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Roma, 5 ott – “Il laboratorio, sei tu stesso,

ed occorre che tu ti veda chiaro

come alla luce del Sole

(Avviamento alla Magia secondo Giuliano Kremmerz, in KRUR 1929, Tilopa Edizioni, Roma 1981, p. 227).

Nell’ambito del nostro Speciale sul Gruppo di Ur siamo giunti alla quarta ed ultima parte ed in codesta non potevamo non trattare del catalizzatore massimo dell’esperienza iniziatica a cui ci riferiamo, cioè Julius Evola, ed alla corrente magistica che più ha caratterizzato non solo il suo percorso personale, ma l’intero sodalizio esoterico di Ur, cioè la Fratellanza di Myriam, dello ierofante napoletano Ciro Formisano, in arte Giuliano Kremmerz. Nell’ambiente romano degli anni ’20 del ‘900 il filosofo romano, oltre ad essere vicino, come già evidenziato nei precedenti articoli, ad ambienti pitagorici ed antroposofici, era legato in maniera particolare all’ambiente gravitante il Circolo Virgiliano, l’accademia kremmerziana romana, con frequentazioni dirette con personalità di alto rango della suddetta fratellanza, come Domenico Lombardi, Giovanni Bonabitacola e Pietro Suglia.

Come abbiamo documentato nella nostra relazione su Evola, nello speciale in occasione del quarantennale della sua dipartita, sulla storica rivista Vie della Tradizione, e sulla scorta delle testimonianze dirette di Placido Procesi, di Piero Fenili e della documentazione resa pubblica ultimamente dalla Fondazione Evola, il giovane esoterista di origine siciliana intrattenne veri e propri rapporti di natura operativa non solo col celebre prof. Ercole Quadrelli, l’Abraxa di Ur, ma anche con il fantomatico Padre Oliva, da cui sembrerebbe abbia ricevuto le prime istruzioni ermetiche e da altre personalità che sono restate volutamente nell’ombra. Il legame strettissimo che ha connesso l’esperienza di Ur con la Myriam è tangibilmente dimostrabile secondo due direzioni di indagini, che investigheremo qui brevemente.

La prima direzione si esprime nella variante documentale e cioè da ciò che risulta dagli scritti propri ai protagonisti. Se personaggi come Arturo Reghini, Giulio Parise ed Aniceto Del Massa, in articoli ed epistolari privati hanno esplicitato non un vago interessamento per gli insegnamenti magici del Kremmerz, ma addirittura una vicinanza che in alcune casi (come quello di Reghini e di Del Massa) sfociò in un’adesione alla Myriam, Evola fu ancora più esplicito. Se la documentazione pubblicata sull’ultima edizione de Il Cammino del Cinabro, inerente gli appunti operativi sull’ermetismo di Evola, si sommano le due espressioni che egli inserisce nella presentazione della sintesi della dottrina kremmerziana in Krur 1929, il quadro diviene molto chiaro ed esauriente, non essendoci per Evola, a differenza di Reghini, alcuna prova che egli fosse stato iniziato nelle accademie myriamiche: si ha documentalmente, nonostante tutto, la prova contraria, di una fortissima contiguità non sfociata in un’ammissione. Nella suddetta introduzione a Kremmerz, Evola non solo riferisce della presenza in Ur di più collaboratori di estrazione myriamica – quindi, non solo Quadrelli, ma forse personalità legate agli pseudonimi Primo Sole e Nilius -, ma esplicita chiaramente il suo pensiero in merito alla Scuola del maestro napoletano: “…è da considerarsi come la più seria e la più competente fra quante oggi coltivino in Italia gli studi ermetici, nella dottrina e nella prassi” (Avviamento alla Magia secondo Giuliano Kremmerz, op. cit., p. 225).

La seconda direzione di indagine si esplicita nella stessa visione magica che Evola manifesta nei suoi vari contributi alle monografie di Ur, in continuità con quell’idealismo magico che si era già espresso nei suoi scritti giovanili e filosofici. L’Alta Magia o Teurgia si qualifica essere una realizzazione intensiva, quale completa distruzione di ogni esterno supporto alla propria esistenza, sia esso di natura emozionale, fideistica o anche spiritualistica e tradizionalista. E’ lo sciogliersi di ogni inutile speculazione, di ogni attaccamento mistico o culturale, è la prova che svela la presenza del Dominus, che si palesa nella sua autentica nudità, senza travestimento alcuno. In tale palingenesi vi è la misura della nostra Forza, investendoci di nera paura, disvelando gli eroici sopravvissuti al fuoco di una realtà interna e vivente: “Dal punto di vista iniziatico conoscere non significa <<pensare>>, ma essere l’oggetto conosciuto. Una cosa non la si conosce realmente finché non la si realizza, il che vale quanto dire: finché la coscienza non possa trasformar visi” (EA, Sul carattere della conoscenza iniziatica, in Introduzione alla Magia, vol. 1, Edizioni Mediterranee Roma, p. 34).

Il fondamento eroico di tale esperienza intensiva è la marzialità, non intesa in senso dogmatico e religioso, ma come riscoperta attiva del Potere Uranico che pervade il Tutto e su cui il Mago aristocraticamente domina: è la fluidità ermetica che il Fuoco fissa per la trasmutazione, ma che presuppone uno slancio eroico, presupponente un’impersonalità nel rapporto, un magnetismo che si manifesti per se stesso e non come soddisfacimento delle proprie mondane aspirazioni. Nell’Evola di Ur l’educazione magica non serve a costruire sovrastrutture mentali, pregiudizi moralistici o renderci presentabili alla buona società, ma ad aprire in noi stessi un varco verso quella dimensione interiore che è dimensione di Luce e di poteri latenti, di possibilità che attendono di essere realizzate, di un Signore che può e deve riprendere il controllo del proprio regno, quindi la propria anima ed il proprio corpo:” non esistono né cose, né uomini, né ipostasi di <<dèi>> – ma poteri – e la vita è una vicenda eroica di ogni istante, fatta di simboli, di illuminazioni, di comandi, di azioni rituali e sacrificali “ (EA, Sulla visone magica della vita, in Introduzione alla Magia, vol. 1, op. cit., p. 174).

Questo è il sentiero che conduce il magista di Ur verso una padronanza secca e solare, temprandolo, formandolo per le successive prove iniziatiche, questo è il sentiero che spesso viene scambiato erroneamente per devozionalità, essendone completamente di natura opposta, rinunciando all’attività della propria anima razionale per assurgere a maggiore Libertà, quella dimensione incondizionata che non conosce preghiere, idoli né miti. L’Autarca, il dominatore di sé che uccide il proprio Maestro, è il simbolo alto del superamento dell’eteronomia che lo legava all’insegnamento, ma anche della dualità del manifestato a cui era umanamente incatenato, avendolo assunto completamento in sé, essendo divenuto Uno con esso.

Non è casuale, infine, che in Krur 1929, Evola ed i suoi collaboratori abbiano inserito, nell’ambito della raccolta delle massime di Plotino, il seguente commento: ”Il superamento dell’attitudine religiosa … è inutile perder tempo in cerimoniali ridicoli, in vuote psicotecniche, in pessimi surrogati della religione … Bisogna creare in sé una qualità, per la quale le potenze soprasensibili (gli Dei) siano costrette a venire come femmine attratte dal maschio” (Plotino – Massime di Saggezza Pagana, in KRUR 1929, op. cit., p. 129).

Luca Valentini

Leggi il primo, il secondo e il terzo capitolo dello speciale sul Gruppo di Ur

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