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“Di slancio contro i nemici”: Marinetti, gli Arditi e l’assalto a L’Avanti

by La Redazione
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Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore Pierluigi Romeo di Colloredo, un estratto dal suo ultimo libro La morte a grinta dura. Squadristi 1919-1923, edito da Eclettica.

Roma, 15 apr – Nel 1919 le sinistre massimaliste avevano creato un clima di ostilità nei confronti di ufficiali e combattenti reduci di guerra, si ebbero scontri fra Arditi e socialisti, ma ben presto si inserì un grave problema di scontro sociale, con violente proteste per il carovita, occupazioni di terre e aggressioni ai proprietari terrieri. Tale situazione si aggravò nell’anno successivo con le sommosse popolari a Viareggio, Bari, Ancona, nel corso delle quali si ebbero numerosi morti fra i rivoltosi e le forze dell’ordine. Nell’estate si raggiunse il culmine con l’occupazione delle fabbriche, presidiate da gruppi armati, le cosiddette guardie rosse. In numerose città italiane vennero proclamate repubbliche sovietiche, bruciati i tricolori e stampata moneta con la falce ed il martello.

Mussolini scriverà ne La mia vita, del 1928: [Nel 1919] L’Avanti, il giornale socialista che allora era pubblicato in tre edizioni, una a Torino, una a Roma e una a Milano, aveva iniziato una feroce campagna stampa contro l’esercito. A causa di uno sciopero dei tipografi, «L’Avanti», fu l’unico giornale pubblicato a Roma per due mesi! Durante le dimostrazioni di strada gli ufficiali venivano assaliti e insultati solo perché erano in uniforme. Da ciò, prima ancora della nascita dello squadrismo, si ebbe la reazione dei reduci, in primis quelli provenienti dai Reparti d’Assalto.

Scrisse Luigi Freddi nel 1929, a dieci anni di distanza:

Cercammo un simbolo. Il tricolore era stato troppo profanato dalla retorica patriottarda dei partiti costituzionali, e rappresentava ancora la viltà miserabile miserevole e miseranda dei governi demo-liberali che si nutrivano di miscele d’oppio e di cantaride, lasciando imbordellare l’Italia e prostituire il suo destino….. Allora scegliemmo il nero vessillo degli Arditi, che aveva preceduto gli assalti oltre le trincee di carne umana del Grappa e sull’altra riva del Piave gonfia di sangue. Aveva il colore “della morte che infutura la vita”, e per questo l’abbiamo prediletto; era il simbolo della nostra disperazione e della nostra ferocia, e ci pareva che in esso risplendesse tenebrosa e tremenda la “voluttà di morie” che arroventava i nostri sensi di giovani gagliardi pronti a tutto. Erano i tempi in cui nelle nostre canzoni non ricorrevano i temi dell’amore, del piacere e della gioia, ma risuonavano cupe parole apocalittiche: ‘pugnale’, ‘bomba a mano’ trovavan rime che facevan rabbrividire le timorate nonché vigliacchissime anime dei conservatori pronti a ceder tutto pur di conservare le ghirbe flaccide e graveolenti. Il ritornello spavaldo echeggiava risolutivo ammonitore e terribile come la cannonata, e volgeva in fuga le mandrie imbestialite del socialismo gaglioffo e vigliacco.

Pochi giorni dopo San Sepolcro, il 15 aprile 1919 dopo un comizio socialista in occasione di uno dei troppi scioperi, i sovversivi bolscevichi e anarchici marciarono, sventolando vessilli rossi e neri, sul centro di Milano, intonando L’Internazionale e Bandiera rossa, e inneggiando a Lenin ed alla rivoluzione sovietica. Alle ore 16 circa, come scrive Gaetano Salvemini, antifascista sì, ma anche anticomunista:

Dopo che il comizio socialista si era sciolto, una parte della folla che ostentava bandiere rosse e nere e ritratti di Lenin e dell’anarchico Malatesta, si mise in marcia verso il centro della città. È chiaro che gli spartachisti e gli anarchici si erano messi d’accordo per organizzare una dimostrazione senza il concorso dei socialisti di destra e dei massimalisti.

Per loro sfortuna, trovarono, schierati, sotto il monumento a Vittorio Emanuele, Arditi, allievi ufficiali e futuristi, con Filippo Tommaso Marinetti e il capitano Ferruccio Vecchi. I rossi se la dettero a gambe. I manifestanti, guidati da Chiesa, Marinetti e Vecchi si diressero verso la sede dell’Avanti!, in via san Damiano, protetta da un cordone di circa cento militari. Le forze dell’ordine resistettero alla pressione dei manifestanti, finché un colpo di pistola esploso dalle finestre dell’Avanti! perforò l’elmetto di un soldato, il mitragliere Martino Sperone, uccidendolo sul colpo1Dopo l’assassinio di Sperone gli occupanti dell’edificio scapparono da un’uscita distante da via San Damiano, e gli Arditi devastarono l’edificio vuoto. L’Avanti! venne incendiato. Fare la rivoluzione si sarebbe rivelato un po’ più difficile del previsto.

Marinetti ricorderà nelle sue memorie questa giornata come la prima vittoria del movimento fascista sul bolscevismo, sottolineandone la continuità con Vittorio Veneto, citando l’apprezzamento del generale Enrico Caviglia:

Il 15 aprile 1919 rimarrà memorabile nella storia d’Italia. Era preannunciata una formidabile offensiva bolscevica per sbaragliare le nostre forze esigue e impadronirsi insurrezionalmente di Milano. Avevamo deciso, il 14 sera, con Mussolini, nella stanza direzionale del Popolo d’Italia, di stare vigilanti. Pertanto, Arditi, Futuristi e Fascisti apparvero in piazza del Duomo e in Galleria verso le due pomeridiane a piccoli gruppi, pronti e armati di rivoltella. Intanto si svolgeva all’Arena, un comizio di più di centomila scioperanti, fra i quali non meno di trentamila sovversivi decisi all’insurrezione. L’autorità, con relativa polizia e truppe, era assente, o quasi. Con Ferruccio Vecchi e il poeta futurista Pinna, tenente d’artiglieria, e i futuristi Armando Mazza, Luigi Freddi e Mario Dessy, entrai nella Pasticceria della Galleria, subito seguito da altri Futuristi, Arditi e Fascisti, ansiosi di agire.

Ero calmissimo, freddo, ma convinto che occorreva affrontare la lotta ad ogni costo. I gruppi si riunirono, si formò un piccolo corteo. Questo s’ingrossò. Lo diressi, con Ferruccio Vecchi, verso il Politecnico, dove sapevamo che il tenente bombardiere Chiesa aveva organizzato e teneva pronti trecento studenti ufficiali. Appena fummo giunti al portone dell’Istituto, questi si rovesciarono fuori, e arringati, incolonnati, marciarono, evitando i cordoni di fanteria, per il Naviglio, Corso Venezia, via Agnello, Piazza della Scala. Il numero e il furore bellicoso della colonna aumentarono. Il cordone di fanti che chiudeva la Galleria fu travolto.

Camminavo in testa, con Vecchi, Pinna, Cesare Rossi. Ero sicuro ormai dell’urto inevitabile e decisivo; volevo aumentare la potenza della colonna, e perciò invitavo brutalmente i passanti a seguirci. Questi applaudivano, ed io li chiamavo con tale irruenza, che alcuni, intimoriti dai miei occhi feroci, scapparono a gambe levale. La colonna avvolse il monumento di Vittorio Emanuele, lo coperse, impolpò di corpi agitati e di braccia gesticolanti. Alcuni discorsi inutili rivolti alla facciata del Duomo, mentre tulle le facce erano rivolte all’imboccatura di Piazza Mercanti e relativo cordone di carabinieri e fanteria. Dalla groppa di un leone del monumento, sorvegliavo. Giunge, trafelato, l’ardito Meraviglia, mandato in perlustrazione.

Sentiamo la cantilena di ‘Bandiera rossa’ che si avvicina. Appare la lesta della colonna bolscevica. Come una grande alzata di frutta si rovescia sulla tavola, così il monumento di Vittorio Emanuele si svuota, e ci slanciamo tutti a passo di corsa verso il cordone di carabinieri dietro al quale si avanza con passo ritmato la colonna nemica, preceduta dagli anarchici, fiori rossi all’occhiello, tre donne in camicetta rossa, due ragazzi con nelle mani alzate il ritratto di Lenin. Un randello vola al di sopra dei carabinieri e mi cade ai piedi. È il segnale. Un colpo di rivoltella, due, tre, venti, cento. Sassi, randelli volanti e randellate precise, ‘a noi, a noi, Arditi’Il cordone dei carabinieri si divide, scompare. Sono in prima linea, con me Vecchi, Pinna, Armando Mazza, Mario Dessy, Cesare Rossi, Ghetti, Freddi, Manfredi Oliva, il tenente Chiesa, Bini, i capitani Bassani e Calamati, Piero Belli, Cavallari e molti altri audaci. Un mio amico è ferito alla mano, vicino a me. Noi, tutti in piedi. Poi, di slancio, a passo di corsa, contro i nemici. Si sbandano; molti, presi dal terrore, si appiattiscono a terra tra gradino e gradino della loggia di destra.

Cazzotto un giovane socialista che cade e al quale urlo, afferrandolo pel collo: ‘Grida almeno Viva Serrati!’ e non ‘Viva Lenin!, imbecille!’. Il mio avversario, stupitissimo, non capì, forse non capirà mai, questa mia lezione di politica europea inculcata coi pugni. La nostra colonna vittoriosamente insegue i nemici, sbandandoli, ed essi rispondono a revolverate dai portoni e dal monumento a Parini. Le revolverate, che ormai hanno un crepitare continuo di fucileria, fanno echeggiare via Dante. Ci fermiamo davanti al teatro Eden, vittoriosi. La battaglia è durata un’ora. Ricomponiamo la nostra colonna che, mezz’ora dopo, travolgendo altri cordoni di truppe, giunge in via San Damiano, assalta e incendia la Redazione dell’”Avanti!”, ne defenestra i mobili, ma non vi trova il direttore Serrati. Fra i primi entrati nelle sale dell’”Avanti!”, il futurista Pinna ebbe il braccio ferito da una revolverata.  

Molti altri feriti; ma la colonna, ormai padrona di Milano riconquistata, ritorna in piazza del Duomo, ritmando la sua marcia col grido: L’Avanti! Non è più’ e portando in testa l’insegna di legno del giornale incendiato, che fu donata a Mussolini, nella redazione del “Popolo d’Italia”. Giungeva, il 16 aprile, a Milano, il generale Caviglia, mi chiamava all’Hotel Continental, dove, con Ferruccio Vecchi, gli esposi la situazione. Il vincitore di Vittorio Veneto, con la sua pronta intuizione, ci dichiarò: ‘La vostra battaglia di ieri in Piazza Mercanti fu, secondo me, decisiva’. Infatti, Milano mutò completamente da quel giorno. La tracotanza bolscevica non era morta, ma colpita mortalmente.

Pierluigi Romeo di Colloredo

Secondo lo storico antifascista Mimmo Franzinelli in Squadristi, protagonisti e tecniche della violenza fascista 1919-1922, Mondadori, Milano 2004 (che tuttavia non cita alcuna fonte) nell’assalto sarebbero stati uccisi “due socialisti”, Pietro Bogni e Giuseppe Lucioni. Secondo una relazione interna del PSI immediatamente successiva ai fatti, Bogni era un borghese ucciso negli scontri di via Dante e Lucioni un soldato ucciso in circostanze non chiare.

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