Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 22 giu – È di questi giorni la notizia che la Cassazione ha confermato le condanne all’ergastolo per Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, accusati per la strage di piazza della Loggia, avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974. Il bilancio della bomba fu di 8 morti e 102 feriti. Per commentare questa sentenza controversa, abbiamo intervistato Cesare Ferri, scrittore e drammaturgo che, per molti anni, è stato uno dei principali imputati per quella strage, salvo poi essere completamente assolto dopo una pazzesca odissea giudiziaria che qui ci ha raccontato.



Ferri, come commenta la sentenza definitiva su Brescia?
Finalmente hanno messo il marchio del neofascismo sulla strage, con il collegamento di un infiltrato. È quello che hanno sempre ambito a fare.

Lei è stato tirato in mezzo in questo stesso filone?
No, io ero nel secondo filone. Sono comunque stato il primo a essere indiziato, nel 1974. Poi hanno verificato il mio alibi: quella mattina ero all’università Cattolica con 11 testimoni. Quindi sono stato prosciolto, ma nell’84 Izzo ha detto di aver saputo da Guido (che era latitante), che a sua volta aveva saputo da Buzzi (che era morto) che io all’università avrei mandato un sosia. Siamo al delirio, come capisce…

Si trovava a Brescia, quel giorno?
Non sono mai stato a Brescia in vita mia.

Nel suo processo ebbe un ruolo importante un sacerdote, don Gasparotti.
Nel primo verbale, quel prete disse di aver visto il ragazzo, cioè io, secondo i giudici, “una delle ultime mattine di maggio”. Quindi non necessariamente il 28. Fra una riga e l’altra c’era l’aggiunta: “il 28 maggio”. Senza la firma di nessuno. Insieme al prete c’era il sagrestano, che però ha detto che il 28 maggio era all’Inps con la figlia. Allora dicono che il sagrestano era persona vecchia che ricordava male. Inoltre, secondo loro, il ragazzo si sarebbe nascosto in chiesa, ma siccome la chiesa era buia, si sarebbe alzato e avrebbe chiamato il prete per accendere le luci per poter meglio vedere i dipinti. Veda lei se uno si nasconde così…

Perché hanno puntato su di lei?
Io avevo questa nomea, di uno che maneggiava le bombe. Hanno prima provato con Esposti, ma è andata male perché sbagliarono identikit: cercavano un uomo rasato ma lui aveva la barba. Allora nella sua tasca hanno fatto trovare una foto mia che, secondo loro, sarebbe servita per fare i miei documenti falsi per l’espatrio dopo la strage. Consideri che dietro la foto c’era il mio nome e cognome vero. Come se Esposti non sapesse che quello ero io. Dopodiché tutto usciva sempre sui giornali, quindi ogni pentito arrivava e aggiungeva del suo, riportando le stesse cose che aveva letto.

Quanta galera ha fatto per questa storia?
Per piazza della Loggia, circa tre anni e mezzo di galera. Con cinque o sei mesi di isolamento. In tutto ho fatto circa 10 anni.

Lei ha potuto vedere da vicino il meccanismo che si innesca sul teorema dello stragismo nero…
Dopo che mi hanno arrestato, la prima cosa che mi hanno detto è stata: “Siamo di fronte a un sillogismo: la strage è fascista, lei è fascista, quindi o ha fatto la strage o ne sa qualcosa”. Al che io ho risposto che era un paralogismo, perché la premessa era sbagliata, la strage non era fascista. Ma loro sono partiti così e su questo hanno costruito.

Se non sono stati i neofascisti, si è fatto un’idea di chi possa essere stato?
Dico solo che tra le vittime c’è un ex partigiano, che ha un braccio completamente devastato. Questo fa ritenere che gli sia esplosa la bomba fra le mani mentre la metteva nel cestino.

Adriano Scianca



La tua mail per essere sempre aggiornato

Commenta