Roma, 9 giu – Il 3 dicembre 2025, a Southampton, il 18enne Henry Nowak viene accoltellato a morte da Vickrum Singh Digwa, un 23enne indiano con cittadinanza britannica. Lo colpisce cinque volte con un pugnale cerimoniale sikh che si porta addosso per ragioni religiose. Quando arrivano gli agenti, Henry è a terra sanguinante e ripete per ben nove volte: “Non riesco a respirare”. Nonostante ciò, viene ammanettato perché Digwa racconta la menzogna perfetta: “Sono stato aggredito da un razzista bianco che mi ha strappato il turbante”.
Il doppio standard delle autorità britanniche
I poliziotti, terrorizzati dalla possibile accusa di razzismo, lasciano Henry agonizzante con le manette ai polsi senza chiedere l’intervento dei soccorsi. Dopo 67 minuti, il 18enne morirà, affogato nel proprio stesso sangue. Nel maggio scorso, Digwa è stato condannato all’ergastolo per omicidio di Henry mentre sua madre Kiran Kaur è stata riconosciuta colpevole di favoreggiamento per aver tentato di nascondere il pugnale utilizzato nell’aggressione. Caso chiuso? Ovviamente no. È la cartina di tornasole di un’emergenza che l’Inghilterra si ostina a negare per paura di essere chiamata razzista.
Tale timore è stato confermato dalle testimonianze raccolte dalla commissione d’inchiesta che sta analizzando il caso di Valdo Calocane. Nel giugno del 2023, a Nottingham, il guineano con passaporto portoghese aveva accoltellato a morte per strada tre persone. Il 65enne Ian Coates, Barnaby Webber e Grace O’Malley-Kumar, entrambi di 19 anni. Poi, con un furgone rubato, aveva investito Wayne Birkett, Sharon Miller e Marcin Gawronski, ferendoli gravemente. Calocane era noto ai servizi sociali come malato mentale grave dal 2019. Era già stato autore di violente aggressioni.
Nonostante ciò, era stato lasciato in libertà perché, da tempo, le autorità britanniche facevano pesanti pressioni sui medici, anche attraverso linee guida, per ridurre i trattenimenti dei pazienti non bianchi al fine di “correggere le disparità razziali” nelle strutture psichiatriche. Le carte dell’inchiesta hanno anche dimostrato che quello di Calocane non è stato un caso isolato ma il risultato di un sistema inginocchiato davanti al politicamente corretto, dove la sicurezza pubblica viene sacrificata per obiettivi ideologici.
La sovrarappresentazione dei “non white” nelle statistiche del ministero britannico della Giustizia
I numeri del rapporto “Statistics on Ethnicity and the Criminal Justice System”, pubblicati dal ministero della Giustizia, non lasciano spazio a interpretazioni ideologiche: per quanto riguarda gli omicidi, le condanne nei confronti dei bianchi si attestano al 65 per cento del totale, ma tale popolazione rappresenta l’81 per cento dei residenti in Inghilterra e Galles.
I neri sono stati ritenuti responsabili nel 20 per cento delle condanne per omicidio, pur essendo solo il 4 per cento della popolazione, mentre gli asiatici nel 9 per cento. Per i reati violenti gravi, come tentato omicidio e lesioni, e per i reati sessuali, persistono le stesse sovrarappresentazioni. A tal proposito, è necessario ricordare le grooming gang di pakistani che agirono impunemente per quasi tre decenni, violentando, stuprando, riducendo a schiave sessuali e uccidendo migliaia di ragazzine bianche inglesi.
Questi non sono pregiudizi dettati dal razzismo ma la documentazione di un’emergenza che le autorità britanniche stanno sistematicamente cercando di nascondere, anche ricorrendo a corsi di inclusione destinati alle Forze dell’ordine e alle linee guida rivolte al personale medico. I neri commettono omicidi con un tasso cinque volte superiore rispetto alla loro quota demografica. Gli asiatici sono sovrarappresentati in certi reati violenti e sessuali, soprattutto tra i sottogruppi pakistani e bengalesi.
Si nega la realtà usando l’arma dell’antirazzismo
Non è povertà e nemmeno razzismo istituzionale: è l’importazione di culture non assimilabili, spesso tribali. Digwa è nato e cresciuto in Inghilterra con una famiglia apparentemente integrata. Eppure portava in tasca un pugnale cerimoniale e, quando ha ammazzato un bianco, ha usato la carta razzismo. Anche Valdo Calocane ha passato la sua intera vita in Europa, tra Portogallo e Regno Unito, dove era beneficiario di un permesso di soggiorno permanente. Funziona così perché la polizia britannica è stata addestrata per anni a temere più un accusa di razzismo che un’indagine per negligenza. È il doppio standard della giustizia nel Regno Unito, che tutti vedono ma che i media mainstream continuano a definire come una teoria complottista dell’estrema destra.
Silenzio, negazione, giustificazionismo, “è un caso isolato”, “non strumentalizziamo”, “il vero problema è il razzismo contro le minoranze”, viene ripetuto fino alla nausea dai media britannici. Il risultato? Henry Nowak steso in terra agonizzante con le manette ai polsi. Valdo Calocane lasciato libero di uccidere. Vittime ignorate e sepolte per la seconda volta dall’ideologia progressista, statistiche nascoste per censurare la realtà. Il politicamente corretto uccide.
Francesca Totolo