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SerenissimaRoma, 22 ago – Imperatori invariabilmente stranieri, da Carlo Magno a Francesco Giuseppe, passando per il Barbarossa e così via; i Papi, rappresentanti di una istituzione sempre sovranazionale e spesso antinazionale. Ed infatuazioni esotiche, dall’islam ai mongoli, sino a improbabili caudillos sudamericani o a rais arabi alla Nasser.



Si tratta di ‘scelte delle tradizioni’ che hanno finito per sacrificare alcune delle pagine migliori della nostra storia: la presenza plurisecolare di Bisanzio nella penisola italica; la civiltà comunale; l’Umanesimo e il Rinascimento; il Risorgimento. Poi ci sono realtà di lunga durata che hanno attraversato praticamente tutti questi momenti. È il caso di Venezia, passata, attraverso alterne vicende, dal dominio bizantino al potere ducale sino a diventare libero comune nel XII secolo, e poi epicentro di un grandioso Stato da mar e di una espansione nell’entroterra bloccata solo dalla funesta giornata di Agnadello, oltre che fondamentale “porta d’Oriente”, come la definisce Maria Pia Pedani, dell’intera Europa occidentale, per infine rinascere come repubblica nel biennio rivoluzionario 1848-1849.

Lungi dall’essere una città di soli mercanti, Venezia, al pari degli altri Comuni italiani, è inoltre un tipico caso di militarismo civico, sull’esempio greco-romano. Una città in lotta incessante con nemici vicini e lontani, capace ancora nel Seicento prima di resistere in un conflitto più che ventennale con i turchi (guerra di Candia) e poi di condurre contro gli stessi avversari una guerra vittoriosa (guerra di Morea), guidata dal genio militare di Francesco Morosini. Una città, all’epoca delle guerre d’Italia, rimasta unica potenza della penisola in grado di opporsi alle mire egemoniche di Francia e Spagna, ma sconfitta da una coalizione internazionale (la Lega di Cambrai), non a caso voluta e diretta dal papato, nelle ennesime vesti di nemico delle fortune italiche.

Certo, in una storia così lunga non possono mancare episodi in chiaroscuro, come la quarta crociata, che se da un lato fu il vero atto di nascita dello Stato da mar (è la tesi condivisibile di Ermanno Orlando), dall’altro causò la definitiva, irreparabile rottura col mondo bizantino. Un impero marittimo, sia detto per inciso, costruito soprattutto seguendo la logica degli scali commerciali e degli snodi di traffico, senza però disdegnare estesi domini territoriali, come quelli di Creta, Cipro e Negroponte (nome veneziano dell’isola di Eubea), in modo di dar vita a un impero eterogeneo e in sé differenziato, che non meraviglia sia sempre più spesso definito dagli storici un Commonwealth mediterraneo.

Ma la fama di Venezia non è legata solo alle conquiste militari, alla ricchezza economica o alla grande cultura. Anche le sue istituzioni hanno contribuito alla nascita del suo ‘mito’. Baluardo della libertà repubblicana e dei valori rinascimentali contro le ingerenze della Chiesa specie nel periodo della Controriforma (sull’argomento ha scritto pagine insuperate William Bouwsma), e ammirato modello di stabilità e di buon governo, le istituzioni veneziane hanno infatti suscitato l’attenzione dell’élite colta europea, sin da quando ne fecero l’elogio umanisti come Pier Paolo Vergerio, Giorgio da Trebisonda (che riteneva la repubblica veneziana esemplata sulle Leggi di Platone) e Gasparo Contarini, per arrivare nel Seicento agli olandesi Pieter de La Court e Jan van Meurs (che paragonava Venezia ad Atene) e all’inglese James Harrington. Fa eccezione la Francia dove, forse anche a causa di opere fortemente critiche verso la repubblica veneziana come l’Histoire du gouvernement de Venise di Amelot de la Houssaye (del 1676), Venezia non suscitò mai troppe simpatie neanche tra i repubblicani, compresi Rousseau e i giacobini. Uno dei motivi, secondo la convincente tesi di Michel Vovelle, della vergogna di Campoformio.

Giovanni Damiano

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