Home » Svenditalia: l’acciaio italiano alle multinazionali straniere, rischio licenziamenti a Piombino

Svenditalia: l’acciaio italiano alle multinazionali straniere, rischio licenziamenti a Piombino

by Salvatore Recupero
0 commento

Piombino, 23 mar – L’acciaio italiano continua ad essere in mano agli stranieri. Multinazionali provenienti da ogni parte del globo decidono le sorti della nostra siderurgia, senza che i governi facciano sentire la loro voce.  Ormai, anche i sindacati si sono arresi. I metalmeccanici di Fim, Fiom, Uilm, ormai disillusi dall’imprenditore algerino Issad Rebrab, puntano le loro carte sul gruppo indiano Jindal.

In questi giorni il polo di Piombino è nell’occhio del ciclone. Nella città toscana la sorte di più di duemiladuecento lavoratori è appesa ad un filo. Eppure tre anni or sono il premier Matteo Renzi aveva fatto grandi promesse agli operai piombinesi. L’asso nella manica del giovane statista si chiamava: “Disciplina degli interventi per la riqualificazione e la riconversione del polo industriale di Piombino”. In pratica era un accordo di programma firmato a Roma dal presidente della Regione Toscana con la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dello sviluppo economico, il Ministero della Difesa, il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, il Ministero dell’Ambiente, il Ministero del lavoro e politiche sociali. Grazie a questo patto a Piombino tra il polo siderurgico e il porto sarebbero arrivati 252 milioni. Veniva, infine, sancito “l’impegno complessivo di tutti i soggetti a fare di Piombino un polo siderurgico fra i più competitivi ed ecologici d’Europa”. Nel 2014, inoltre, l’imprenditore algerino Issad Rebrab (gruppo Cevital) si presentò con un piano industriale da un miliardo di euro che prevedeva il rilancio dell’acciaieria ex-Lucchini e una diversificazione nell’agroindustriale e nella logistica.

La narrazione renziana doveva concludersi con il classico happy end.  Le cose, però, sono andate diversamente. Dopo tre anni la situazione è più incandescente che mai. Tutto è bloccato. I soldi che dovevano piovere sì come manna dal cielo, non si sono visti. Gli operai, vivono grazie agli ammortizzatori sociali. In fabbrica, dunque, non c’è lavoro.

La palla passa ora al ministro dello Sviluppo Economico, ovvero Carlo Calenda. E qui vengono le dolenti note. Infatti, in nome del dogma del libero mercato, Calenda si limita a fare da arbitro nella disputa tra le varie multinazionali straniere. Lunedì ventisette marzo il ministro si incontrerà il ceo di Cevital, Said Benikene e, possibilmente, lo stesso Rebrab per avere un nuovo piano industriale con relativo crono-programma degli impegni. Poi come si è già detto, se fallisse la pista algerina si può puntare sugli indiani di Jindal, una discesa in campo di questi ultimi si realizzerebbe o in solitaria o in partnership con Rebrab (lasciando in questo caso all’algerino il versante della diversificazione). A fare da sfondo l’operazione Ilva, una partita che gli indiani stanno giocando contro la cordata targata Arcelor Mittal e che solo in caso di aggiudicazione del gruppo ex-Riva farebbe scattare sinergie con i laminatoi di Piombino. Il destino di questo settore strategico è in mano agli stranieri.

Eppure l’intervento diretto dello stato ha coinciso con i periodi più floridi per la nostra siderurgia. Per esempio nel 1936, lo stabilimento di Piombino passò sotto il controllo dell’Iri. L’anno seguente per gestire gli stabilimenti siderurgici acquisiti dall’Iri fu creata la Finsider. Sotto la nuova gestione e sotto l’indirizzo di importanti tecnici come Agostino Rocca ed Oscar Sinigaglia riprese l’interesse verso gli impianti a ciclo integrale e quello di Piombino attirò importanti finanziamenti tesi a ristrutturarlo e ad ampliarne la capacità produttiva. Seguendo questo stesso scema si riuscì ad uscire dalla crisi determinata dall’infausta sorte del secondo conflitto mondiale.

Nel 1961 con l’accorpamento di varie realtà siderurgiche nascerà l’Italsider. Il nuovo gruppo fabbrica il 55% della produzione nazionale di acciaio, l’80% di ghisa e il 56% di laminati. Un monopolio che portò ad una importante innovazione tecnologica.  Un settore come quello siderurgico ha bisogno di grandi gruppi e di economie di scala che consentano un continuo sviluppo. Se lo stato è latitante arrivano le multinazionali che naturalmente cercano di incrementare i loro profitti senza nessun riguardo per il territorio in cui operano. Quanto detto è facilmente dimostrabile. Basterà osservare che la crisi della siderurgia italiana inizia nei primi anni novanta con lo smantellamento dell’Iri. Purtroppo, però, i dogmi neoliberisti continuano ad essere l’oppio delle nazioni.

 Salvatore Recupero

You may also like

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati