Da necessità a metodo di governo o, quantomeno, di politica economica. È questa la parabola della stagione dei lockdown, iniziati a marzo 2020 con l’esplodere della pandemia e successivamente divenuti unico strumento di lotta al virus. O sedicente tale, perché intendiamoci: i numeri non sono dalla sua e la correlazione tra maggiori restrizioni e riduzione del numero dei contagiati o dei ricoverati è talmente debole da non potersi considerare significativa. A poco, insomma, servono le variazioni sul tema che passano dalle regioni colorate al lasciapassare noto come «green pass», in un ventaglio di opzioni con le quali il governo gioca da praticamente un anno.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di novembre 2021

Ritornano alla mente le parole del Pedante, che con molta lungimiranza di metodo osservava: «Se non serve, serve a qualcos’altro». A che pro continuare con misure di confinamento dimostratesi, nel migliore dei casi, inutili? Del resto, è difficile pensare che la nostra salute interessi a chi ha tagliato quasi 40 miliardi alla sanità nei dieci anni precedenti la pandemia. L’unica ipotesi che rimane sul tavolo è quella della necessità di mettere sotto ghiaccio l’economia. Per due motivi.

Quei lockdown che fanno rima con austerità

Il primo è quello di contrastare l’inflazione in arrivo. Questo a causa non delle massicce iniezioni di liquidità delle banche centrali, ma di strozzature dal lato dell’offerta sul piano interno – le chiusure forzate che non diventano riaperture automatiche – e di difficoltà delle catene globali del valore sul piano esterno. Senza considerare, poi, l’aumento dei costi dell’energia, «regalino» della transizione verde su cui l’Ue sta spingendo. Quale miglior viatico per raffreddare la domanda tramite una misura che, con il confinamento duro di marzo e aprile dello scorso anno, ci è costata – come ha calcolato il giornalista della Verità Fabio Dragoni – all’incirca mezzo miliardo di Pil al giorno?

Il secondo motivo è strettamente connesso al primo…

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