Roma, 4 set – Una visione manichea della storia ha come suo esito la riduzione della stessa storia a una lunga sequela di crimini, grazie a una logica che tende a riprodursi incessantemente, in base alla quale a un crimine si risponde con un altro crimine, a una criminalizzazione se ne oppone un’altra, fino a piombare in una vera e propria spirale, testimoniata – è forse l’esempio più eclatante – dalla proliferazione dei libri neri (del comunismo, del capitalismo, del colonialismo, dell’islam, della rivoluzione francese, eccetera). Per cui, invece di combattere la tendenza a trasformare la storia in storia criminale, si finisce per rafforzarla in una corsa a chi è ‘più criminale’. Quasi inutile aggiungere che in tal modo si sacrifica la complessità storica e ogni autentica conoscenza storiografica.

Un’altra conseguenza, non meno criticabile, consiste in quello che si potrebbe chiamare angelismo storico, ossia la tendenza a idealizzare le ‘vittime’ dei crimini, cioè a collocarle in una dimensione di incontaminata purezza e innocenza. Le vittime, insomma, sarebbero angeliche, completamente immuni da colpe, prive di ogni peccato, estranee a ogni negatività, perfetto contraltare di un criminale che è specularmente caricato di ogni genere di colpa e dunque considerato un essere ontologicamente, intrinsecamente malvagio. In sintesi, all’angelologia della vittima corrisponde la demonologia del criminale. Anche in questo caso, inutile dirlo, a venire meno è la genuina conoscenza storica. Un esempio paradigmatico, che riassume, come meglio non si potrebbe, entrambe le dinamiche (criminalizzazione e angelismo), è il libro di David Stannard, Olocausto americano.

Bastano pochi accenni. Innanzitutto, per allargare a dismisura la portata dell’olocausto, Stannard gioca al rialzo con la cifra globale della popolazione amerindia al momento dell’arrivo di Colombo, oscillando tra i 75 e i 145 milioni (per dire, il demografo Livi Bacci parla di 30 milioni). Ma soprattutto se si legge il primo capitolo del testo di Stannard, intitolato, “Prima di Colombo”, ci s’imbatte in una descrizione dei popoli amerindi che definire edenica non è affatto una forzatura.

In pratica, questi popoli vivevano in una sorta di età dell’oro, ricca, pacifica e idilliaca, contraddistinta, per di più, da una “straordinaria salute” (altro topos smentito da Livi Bacci: “l’America precolombiana non era un paradiso terrestre senza malattie”). Ecco invece l’incipit del capitolo secondo, dal titolo “Pestilenze e genocidio”: la Spagna da cui partirono Colombo e i suoi “era una terra violenta e squallida, un luogo di tradimento e intolleranza. Da questo punto di vista la Spagna non si distingueva dal resto dell’Europa”. Non occorre sprecare altre parole…

Giovanni Damiano

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