Roma, 17 giu – È iniziato un altro Mondiale, il quinto in assoluto senza l’Italia, assente per la terza volta consecutiva. Ovviamente, almeno per noi, non è la stessa cosa e il pathos suscitato a queste latitudini dalla kermesse iridata risulta notevolmente depotenziato. Ragioni spicce di tifo, che nel calcio – a differenza di tanti altri contesti – sono sempre cosa buona e giusta. Eppure vale la pena parlarne, quantomeno perché l’edizione nordamericana sembra legarsi sempre di più alla nuova parola-forza della politica italiana ed europea. Il concetto di remigrazione d’altronde ha recentemente fatto scomodare pure Papa Leone XIV.
Repubblica per la Remigrazione?
Come già fatto notare su queste pagine, tutti in tal senso hanno dovuto (ri)posizionarsi. C’è chi, come il vicario di Cristo su questa terra, ha respinto in toto la questione e chi sta già cercando di edulcorarla in salsa moderata – tra gli altri il Ministro degli Interni Matteo Piantedosi.
Ma sull’onda del grande successo della manifestazione organizzata sabato scorso dal Comitato ReR qualcuno – in maniera decisamente inaspettata, va detto – si è schierato, quantomeno culturalmente, dalla parte della proposta di legge che a breve arriverà davanti al legislatore. Titolavano un paio di giorni fa i tipi di Repubblica (sì, avete letto bene): “Il primato del Marocco, bravo nel riprendersi suoi figli: undici leoni, tutti oriundi”.
Che si tratti di assist o di autogol, poco importa. Letteralmente, la miglior pubblicità possibile alla Remigrazione declinata in ottica calcistica. Contro il Brasile, nella prima partita del Gruppo C, la selezione nordafrica – quarta classificata nel 2022 – nella ripresa si è ritrovata in campo con undici calciatori nati al di fuori dei confini nazionali. Non era mai successo: ad ogni modo sono quasi trecento, circa un quarto del totale, gli atleti presenti al Mondiale venuti alla luce in una Nazione diversa da quella che oggi rappresentano. È il nostro modello di riferimento? No, ovviamente: ma è un dato reale con il quale dobbiamo confrontarci.
Il bug della caciara multietnica
Anche Il Foglio, in un articolo nel quale Vannacci e i Maga vengono tirati per la giacca ma dalla parte sbagliata, ha analizzato il caso marocchino. Pure Francia-Senegal, partita disputata ieri sera, può avere simili chiavi di lettura. Certo, i galletti sono ormai da anni l’icona sportiva preferita della sinistra. Tra i Leoni della Teranga però sono dieci gli atleti nati proprio nell’Hexagone. E che hanno fatto un ragionamento diverso rispetto a chi ha deciso di rappresentare la selezione europea.
Ma sarebbe riduttivo – e sinceramente fuorviante – pensare che si tratti solamente di seconde scelte, non obbligate ma dettate da “protagonismo” o dal volersi ritagliare quel quarto d’ora di celebrità di warholiana memoria (la vetrina del Mondiale d’altronde è sempre la vetrina del Mondiale). Nella trafficatissima caciara multietnica dei nazionali-per-ius-soli si è però creato un bug che ha lasciato un vuoto, colmato dal richiamo identitario della terra “dei padri”.
Non solo scelte di comodo
I casi di calciatori di primissimo livello iniziano ad essere tanti. Dal marocchino Achraf Hakimi, miglior terzino destro di questa generazione che in passato il Real Madrid provò a convincere a optare per la Spagna, ai senegalesi Kalidou Koulibaly e Ibrahim Mbaye (il 2008 del Psg è andato subito in gol). E poi l’algerino Riyad Mahrez, i turchi di Germania Hakan Calhanoglu e Kenan Yildiz. Per assurdo persino la stella norvegese Erling Haaland avrebbe potuto scegliere, documenti alla mano, la nazionale inglese – e il “Viking blood” postato su Instagram è una precisa dichiarazione d’intenti.
Intervistato dalla Gazzetta dello Sport, vanno in questa direzione anche le parole di Graham James Arnold. L’australiano, commissario tecnico dell’Iraq, ha nove atleti nati in Europa: tra questi l’attaccante Marko Farji da Grimstad (Norvegia), attualmente in forza al Venezia. Spiega il selezionatore: “Ha un amore viscerale per l’Iraq. Ecco, questa è una cosa bellissima: la passione di chi è nato in Europa per la bandiera, il Paese, la nazionale. Il desiderio di far felici genitori, nonni, parenti è un motore potentissimo. Non c’è bisogno di motivarli, non vengono a giocare, sono in missione per riempire d’orgoglio le famiglie d’origine“.
La Remigrazione dalle piazze si appresta ad entrare in Parlamento. Intanto è stata convocata al Mondiale nordamericano. Non di certo per fare la comparsa.
Marco Battistini