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Roma, 18 feb – Il 18 febbraio 1822 a Venezia nasceva Giuseppe Boldini, figlio di un benestante latifondista della Serenissima. Fin da giovanissimo mostrò una grande abilità nell’arte pittorica, per questo entrò nell’Accademia di Venezia. Ivi studiò sotto l’egida del maestro Luigi Zandomeneghi, famoso pittore espressionista veneziano, esponente anche della corrente pittorica risorgimentale dei Macchiaioli.
Ben presto, però, il giovane Boldini entrò in contatto con i circoli rivoluzionari della società lagunare. Il dominio asburgico era quanto mai oppressivo nei confronti della borghesia mercantile veneziana e ne limitava l’espansionismo. In particolare, Giuseppe restò molto colpito dalle parole di Daniele Manin, altro fondamentale patriota della Serenissima, che, assieme a Niccolò Tommaseo, rovesciò il protettorato austriaco nel Triveneto sostituendo la monarchia con una “repubblica che rammenti le glorie passate, migliorata dalle libertà presenti” come lo stesso Manin la definì e venne proclamato presidente.
L’avventura veneziana durò solo pochi mesi ma bastò al nostro pittore soldato per infiammare il suo spirito patriottico e nazionalista. Giuseppe Boldini si schierò attivamente a difesa della Repubblica di San Marco e si distinse per azioni belliche particolarmente coraggiose. Il 22 agosto 1848, con una pesante offensiva militare, gli Austriaci ripresero il controllo della laguna ponendo fine al governo di Manin.
Boldini scappò in Lombardia, a Mantova, dove cercò di continuare le attività sovversive verso gli invasori asburgici. Lui e i suoi compagni, però, vennero scoperti e incarcerati.
Lui e i Martiri del Belfiore, così vennero chiamati i suoi compagni trucidati dal generale Radetzky, vennero condannati a morte ma, per un caso assolutamente fortunoso, solo Giuseppe Boldini ebbe salva la vita grazie ad un’amnistia concessa dal governo di Vienna.
Famoso diventerà il ritratto dei compagni di cella che il pittore veneziano eseguirà quando sarà ancora detenuto nelle prigioni austriache. Quasi come un Silvio Pellico veneziano, Boldini ci racconta, anzi, ci disegna la vita, le condizioni, la precarietà dell’esistenza di un prigioniero costretto a qualsiasi tipo di nefandezza piuttosto di ottenere un pezzo di pane quotidiano.
La prima guerra d’indipendenza italiana era finita. Venezia e Milano si erano sollevate ma erano state schiacciate dalla forza bruta e dalla superiorità numerica e militare degli austriaci. Ogni possibile tentativo di riappacificazione tra gli insorti e i reggenti era vano, l’odio, il desiderio di rivincita e vendetta muoveva in maniera assolutamente autoritaria la corona degli Asburgo che si sentì, quindi, legittimata a compiere qualsiasi tipo di misfatto ai danni della popolazione civile padana.
Nonostante tutto, gli vennero riconosciuti grandi onori di patriota al termine delle guerre risorgimentali da parte del regno sabaudo. Giuseppe Boldini venne, infatti, nominato sindaco di Mogliano Veneto, luogo in cui i suoi genitori avevano dei possedimenti agricoli.
Proprio a Mogliano, all’età di 75 anni, morì il 3 dicembre 1898. L’Italia aveva avuto l’onore di avere a sua difesa l’ennesimo artista, letterato, pittore, soldato e patriota.
Tommaso Lunardi



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