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Roma, 8 ott – Lo diciamo subito: La scuola cattolica è un film noioso e inutile. Tutta la polemica montata ad arte sulla censura, che poi in verità è un divieto ai minori di 18 anni, forse porterà più spettatori in sala. Ma non salva la pellicola di Stefano Mordini tratta dall’omonimo romanzo di Edoardo Albinati, premio Strega 2016. L’affrescone-polpettone da 1.300 pagine degli anni ’70 visti dall’autore, anche lui studente del San Leone Magno del quartiere Trieste di Roma, arriva (fortunatamente) sullo schermo in versione Bignami. Tuttavia, nonostante i suoi 106 minuti, per noi che l’abbiamo visto ieri la durata percepita è stata di almeno tre ore. Per tutta una serie di aspetti.



E’ tutta colpa della scuola (di vita) cattolica

Prima di entrare nel dettaglio della pellicola in sé, vogliamo però spendere altre due parole sull’operazione. Nel solco violentemente anticlericale di Albinati – che in quella scuola cattolica si è trovato evidentemente malissimo – il film fin dal titolo – con tanto di croce – vuole dare la colpa di tutto, compreso il massacro del Circeo, all’educazione cattolica. Intesa qui come cardine del perbenismo borghese che però nasconde cose terribili. Tipo padri gay, padri violenti, madri che vanno a letto con i ragazzini e mogli che si sottraggono ai doveri coniugali perché “ogni botta, un figlio” e la famiglia è già numerosissima. Il narratore, lo stesso Edoardo Albinati, parla fin da subito di “violenza ovunque”. Poi a ben vedere – ma delle sequenze nella villa del Circeo parleremo dopo – la violenza in questione è ordinaria amministrazione, con tutto il rispetto per le vittime. Bullismo, ragazze (accondiscendenti) deflorate alle feste senza una parola, spacconate varie. Altro? Il classico prete pizzicato a prostitute e il figlio (ritardato) che vorrebbe ammazzare la madre che va a letto con tutto quello che si muove.

Se i figli sono dei mostri è colpa dei padri e dei preti

Ma il film indugia con morbosità sul fatto che è tutta colpa della scuola (di vita) cattolica, in un lugubre quanto scontato connubio sesso-peccato-violenza. E così un padre esemplare chiede al figlio come mai i suoi compagni di liceo non sono a messa e il rampollo gli risponde: “Vanno solo a quelle obbligatorie”. Una vergogna inaccettabile, insomma. Ancora, sempre per colpa della scuola dei preti, privata e costosa, i padri con generose donazioni salvano i figli dalle punizioni. Una cosa inaudita, mai vista proprio. Anche qui, ovviamente, è tutta colpa dell’educazione cattolica, visto che poi quello stesso padre prima prende a cinghiate il figlio poi recita la preghierina al pranzo di famiglia. L’operazione dunque è questa: anticlericalismo a tutti i costi, perché se i figli sono dei mostri la colpa è dei padri e dei preti. Una reductio ad unum che oltre a indignare i cattolici fa stracciare le vesti a chi voleva che si parlasse di fascisti violenti e assassini. Ma nel film la politica (come del resto in quegli orribili fatti di cronaca) non c’entra niente. A parte la distorsione ideologica dell’autore del libro, trasposta pedissequamente sullo schermo.

Una fiction senza ritmo, altro che “violenza efferata”

Detto questo, veniamo al film. Nonostante un cast con nomi di richiamo sia per il pubblico più giovane che per gli adulti (ieri in sala c’erano diverse minorenni, ma tanto ti controllano solo il green pass), il risultato finale è davvero mediocre. Un affresco del 1975 dal respiro corto, dallo sguardo miope. Tolte le auto e i vestiti dell’epoca e tolto il grandissimo Lucio Battisti che fa da colonna sonora a una delle poche sequenze riuscite, il film pare una fiction. Peraltro noiosa e senza ritmo. Nonostante continui intermezzi “Sei mesi prima”, “170 ore prima”, “cinque mesi prima”, che ti illudono – almeno all’inizio – che il ritmo diventerà incalzante e che giustamente si debba attendere trepidanti la sequenza clou, il film non parte mai. “Censurato” – “perché equipara vittime e carnefici“, dicono – (in verità non presenta tagli, dunque censure), uno si aspetta che il film esploderà in tutta la sua “violenza efferata” nella parte finale.

E invece niente. Le scene al Circeo sono noiose, ripetitive, senza tensione, senza pathos. La violenza – rispetto agli standard attuali – è quasi nulla. Alla fine quindi chi cercava scene forti è rimasto deluso. Chi cercava un film appassionante – un tuffo nel passato – è rimasto deluso. Noi infine, per quel che conta, ci siamo terribilmente annoiati. Operazione inutile, pertanto. Anche perché persino Avvenire, il quotidiano della Cei, si è limitato a recensire il film senza gridare allo scandalo.

Adolfo Spezzaferro



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