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Roma, 16 mar – Tanto, tantissimo petrolio, pochissima finanza e molta energia verde strizzando l’occhio alla cosiddetta green economy. Non è sempre vero che il proprietario delle diligenze contrasterà l’avvento del treno. O almeno non lo è nel caso di Eni, che con il nuovo piano industriale si dimostra capace di percorrere due strade contemporaneamente, riuscendo ad integrare alla perfezione la propria storia con le sfide del futuro.
Non è una novità per il cane a sei zampe. Già nel recente passato, mentre i suoi principali concorrenti internazionali cercavano di compensare con tanta “carta” il calo dei proventi dal classico barile, Eni spingeva forte sull’esplorazione, con storiche scoperte dal Mozambico all’Egitto. E così sarà anche in futuro, visto che il piano 2018-2021 prevede 32 miliardi di euro di investimenti per far crescere la produzione di idrocarburi del 3,5% l’anno (ma già nel 2018 l’obiettivo sarà superato): “Negli ultimi quattro anni, in uno scenario di prezzi bassi, abbiamo scoperto 4,4 miliardi di barili e abbiamo aumentato in maniera considerevole le nostre licenze esplorative di beni di ben tre volte rispetto al 2013, e siamo pronti ad aprire la nuova campagna esplorativa”, ha spiegato l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi.
L’ad ha parlato di “una nuova fase di espansione industriale e di forte crescita”, trainata dal petrolio ma non solo. Dei 32 miliardi messi sul piatto, infatti, 1,8 andranno allo sviluppo dei business green, dalla raffinazione alla chimica, passando per le nuove fonti non fossili come l’avveniristico nucleare da fusione, progetto nel quale la società fondata da Enrico Mattei è entrata pochi giorni fa con un investimento da 50 milioni di dollari per sviluppare il reattore che promette di ribaltare tutti di paradigmi energetici. Un’altra rivoluzione che Eni non vuole perdere.
Filippo Burla

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