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Lisbona, 14 gen – Nel mio call center si entra solo con l’impronta digitale e mai prima di essere stati assunti. Dopo aver riconosciuto il polpastrello, la porta color cera – al quarto piano dell’edificio – si sblocca. In quell’attimo, penso a quanto mi fu più semplice accedere ai luoghi presidiati delle Parigi e Berlino post attentati. Mi chiedo cosa nasconda un luogo così impenetrabile.
Apro. Sono in una sala piena di gente, grande come un campo da calcio. Mi investe una baraonda plurilingue: è una massa gesticolante di assistenti alla clientela. Centinaia di umani – fra i 20 e i 40 anni – siedono, divisi da paratie di plastica bianca che li barricano su tre lati. Schierati in bancate parallele, armati di cuffie, microfoni e telefoni, sono chini sui computer. Tanfo di chiuso, piedi e sudore ovunque. Le pareti sono di color neve e cielo. Le finestre sono coperte da tende. In alto, bandierine variopinte, cuori, scritte “Love” e file di neon accesi. Eppure, fuori da questo mondo invalicabile splende il sole.
Sono stato assoldato in uno degli innumerevoli call center di Lisbona, capitale europea, con Dublino, del settore. Tre settimane di formazione e finirò nella mischia.
Ventinove anni, viaggio, in cerca di impiego, da due. Ho cinque lingue nel bagaglio e studi di Lettere non terminati. Sono uno dei tanti italiani disoccupati, salpati con la speranza della fortuna. I bisnonni del Paese – durante le grandi fughe dello scorso secolo – attraccavano in porti dalle economie neonate o solide. Comunque, in crescita. La mia generazione senza impiego, invece, si disperde verso Stati dell’Unione Europea – Portogallo e Irlanda, su tutti – scampati alla bancarotta, solo grazie al sussidio interessato della Troika: Commissione europea, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale. Nazioni indebitate fino al collo. Tutti ti dicono, però, che vi trovi subito lavoro.
La storia comincia a Montpellier, dove cerco e non trovo lavoro. Un giorno, squilla il telefono. All’altro capo del filo, una voce suadente. E’ il reclutatore. Si dice dipendente di una azienda statunitense, con ramo a Lisbona. Più di 75.000 lavoratori, di cui, quasi duemila, lì. Apprendo che un amico – impiegato nell’impresa – vi inoltrò il mio curriculum a mia insaputa.
L’uomo è molto formale. “Ci occupiamo di turismo – spiega – e lei è perfetto per il mercato italiano e quello inglese. Diamo assistenza clienti a un sito internet di affitti”. Del quale, però, non fa il nome. Evoca crescite professionali, premi retributivi, rimborsi biglietti, aiuti per trovare alloggio, sussidi mensili per la locazione. Sottolinea, a più riprese, la libertà d’espressione e l’ambiente multiculturale. Parole-chiave, che, oggi, spalancano anche le porte più sospettose.
Chiede disponibilità sette su sette, garantendo un giorno di riposo ogni cinque e due fine settimana liberi il mese. Non parla mai di call center. Sarà l’amico a chiarirmi tutto. “L’azienda offre il servizio a tre multinazionali americane, che si occupano di affitti, informatica, produzione di foto e videocamere. Il lavoro è di call center o back office”.
Risento la voce del Reclutatore. Nessun accenno al mensile netto. Parla di “800 euro lordi”. Sbandiera, poi: “Contratto a tempo indeterminato, ma solo dopo sei anni”. Non capisco. Lavorerò per un potentato economico statunitense, cliente di un altro – sempre statunitense – ma, a Lisbona. Perché questo intreccio? Non obietto e mi limito ad ascoltare.
L’uomo dipinge una città-paradiso: “Rinascita economica, costi bassi, offerta culturale, melting pot, clima magnifico”. Non nomina mai l’espressione “call center”. Ripete: “Assistenza clienti”. Il preaccordo recita: “Advisor”.
Malgrado tutto, accetto.
Arrivo nella capitale in un tramonto zafferano di inizio marzo. Gli aerei volano a filo dei palazzi: il rombo sulla città millenaria è continuo e intollerabile. L’invasione di turisti del “tutto compreso” è il prezzo della “rinascita”.
La mattina mi fiondo nell’ufficio del Reclutatore, al sesto e penultimo piano di un parallelepipedo in costruzione, tutto finestre e plastica colorata, che si illumina la notte. E’ solo la seconda filiale in città. Dentro: corridoi, stanze di muri e vetri insonorizzati. Soffitti bassi, porte rivestite di sughero, finestroni, manifesti di giovani sorridenti e la scritta: “People-first”. “La gente prima di tutto”.
Non hanno ancora svelato il luogo dove lavoreremo. Qui non scegli: sei scelto. Di ufficio in ufficio, infatti, mi spediscono dall’agente che trova alloggio ai nuovi assunti. Tutto l’aiuto è consigliarmi due siti elettronici, ma non quello dell’impresa-cliente a cui presterò servizio. Mi chiedo: “Come mai?”. Sto entrando in un gioco di scatole cinesi.
Alla formazione siamo 23. Italiani, francesi, portoghesi, spagnoli, inglesi.
Tonda, sulla quarantina, vestito rassicurante, da montanara svizzera. Appare la Seduttrice, incaricata di presentare l’azienda. “Se ve ne andate prima di sei mesi – racconta – detraiamo fino a 438 euro dall’ultimo stipendio”. Il prezzo dell’apprendistato. E’ il modo per frenare l’emorragia, malattia cronica dei centri chiamate. Una collega: “Quanto posso crescere?”. Lei: “Può diventare presidente”. Il morale è altissimo.
Tratteremo transazioni, numeri di telefono, indirizzi. “Lavorerete nella stanza del quarto piano e, da là – ci avverte la Seduttrice – nulla dovrà trapelare di quanto accade”. Sembra parli di un segreto investigativo. Sono vietati telefonini, fogli, penne, matite, cibo. Ma, sottolinea: “Licenziamo solo in caso d’illeciti”.
Siamo, quindi, oltre: abbiamo superato una linea rossa.
L’incontro successivo è con un uomo magro come un chiodo, dai capelli pece. Il Formatore.
L’addestramento, in inglese, è un’immersione totale nella psicologia degli utenti. Riceveremo telefonate e ne faremo. “Chiamate più che potete: i clienti si ammansiscono”, raccomanda. “Finita una conversazione – aggiunge – avrete sette minuti e mezzo per risolvere il problema”. Poi, di nuovo, in “ready”. E’ una parola-chiave interna, che equivale a un perenne stato d’allerta. Nessuno ha ancora nominato il call center.
Firmiamo i contratti. Subito dopo, ci comunicano che i premi mensili diminuiranno di 20 euro. La circostanza fa emergere malumori celati. Alcuni colleghi lamentano che i reclutatori garantirono loro quel lavoro di back office, che non abbisogna di telefono. A Domenico per esempio, trentatreenne campano, fu assicurata la partecipazione a un progetto informatico. Non avrà nulla di ciò. E’ senza impiego da tre anni e, per 10, fu contabile di una ditta, poi fallita. In Italia, deve mantenere due gemellini. Dice: “Sono disgustato e andrei via, ma, a casa, mi aspetta solo la disoccupazione”. In cinque mesi perderà 10 chili a causa dello stress. Infine, esasperato, volerà dai figli.
Terminata la formazione, rimaniamo in 15. Ricevuto l’orario mensile, molti di noi scoprono di non avere i due fine settimana promessi. Alcuni team leader, addirittura, si accorgono di percepire lo stesso stipendio della ciurma. Motivo? “I 100 euro in più, per scatto di crescita, sono pagati dopo tre mesi”. “Protestate”, esorta il mio capogruppo. I reclami sono ignorati.
Si svela, così, lo stanzone del quarto piano. “Sembra una gabbia piena di criceti soli”, mi fa notare un collega spagnolo. “Guardali – sussurra – corrono come matti nella ruota, per alimentare la grande macchina”.
Si comincia. “Buon giorno, mi chiamo Igor. Le rispondo dal Portogallo. Come potrei aiutarla?”. Giù, a farmi insultare, 40 ore la settimana, da locatari gabbati da truffe informatiche o rimasti per strada. Eccolo, il mio lavoro.
Guadagno 640 euro netti il mese, festivi e serali compresi. Il più delle volte le buste paga sono sbagliate e, sempre, per difetto. Ho una tessera mensile da 150 euro, circa, spendibile in supermercati e ristoranti. Intanto, a Lisbona, i prezzi lievitano: non posso permettermi nemmeno un monolocale. Gli squali del capitale, tutti stranieri, rosicano il Paese, pezzo dopo pezzo. Gli abitanti della città degli azulejo, ridotti, anni fa, alla fame, svendono loro locali, appartamenti ed edifici interi, che divengono luoghi di turismo o filiali dei grandi gruppi finanziari internazionali. Come entrano, quindi, i soldi lasciano subito il Portogallo.
Lo Stato scompare. L’identità, pure.
E’ chiaro: siamo stati accalappiati con una farsa. Il Grande fratello non bada alla qualità, ma al numero di problemi risolti. “Rimborso chi mi sta più simpatico”, ridacchia Giorgia, barese, 23 anni, una delle “più efficienti”. Dice si rifarsi, almeno così, del bidone.
Una farsa anche le regole annunciate prima dell’assunzione. Nell’arena, tutto permesso. Telefonini, cibo, penne, quaderni. Colleghi in ciabatte da mare, calze, a piedi nudi. Piercing, tatuaggi, creste, capelli colorati, vestiti cortissimi, maschi truccati e vestiti dell’indumento chiamato pantagonna. La libertà di espressione è un trucco, che argina la nostra fuga. Lo capirò solo dopo.
“Il terreno più fertile per le oligarchie finanziarie internazionali, le così dette multinazionali – mi illustra un collega milanese, dottore commercialista – è la disoccupazione di massa”. Accadde anche in Grecia, Cipro e Irlanda. Guarda caso, i nostri trainer si formano a Dublino. “La Troika – racconta – dà carta bianca ai potentati economici stranieri, i quali vi seminano filiali, riducendo, grazie agli sgravi fiscali e al basso prezzo della manodopera, i costi di produzione”. I grandi gruppi finanziari privati internazionali fanno, così, soldi a palate.
Ecco spiegati i sei anni di contratto: se il Portogallo non sarà più spolpabile, si cambierà meta. Quanto a noi, li seguiremo o resteremo senza impiego. “I portoghesi – osserva il professionista – sono contenti, perché, grazie alle élite parassitarie, lavorano. E’ una pacchia a termine, ma non lo capiscono”.
La quantità di italiani laureati è enorme, come in tutti gli innumerevoli call center di Lisbona. Lingue straniere e moderne, Storia, Comunicazione, Architettura e Giurisprudenza, nel tritacarne dei centri chiamate. Ogni giorno vedo gente scappare, dopo aver prosciugato il conto bancario, per non farsi detrarre la penale. Altri, dottori, muniti di diploma di laurea, spacciano droga, nello stanzone, per arrivare a fine mese. Un collega spagnolo si ammazza, gettandosi dal settimo piano dell’azienda. L’impresa proibisce che se ne parli.
Mi lamento. “Ringrazia che lavori”, ribatte un livornese, anni 35, ex professore precario di Lettere. “Detesto questo impiego, ma, in Sicilia, avevo solo contratti occasionali – asserisce Elena, ventisettenne di Palermo -. Qua è pieno di giovani, la birra costa un euro ed è permesso fumare canne”. E’ laureata in Architettura e fa la modella nel tempo libero.
Taglia da orso, occhiali tondi, calvo, anni 32. Alessandro è un altro architetto. “Un giorno – dice il bergamasco – mi volterò, sapendo di aver buttato la vita, ma l’Italia mi ha tolto la forza di lottare”.
Sento colleghi francesi ripetere: “Mon Pays”, “Il mio Paese”. Noi italiani non nominiamo la nostra nazione. Ci voltiamo altrove, mendicando briciole. L’amor patrio? “E’ un’espressione fascista”, taglia Valentina, venticinquenne, di Pescara, laureata in Lingue e letterature straniere. La sua terra, però, le “manca terribilmente”.
Ricordo a Lucia – anni 27, dottoressa in Giurisprudenza – che l’ex presidente del consiglio dei ministri, Mario Monti, dichiarò che l’Italia rischiò di saltare, “tipo Grecia”. La siciliana fa: “Nella vita contano sole e mare; qua li ho e sopravvivo”.
Proprio questa schiera di connazionali scolarizzati, dottori dalle braccia conserte, mi fa serrare i pugni, infondendomi fuoco ardente negli occhi. No, io non ci sto. Non mi rassegno. Ho deciso di lottare nel mio Paese, lottare malgrado la mia generazione vivacchi nel torpore e, quella precedente, abbia svenduto lo Stato.
Non invecchierò tenendo in mano una cornetta, mentre spartisco un appartamento con cinque sconosciuti, a 2.500 chilometri dall’Italia. La mia Italia.
Igor Buric



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2 Commenti

  1. Ha descritto benissimo il lavoro nei call center e in Portogallo dove ho lavorato anche io per un periodo e confermo tutto, molto triste lavorare sotto pagati e non capisco perchè sia sempre peggio, anche se penso che sia per il fatto che siamo in troppi per il numero di posti di lavoro disponibili, nonostante lo stato incentivi a fare figli per avere poi più persone da tassare per pagare poi pensioni e altre cose. Con l’automazione sempre meno saranno i posti disponibili e si deve scappare nei paesi più poveri del nostro per uno stipendio da fame, un affitto a Lisbona per una stanza non si trova sotto i 350 euro senza contratto ovviamente. Stipendi uguale dove vai sui 600 euro circa al mese di media, possono anche essere 700 se hai fortuna.
    Mi piacerebbe scambiare 4 chiacchiere con chi ha scritto l’articolo, illuminante.

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