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Roma, 23 gen – Dopo nove anni di regno di Susanna Camusso, Maurizio Landini sarà il nuovo segretario della Cgil. L’ex leader della Fiom era entrato a far parte della dirigenza nazionale del più grande sindacato d’Italia già nel luglio del 2017, lasciando la guida dei metalmeccanici a Francesca Re David. Con l’ascesa al trono di Landini, la Cgil dovrebbe virare a sinistra dopo anni di scodinzolamenti filogovernativi. E Landini sembra avere il giusto physique du rôle: sindacalista vecchio stampo, dà veramente l’impressione di essere un lavoratore tra lavoratori, e non un burocrate o dirigente in giacca e cravatta. Anzi, il suo habitus, dagli atteggiamenti popolari, anzi «populisti», al caratteristico uso di felpe, ne hanno fatto da sempre un personaggio molto amato dai suoi iscritti.

Ma prendiamo, appunto, le felpe. Questo tratto accomuna Landini a un altro big della politica: Matteo Salvini. E infatti qualche anno fa i due flirtarono, anche se per un breve periodo. Eravamo a cavallo tra il 2014 e il 2015, e il nuovo leader dell’allora Lega nord aveva mandato numerosi segnali a quel Landini che, in rivolta contro la dirigenza della Cgil, era deciso a contrastare il governo Renzi. In un caso, Salvini partecipò addirittura a una protesta della Fiom: «Su temi come l’occupazione e la politica industriale ben venga chiunque, sia di sinistra sia di destra. Le barriere ideologiche cadono laddove è messo a repentaglio il lavoro», disse il neosegretario del Carroccio. La mossa piacque molto a un uomo di Landini, Renato Esmeraldi, che disse: «Siamo pronti a dialogare con chiunque, quindi ben venga Salvini».

Il leader della Lega nord ci tenne peraltro a evidenziare lo stile che accomunava lui e l’allora segretario della Fiom: «Le felpe sono in effetti un must mio e di Landini – affermò scherzando – magari oggi coi rappresentanti della Fiom potremmo scambiarcele. Lo scandalo non è questo, come a sinistra qualcuno vorrebbe far credere. La vergogna è che il lavoro sia stato dimenticato come priorità. A sinistra come a destra». Insomma, al tempo si concretizzò davvero la possibilità di un superamento degli steccati destra/sinistra in favore della comune battaglia in difesa del lavoro. Ma poi, come spesso accade, tutto venne vanificato dal richiamo di scuderia e dal canto delle sirene antifasciste. Alla manifestazione della Fiom svoltasi a Roma a fine marzo 2015, Landini fu infatti risucchiato nella brodaglia riscaldata dalle cariatidi di partito, mandando a monte ogni possibile dialogo con l’altra sponda politica. E, oggi, il segretario in pectore della Cgil si appresta a far la guerra al governo gialloverde – che qualcosa per i lavoratori, seppur confusamente, sta cercando di fare – dopo aver taciuto sulle politiche anti-operaie, verrebbe da dire «padronali», del Pd. Sic transit gloria mundi.

Valerio Benedetti

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