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Un “premierato” inutile

by Daniele Trabucco
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premierato meloni

Roma, 3 dic –  Parte da Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica, l’iter del disegno di legge costituzionale di iniziativa governativa (A.S. n. 935) inerente al c.d. “premierato”, la “madre di tutte le riforme” secondo quanto dichiarato in conferenza stampa dall’On. Giorgia Meloni.

Il premierato di Meloni si avvicina

Com’è noto, la proposta di riforma non attribuisce nuovi poteri in capo al Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore (come in un “premierato forte” sul modello inglese), prevedendone solo l’elezione a suffraggio universale e diretto da parte del corpo elettorale per un periodo di tempo pari a cinque anni. Ci troviamo di fronte ad un disegno di revisione costituzionale che, in realtà, non tocca in alcun modo la principale (sebbene non l’unica) criticità della forma di Governo parlamentare italiana, ossia la stabilità dell’Esecutivo e l’efficacia della sua azione. Del resto, la legge ordinaria dello Stato 03 novembre 2017, n. 165 (c.d. “Rosatellum bis”), che ha introdotto nel nostro ordinamento un sistema elettorale di tipo misto (37% dei seggi assegnati con metodo maggioritario a turno unico in collegi uninominali ed il restante 61% con metodo proporzionale cui si aggiunge il 2% dei seggi destinati al voto degli italiani residenti all’estero sempre con criterio proporzionale), ha assegnato, a seguito delle elezioni politiche del settembre 2022, una chiara maggioranza parlamentare al centro/destra per cui il potere del Presidente della Repubblica di incaricare la “leader” di Fratelli d’Italia per la formazione del nuovo Governo aveva ben pochi margini di discrezionalità. Ora, la proposta dell’Esecutivo (non nuova in quanto risalente già a Mario Segni) non solo non esiste in alcuna altra parte del mondo (Israele la aveva introdotta nel 1996 per poi abrogarla nel 2002 visti i risultati prodotti), ma non costuisce neppure una risposta concreta al problema di cui si è detto in precedenza.

La solidità governativa

Siamo così sicuri che l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri e lo spauracchio dello scioglimento anticipato dei due rami del Parlamento italiano secondo le “tempistiche” del disegno di legge costituzionale siano idonee a garantire solidità al Governo e compattezza alla maggioranza che lo sostiene? La risposta è negativa. Infatti, il rischio, come ha evidenziato una parte della dottrina costituzionalistica (Bin), è che lo “spauracchio” del voto possa aumentare la competizione tra i “leaders” per coagulare attorno a sè nuovi “adepti” con l’orizzonte o di implementare il peso della propria forza politica o addirittura essere eletti Presidenti del Consiglio dei Ministri. Basta vedere la competizione “silente” tra la Lega “sovranista” e Fratelli d’Italia su temi delicati quali il regionalismo differenziato, l’immigrazione, i rapporti con l’Unione Europea, le grandi opere etc. con la prima che cerca di recuperare “a destra” le autostrade abbandonate dall’attuale partito di maggioranza relativa. A questo si aggiunga che “la madre di tutte le riforme” manca di una prospettiva “olistica” del sistema parlamentare. Come si fa, mentre si discute il disegno di legge “Calderoli” sull’attuazione del comma 3 dell’art. 116 della Costituzione repubblicana vigente concernente il c.d. “regionalismo differenziato o a geometria variabile”, a non pensare minimamente al ruolo della seconda Camera e al complessivo sistema delle autonomie locali territoriali o al superamento delle “materie” per distribuire le competenze sul piano legislativo tra Stato e Regioni? Una cosa è certa: la “madre di tutte le riforme” ha partorito un topolino.

Daniele Trabucco

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