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Tokyo, 23 ott – Niente austerità, siamo giapponesi. Nel Paese del Sol Levante, patria di quella Abenomics che ha permesso al premier – da cui prende il nome – Shinzo Abe di trionfare alle elezioni anticipate, il dibattito su vincoli a debito e deficit, pareggio di bilancio, fiscal compact e altre amenità, nemmeno esiste. Un abisso rispetto all’Europa, che proprio ad oriente dovrebbe invece guardare per uscire dall’angolo di una recessione nella quale ha deciso, non senza una buona dose di masochismo, di gettarsi scientemente.



Il Giappone, al contrario, proprio grazie all’Abenomics è riuscito a scrollarsi di dosso un periodo di crescita nulla che attanagliava i sudditi dell’imperatore almeno dall’inizio degli anni ’90 e diventato un esempio da manuale accademico. Basti pensare che il valore del Pil nel 2008 era pari a quello del 1995. Una decennale stagnazione con picchi in negativo di recessione, che solo dalla metà del primo decennio degli anni 2000 ha visto investire il segno. Una ripresa tuttavia debole, tanto che la crisi dei mutui subprime ha di nuovo messo a nudo le difficoltà nipponiche, con il Pil che nel corso del 2009 ha segnato un drammatico -5,2%. Bisogna aspettare il 2012 per rivedere il segno positivo, ma è dal 2013 che le lancette tornano a salire con prepotenza.

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Proprio in quell’anno, infatti, viene varato il piano di stimolo dell’economia, l’Abenomics appunto, fondato su tre elementi-cardine: aumento della spesa pubblica in deficit, politica monetaria espansiva, deprezzamento dell Yen. Un triplo “bazooka” da far impallidire il quantitative easing di Draghi e che, a differenza di quest’ultimo, ha prodotto risultati brillanti. Se si fa eccezione per il 2014, anno di “aggiustamento”, dal 2015 la recessione è già alle spalle e il 2017 punta a chiudersi superando abbondantemente l’1% di crescita. Numeri non grandi in assoluto, ma sensazionali per chi proviene da un periodo nero che aveva posto serie ipoteche sulle capacità dell’impero di tornare verso un sentiero di sviluppo. Uno sviluppo trainato dalla spesa pubblica, che a cascata fa impennare gli altri indicatori: +5% gli investimenti statali, +2% i privati, con le esportazioni a trainare il tutto grazie alla svalutazione della divisa, insieme ai consumi interni – ventre molle dell’economia nazionale – anch’essi in aumento.

Basterà l’Abenomics per sollevare le sorti del Paese? L’interrogativo è aperto, visto che i problemi strutturali che Abe si trova davanti sono ancora là da essere risolti. A partire dai salari, che nonostante i numeri al rialzo del Pil rimangono stagnati e non permettono alla domanda interna di stimolare adeguatamente il percorso di crescita. Insieme al debito pubblico, che tocca vette apparentemente impossibili ma allo stesso tempo paga interessi negativi (addirittura è sottozero il titolo decennale, circostanza impensabile in Europa: pesa in tal senso la proprietà interamente domestica dei buoni del tesoro in circolazione a Tokyo e dintorni) e quindi assolutamente sostenibili, anche se deleteri ai fini del risparmio. Al di là di tutto, il Giappone per ora premia il suo primo ministro. E offre una sonora lezione di sovranità economica.

Filippo Burla

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