondo taluni studiosi – quella del solo mediterraneo orientale incentrata sulla repubblica turco-cipriota, mantenendo uno stato amico-cuscinetto, quello libico, nell’area avanzata nel cuore del mare interno. Il dilettantismo dell’attuale governo italiano, e di quello che lo ha preceduto grazie alla sciagurata componente pentastellata, sta lasciando spazio di manovra, armata e diplomatica, praticamente a tutti e a nostro pressocchè unico discapito.

La Libia come la Bosnia del 1914?

Taluni recenti commenti del politologo Luttwak incoraggiano l’Italia ad una presa di posizione più decisa in Libia, financo militare, perché “le Forze Armate italiane potrebbero suonarle sia all’Iran che alla Turchia

Allora è forse giunto il momento di chiedersi se la nuova Belle Epoque europea – iniziata nel 1945 con la creazione di tante istituzioni di ordine pubblico internazionale non dissimili dalla fallimentare società delle nazioni del primo dopoguerra – non sia prossima alla fine, dinnanzi al palese sfacelo politico ed economico del vecchio continente (ed alla presa in mano delle redini politiche da parte del deep state e delle forze economiche, tecnocratiche e militari, analogamente al 1914, veri autori o provocatori della decisione di dare fuoco alle polveri dopo l’attentato di Sarajevo). Magari non domani, forse tra qualche decennio (sempre che questo decennio di preparazione alla tempesta non si riveli in realtà già iniziato e magari concluso a partire dall’epoca del cd. interventismo democratico, inaugurato con le crisi Jugoslava e Irachena del 1991 e proseguito con la guerra del Kossovo del 1999, in cui per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, le nostre forze armate si sono concretamente battute. Senza contare l’11 settembre, la 2a guerra del Golfo e, per quanto ci riguarda, la tragedia di Nassiriya. Per cui il tempo rimasto potrebbe essere assai meno di quello che ci aspettavamo).

E’ pur vero che la recente uscita bellicista di Luttwak pare contraddire le sue tesi secondo cui la guerra appare insensata e poco conveniente per i paesi industrializzati avanzati. Essi potrebbero risolvere i loro conflitti con gli strumenti della geoeconomia, della cyberguerra, delle aggressioni informatiche ai sistemi di sicurezza, dell’influenza sui sistemi di votazione elettronica, ove esistenti, etc. Quanto alla corruttela dei governanti avversari, ove avesse funzionato, non avremmo avuto guerre già da 2000 anni a questa parte. Ma in realtà questi strumenti, insidiosi e virtuali, possono, se usati, provocare apertamente i conflitti tradizionali che intenderebbero sostituire (i quali si stanno comunque  moltiplicando, tanto da parlare di “terza guerra mondiale a pezzi” in pieno corso).

Altri numerosi fattori dovrebbero preoccupare la politica internazionale, tra cui (i) la crisi con gli Usa nostri tradizionali protettori (dazi, richiesta di maggiori contributi finanziari alla Nato, chiaro stato confusionale di Trump, peraltro sotto impeachment, crack finanziario del 2008); (ii) l’imbarazzo delle nazioni europee nel dover scegliere tra la via della Seta  – accedendo all’immenso mercato della Cina (peraltro attualmente sotto scacco del coronavirus), ma a questa aprendo le porte della sicurezza occidentale e acuendo la suddetta crisi con gli USA – o il mantenimento di quella atlantica; (iii) il ritorno del Regno Unito alla vecchia politica dell’isolazionismo (“oggi nebbia sulla Manica, il continente è isolato.”), unita al consueto obiettivo strategico britannico di mantenere l’Europa divisa, impedendo che una o più nazioni continentali possano prevalere e, in caso di conflitto, sostenendo più con le finanze che col sangue normanno, il contendente favorito del momento. Potremmo persino soffermarci, col timore di apparire ridicoli, sulla divertente storia della “separazione” dei Duchi di Sussex – aspiranti emuli dei Ferragnez – dalla real casa britannica: ciò si ripercuoterà semplicemente sul marketing turistico assicurato alla vecchia Inghilterra da una decrepita monarchia, in crisi a oltranza, simboleggiata da strani cappellini femminili e dal tè delle 4.00 (e birra dalle 7.00 a oltranza)? O non potrebbe piuttosto preludere ad uno stravolgimento istituzionale dagli effetti imprevedibilmente più seri, nazionali e internazionali? Del resto gli inglesi conservano, del loro vecchio glorioso impero, un montante di influenza mondiale pur sempre consistente e l’intero Commonwealth potrebbe inopinatamente tramutarsi, nel quadro della brexit, in una grande area offshore dalla spregiudicata politica fiscale e di antiriciclaggio, capace di attirare impunemente capitali oltremodo necessari ad un’Europa in crisi – Germania compresa, malgrado la locomotiva sulla quale i teutoni si sono lungamente vantati di viaggiare abbia oramai esaurito il carbone, se non addirittura abbia rivelato la propria struttura di cartapesta, come i carri armati usati in addestramento dalla Reichsheer negli anni ‘30, per eludere i limiti militari di Versailles e prepararsi alla rivincita del ‘39.

Aggiungiamo le tensioni sociali in certi Paesi ove le arroganze governative ed elitarie non sono mai state, tradizionalmente, accettate con la filosofia del “tira a campare” semmai, più “civilmente” e col piacere di una graziosa sfumatura alta sul collo, ghigliottina-te. Scontato riferimento alla Francia popolare ed alle agitazioni provocate – ormai da settimane e non limitate al classico “venerdì-liberi-tutti” magico artefice del week-end lungo, dai gilet gialli e dai lavoratori e lavoratrici di ogni categoria, incluse le plastiche ballerine dell’Opera, esibitesi gratuitamente in piazza (non sono forse queste le piazze più meritevoli di plauso, piuttosto che quelle occupate da sfaccendati confusi sottosale?), a beneficio pubblico e non solo dei loggioni.

Ce n’è anche per l’Italia, il cui ultimo rapporto Censis registra “Il suicidio in diretta della politica italiana e le pulsioni antidemocratiche” e forti “segnali dello smottamento del consenso, che coinvolge soprattutto la parte bassa della scala sociale. E apre la strada a tensioni che si pensavano riposte per sempre nella soffitta della storia, come l’attesa messianica dell’uomo forte che tutto risolve. Il 48% degli italiani oggi dichiara che ci vorrebbe un «uomo forte al potere» che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai)”.

Andrea Sperandi

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4 Commenti

  1. interessante…condivisibile..preoccupante per il nostro paese il fatto di essere governati da servi di altre nazioni….servi degli interessi ebraici e massoni..

  2. Interessante.
    Ma oggi chi c’è dietro la Turchia? Dopo il golpe fallito, mi pare tutto chiaro… (sembra la storia italiana di poco tempo fa). Certo, se Erdogan alzerà troppo la testa farà la fine di Saddam H… Infatti i turchi hanno già paura…

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