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telecom privatizzRoma, 4 dic – “E’ stato un errore della mia parte politica aver privatizzato la rete telefonica vent’anni fa, un gravissimo errore che stiamo ancora scontando in termini di ritardi“. Parola del governo Renzi, tramite il sottosegretario allo sviluppo economico Giacomelli, politico toscano di lungo corso, passato tra le fila dell’Ulivo, della Margherita e infine approdato al Pd dove, fra gli altri, ha ricoperto il ruolo di membro dell’esecutivo nazionale.

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Il contrordine è chiaro e, anche se in un regime di concorrenza la rete di telecomunicazioni e l’azienda che la gestisce possono non essere esattamente la stessa cosa, la memoria corre subito a una delle più vergognose pagine di politica economica del nostro Paese, la privatizzazione di Telecom Italia: era infatti il 1997 quando il Governo Prodi si liberò della quota di controllo di uno dei più importanti operatori mondiali di tlc (il 35,26% di Telecom era infatti nelle mani del Ministero del Tesoro). Da quel momento si alterneranno alla guida del colosso alcuni dei volti più noti del capitalismo italiano, che rispondono ai nomi di Colaninno e Tronchetti Provera per esempio. I “capitani coraggiosi” di Prodi e D’Alema, che hanno successivamente lasciato Telecom e la rete in rame agli spagnoli di Telefonica, per giunta con oltre 30 miliardi di debito (per loro l’operazione fu ben più redditizia ovviamente). Oggi Telecom Italia è invece in mani francesi, con la quota di Vivendi che è si avvicina sempre più al 25%, fette di mercato in perenne discesa rispetto i concorrenti e un nuovo amministratore delegato, Flavio Cattaneo (ex direttore generale Rai e ad di Terna sotto i governi Berlusconi), che si sta distinguendo per una rigidità senza precedenti nel contenimento dei costi e nella gestione dei rapporti con gli oltre 55.000 dipendenti.

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Ma torniamo alla rete, la cui privatizzazione fu effettivamente un disastro, soprattutto se consideriamo l’attuale penetrazione della banda ultralarga nel nostro Paese. Siamo a livelli da terzo mondo, con appena il 26% della popolazione che ha accesso a connessioni a 30 Mbps, contro la media europea del 68%. Quella larga di banda (fra i 2 e i 20 Mbps), dove raggiungiamo appena il continente, è ormai roba da preistoria, che difficilmente riesce a farci vedere un video in hd senza interruzioni. E se è vero che la digitalizzazione dell’economia è una tendenza ormai assodata (dal commercio ai servizi, fino ai rapporti con la pubblica amministrazione), la gestione recente delle tlc nel nostro Paese assume contorni tragicomici: chi ha potuto pensare che dei privati, per giunta stranieri, potessero impegnarsi adeguatamente in un settore caratterizzato dalla necessità di investimenti giganteschi, spesso ritenuti superati nel giro di pochi anni e con tempi di recupero molto elevati? La sinistra ovviamente, come ci ha ricordato il sottosegretario del governo Renzi durante un evento tenuto lo scorso venerdì a Firenze.

Oggi si prova a correre ai ripari, utilizzando circa quattro miliardi di fondi europei per costruire un’infrastruttura pubblica in grado di assicurare prestazioni fra i 30 e i 100 Mbps. Ma solo nelle aree cosiddette “a fallimento di mercato”, 7.300 comuni italiani su un totale di 8.000, dove i privati non hanno tuttora interesse a fornire un servizio ormai considerato indispensabile (visti i costi elevati o la ridotta presenza di potenziali clienti). Per i liberisti dovremmo essere al capolinea: in più del 90% dei comuni, per portare una connessione internet decente c’è bisogno dello Stato. A oggi sarebbe del resto difficile fare meglio, avere un’azienda sotto il controllo pubblico ad esempio, assicurargli il mercato necessario a garantire l’innovazione (nel 1990 a Roma Telecom gestiva un centro di ricerca con 500 persone) e l’occupazione, riuscire a competere con gli altri grandi operatori europei (anche sul fronte dei prezzi e sfruttando una volta tanto a nostro vantaggio il mercato unico) sarebbe considerata un’utopia. Come la concorrenza perfetta del resto.

Armando Haller

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3 Commenti

  1. Proprio merito dei post comunisti che hanno permesso una simile rapina ai danni dello stato e una scellerata pianificazione di un settore strategico per il paese in materia di sicurezza nazionale e di uno scarso servizio per buona parte dei cittadini a vantaggio di multinazionali straniere.

  2. Però gli amici pseudo imprenditori dei vari D’Alema e prodi sono stati ampiamente accontentati. Ladri di merda

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