Roma, 8 nov – Sulle tattiche delle Ong probabilmente si potrebbe scrivere un libro. Strategie ormai rodate per mettere a cuccia un qualsiasi governo non troppo incline a collaborare.

Tattiche Ong, dal vittimismo generale agli scioperi della fame

Si parte, di solito, con il dato “statistico”: “Ci sono 100, 200, 300 minori non accompagnati a bordo!”, “Ci sono 100, 200, 300 donne!”. I numeri, ovviamente, sono sparati a caso, e i virgolettati puramente esemplificativi. Fatto sta che anche la nave Ong “del momento”, la Humanity 1, ha iniziato così: “Ci sono 100 minori non accompagnati!” (e questa volta la dichiarazione è vera). Dagli sbarchi effettuati e dai riscontri, però, se ne vedono molti pochi, di questi minori. A prescindere dalla stramberia del dato, contrastante con il fatto che molti di questi viaggiatori paghino cifre iperboliche per farsi traghettare prima dagli scafisti – e poi dalle Ong – sulle coste italiane, dunque non si capisce da dove questi “minori” abbiano trovato le risorse economiche per intraprendere un viaggio folle verso la morte (in mare o sulla terraferma). Da cosa si possa comprendere che siano effettivamente minori, vista l’assenza di documenti. Qualcuno, certamente, ci sarà pure, ma la comunicazione è palesemente contraddittoria e poco credibile.

Si prosegue con le scene madri, con il vittimismo, espresso da frasi apocalittiche da parte dei capitani delle navi, sul genere “sono malati, stiamo finendo il cibo, moriremo tutti!”. L’ultimo caso riportato dal Giornale è quello di Ocean Viking, dove i migranti si gettano in mare, fanno scioperi della fame, “scrivono” cartelli in cui chiedono disperatamente aiuto. Tutte le mosse che vengono esposte successivamente, se il trucco della statistica non funziona, o non ci riesce come previsto. Gli equipaggi, fomentando la comprensibile frustrazione dei clandestini, fanno il resto.

Alla base c’è definirsi all’esatto opposto di ciò che si è

Basta dare a sé stessi appellattivi umanitari, solidali, per auto-santificarsi. E allora ecco che fioccano le navi che si chiamano in modo quasi tenero e “coccoloso”, da “Open Arms” a – per l’appunto – “Humanity”. Basta autoproclamarsi buoni per esserlo davvero. Il mondo, del resto, accoglie e perpetra quella che è a tutti gli effetti una propaganda asfissiante per convincere i cittadini ad accettare il fenomeno e ad impedire qualsiasi ribellione. Poco conta il fatto di recupere i “migranti” sulle coste libiche, poco conta spegnere i trasponder quando sono troppo scomodi, poco conta aspettare perfino settimane al largo delle coste italiane indipendentemente dalle alternative che talvolta vengono pure proposte (coste spagnole ai tempi di Salvini, francesi nel tempo presente), poco conta il fatto di mettere in pericolo eccome le vite dei viaggiatori a bordo. Basta chiamarsi buoni, spiaccicarlo in un bel marchio che è di fatto un “brand commerciale” nel senso global del termine. Così facendo si può continuare a collaborare alla infame tratta degli esseri umani, come dei bravi schiavisti. L’importante, in questo mondo, è la comunicazione.

Stelio Fergola

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